La settimana di… Laila Cresta

Buon sabato! Continuiamo la nostra settimana con la seconda parte del racconto di Laila Cresta

Gheodes (seconda parte)

Forse morire era così, simile a un sonno e a una grande pace, pensò per un attimo, ma poi si riscosse: no! Lui non voleva ancora morire! Sarebbe annegato, aveva riaperto la tuta all’altezza della gola, non aveva messo il casco… Una motella dalla bella livrea maculata gli guizzò vicino. L’animale si era bloccato davanti a lui e Dante si rese conto che era abbagliato dalla luce della torcia che pendeva accesa dalla sua tuta. Era così vicino da vederlo deformato dal visore del casco, e pareva davvero un qualche mostro serpentiforme dell’abisso. Sorpreso, il giovane alzò una mano verso la visiera trasparente, e il pesce fuggì. Doveva aver agito in stato di semi coscienza, e si era infilato il casco che gli pendeva dalla cintura. Non lo aveva lasciato sulla riva, come gli pareva di ricordare. Era salvo. Si sentiva però incredibilmente assonnato e pensò che fosse più prudente andarsene, per quella volta. Sbadigliò, poi si mise a nuotare verso riva. Gli pareva di essere incredibilmente lento. Non sembrava neanche più capace di nuotare, tanto si sentiva sfinito. Finalmente fu all’asciutto, sul sentiero levigato. Solo quando si spogliò e levò i guanti si rese conto di non sentire alcun dolore alla mano. Se la osservò. C’era una linea leggera, pulita, appena segnata da una crosticina sottile. Aggrottò le sopracciglia, poi scivolò nell’incoscienza.

–    Dante! Dante! Svegliati!

La voce veniva di lontano e qualcuno lo scuoteva. Faticosamente il ragazzo sbatté le palpebre, e sbadigliò. Qualcuno gli teneva una torcia vicina, a rispettosa distanza dagli occhi. Wong.

–    Ciao, amico – farfugliò sorridendo.

–    Disgraziato! – rispose l’altro con una smorfia- Sono venuto a cercarti perché temevo ti fosse successo qualcosa, dopo due giorni! Sono venuto da solo come un cretino, pensavo che questa volta ti saresti fatto espellere dal Paese, se eri ancora vivo!

–    Sto benissimo. Ma cosa hai detto?

–    Ho dovuto aggirare la sentinella!

–    Hai parlato di due giorni?

–    Ma sì! Due giorni dal Capodanno, quando ci siamo incontrati l’ultima volta! E la tua padrona di casa mi ha detto che ieri non ti ha neanche visto!

–    Non capisco. Mi sono appisolato qui, sulla riva, ero così stanco… Ma due giorni…!

Dante si guardò la mano quasi perfettamente guarita, poi la mostrò all’amico:

–    Guarda – disse.

–    Cosa? Quel graffio?

–    Due giorni fa era gonfio e violaceo. Pulsava.

L’altro lo osservò un attimo, curiosamente, poi si strinse nelle spalle senza rispondere. Si guardò in giro.

–    Certo che è meraviglioso, qui- disse – E quella là in mezzo al lago, cos’è? Una tomba?

–    Credo di sì. Qualcuno ha perfino bruciato incenso. Andiamo a casa, che sono sfinito.

–    Sarà meglio. I tre giorni ufficiali di festa sono finiti, e tra poco gli studiosi saranno di nuovo qui. Se ci beccano… Ma, l’incenso dici? E chi ci viene qui, che nessuno sapeva niente di questo posto fino all’altro giorno…

–    Si vede che c’è, qualcuno che lo conosce!

Parlando, i due ragazzi si erano incamminati, e Dante si appoggiava all’amico. Si sentiva sopraffatto dalla stanchezza. Per non essere visti da fuori, spensero le luci prima di aggirare il conglomerato di cristalli che schermava la luce dell’esterno.

L’alba si stava appena annunciando, e la sentinella si era appisolata sopraffatta dalla noia: gli pareva proprio di far la guardia a niente. I due si avviarono verso il paese.

A casa, Dante dormì tre giorni di fila. Si svegliò che la fame pareva aver scavato un baratro nel suo stomaco, e benedisse la previdenza della sua padrona di casa che gli aveva lasciato del cibo pronto. Sulla mano, notò, si vedeva solo un segno sottile, come di una cicatrice vecchia ormai di mesi. Non era neanche arrossata. Uscì.

Anche se la maggioranza della gente aveva dovuto riprendere il lavoro, i festeggiamenti sarebbero durati ancora qualche giorno. Tra la folla, molti soffiavano grandi bolle di sapone. Gli studenti facevano contorcere, camminando, coloratissimi draghi di carta di riso. Dappertutto si sentivano i canti per cui la contrada e tutto l’altopiano del Loess erano famosi. Nell’aria volteggiavano gli aquiloni: pesci di ogni forma e grandezza, draghi, farfalle e mostri vari. C’era anche una specie di grande uccello dalle lunghe gambe quasi antropomorfe che fece venire in mente a Dante la creatura quasi divina che viaggiava nello Spazio di un famoso romanzo di fantascienza, e la cui forma gli aveva sempre ricordato il Papageno mozartiano. Un altro aquilone, notò poi, era esattamente uguale all’incensiere della grotta, ma nella folla non riuscì a individuare chi lo facesse volteggiare e, poco dopo, sfuggì alla sua vista. Un venditore ambulante mostrava fra la sua mercanzia un incensiere con la stessa forma, e Dante lo comprò subito. Lo guardò con attenzione. No, non era identico: non lo era il materiale. Quello era come tutti gli incensieri che aveva visto e gli sarebbe piaciuto confrontarlo con l’incensiere della grotta: benché di squisita fattura, gli pareva fosse in qualche modo semplificato, nelle sue linee sinuose. Vide il suo amico Wong che gli andava incontro:

–    Avevi la malattia del sonno? -gli diceva- Cominciavo a preoccuparmi! Vieni con me a fare una passeggiata, che parliamo.

Si avviò verso il bosco e Dante lo seguì, incuriosito. Wong che si disinteressava di quell’atmosfera di festa, era una novità.

Nella radura, i rumori della festa arrivavano attutiti, e Wong abbassò la voce:

–    Quello che hai trovato dev’essere davvero qualcosa di ben strano, amico! Mentre dormivi, gli operai si sono licenziati e ora ne stanno aspettando altri da fuori. Con lo stipendio che prendevano, ti rendi conto? Non parlano, e nessuno sa perché se ne siano andati. Han detto solo che era pericoloso, e che c’erano incidenti continui…

–    Vuoi andare a vedere?

–  Potrebbe essere la più grande scoperta archeologica del secolo!

Parlava in tono eccitato, e Dante sorrise: era quella, la passione dell’amico, e ora quello che aveva fatto lui non gli sembrava più tanto da incoscienti. Annuì senza parlare, ma quando furono sulla cengia davanti la grotta ebbero una brutta sorpresa: le sentinelle erano due e parevano tutt’altro che distratte. Dante fece cenno all’amico di starsene fermo e zitto, poi uscì allo scoperto. Le sentinelle gli diedero immediatamente l’alt e lui si fermò:

–    Salve! -disse- Sono Dante Remolini. Sono io che ho trovato il geode. E la tomba. Vorrei…

Immediatamente si trovò le armi puntate contro.

–    Porta questo tipo dal Comandante -disse uno dei due- Mi sembra che ne sappia un po’ troppo!

–    Un po’ troppo? Ma se l’ho trovato io, vi dico!

Protestare non servì a niente e, poco dopo, Dante scendeva giù per l’erta, col suo guardiano alle costole. Wong non si vedeva da nessuna parte, ma Dante era sicuro che l’amico li stesse seguendo, nascosto fra le fronde. Sapeva che non sarebbe fuggito neppure davanti a un demone, e che poteva essere silenzioso come un gatto.

Il Comandante lo guardava, perplesso, poi sospirò e disse:

–    Capisco… L’avete trovato voi e siete curioso… Aspettate un attimo.

L’uomo fece una telefonata. Parlava tanto stretto e veloce che Dante capì solo che si rivolgeva a qualcuno di molto più in alto di lui. Poi, il Comandante chiuse la comunicazione e gli parlò:

–    Il professor Chan arriverà tra poco. Andrete con lui. Vi farò un lasciapassare.

Poco dopo, Dante usciva nella strada ancora in festa. Si sedette su uno scalino. Salutò Wong che gli si avvicinava come per caso. Chiacchierando svagati, attesero il professore. Quando questi arrivò, Dante gli presentò l’amico. L’altro annuì:

–    I militari hanno la mania della segretezza, e purtroppo si impicciano in tutto ciò che sembra strano. Adesso ci stanno col fiato sul collo: vogliono capire quale “arma” abbia potuto tagliare così quei cristalli! Lei studia archeologia, Wong, e il suo amico le ha raccontato tutto, mi par di capire.

–    Sì, professore -rispose il ragazzo, e il suo sguardo era talmente rapito ed eccitato che Dante si rese conto che quel professor Chan doveva essere davvero qualcuno, nel suo campo: probabilmente era un archeologo, visto che lui invece non lo aveva mai sentito nominare. L’uomo sorrise:

–    Sapete cosa faremo? Ai militari non diciamo nulla, e voi venite con me. Vi nomino miei assistenti!

I due giovani seguirono il professore, che ogni tanto ridacchiava fra sé come per uno scherzo, sino al capannone che avevano attrezzato gli scienziati per i reperti. Per il momento, conteneva solo gli incensieri e un campione di cristallo, oltre a strumenti scientifici di ogni genere.

–    Quello è un normalissimo campione di quarzo del geode, niente di speciale. Il problema sono gli incensieri, specialmente quello antropomorfo. Gli altri due sarebbero normalissimi boshanlu dell’età del bronzo, non fosse che non ne ho mai visto di così tanto antichi, e non fosse per la montagna che rappresentano… È il terzo che…

Il professore lo prese fra le mani, sospirò e cominciò a rigirarlo, osservandolo con attenzione.

–    Professore… di cos’è fatto? –chiese Dante.

Wong strabuzzava gli occhi. Scosse il capo:

–     Io… Non ho mai visto niente di simile! Cioè, di simile sì, ma…

–    Sembrerebbe un normale incensiere di resina, abbastanza moderno quindi, come tipo, ma non lo è affatto. Non abbiamo trovato un acido che lo intacchi, né una lama.

–    È l’originale –mormorò Wong.

–    Cosa vuoi dire, ragazzo?

–    Professore, è… l’INCENSIERE, il primo, quello autentico e originale. I nostri sono solo imitazioni di resina. Quante migliaia di anni potrà avere?

–    Chi lo sa, specie finché non riusciamo a identificare il materiale? Sarebbe più facile datare il sarcofago, specie se riuscissimo a studiarlo senza i militari, che sono interessati a una cosa sola, come sempre!

Finalmente, Dante si decise e raccontò tutta la propria avventura. Mentre parlava, il professore, interessatissimo, prese appunti. Si segnò con precisione tutte le misure che lui aveva preso, volle vedere la cicatrice quasi invisibile sul suo dito, poi gli chiese il permesso di fargli un prelievo di sangue, per analizzarlo, e per diverso tempo lavorò in silenzio. Quando finalmente alzò il viso verso i ragazzi silenziosi, scosse il capo, incredulo:

–    Ci sono davvero i segni di un’infezione in rapida regressione, ma non riesco a individuare la natura dell’agente patogeno che l’ha provocata. Non riesco neppure a riconoscere gli anticorpi che sembra si stiano battendo per la tua pellaccia, ragazzo… E per adesso si battono anche con successo, direi, ma non so che conseguenze potranno avere a lungo termine, sul tuo fisico.

–   Non è terrestre –mormorò Wong, e il professore gli rispose sorridendo:

–  Quello è il titolo di un libro di Peter Kolosimo, connazionale del tuo amico, ma a dir la verità non gli ho mai dato troppo affidamento. Noi poi, abbiamo una medicina e una cultura così antiche! Remolini, dovrò tenerti sotto controllo. Sei sicuro di avermi detto tutto?

Il giovane abbassò la testa, si mosse sulla sedia imbarazzato, poi infilò una mano in tasca e finì per posare sul tavolo la brugola di cristallo violetto.

–    Bella – disse Wong stupito. Non capiva cosa c’entrasse un cristallo violetto con…

Poi lo prese in mano, lo osservò meglio e sussultò:

–    È lavorato in un modo assurdo! Neanche col laser! Dove l’hai preso?

–    È la chiave del cofano -intervenne Wong- Nella sua parte posteriore c’è una serratura esagonale, dice Dante. Lui questo cristallo lo chiama brugola.

–    Potrebbe essere, allora, sì… Però sarà meglio esaminare prima il cofano senza aprirlo, anche per non correre il rischio di distruggere tutto facendo entrare l’aria. Domani ci vediamo alla cengia. Saremo soli, gli altri fanno vacanza.

I tre si divisero, e il giorno dopo si incontrarono all’entrata del geode. Il professore aveva con sé un piccolo apparecchio portatile a raggi x. Sulla cengia, davanti alla grotta, c’erano due sentinelle.

–    I miei assistenti, il dottor Remolini e il dottor Chan -li presentò il professore.

Quelli annuirono. Dante sentiva le guance bruciare. Quel titolo di “dottore”, che era assolutamente prossimo per Chan, per lui invece stava un po’ tardando: passava più tempo nelle grotte che sui libri…

Dentro il geode, camminarono in silenzio sul sentiero. Il professore borbottò:

–    Non so cosa darei per capire come diavolo han fatto a farlo, un lavoro così!

Arrivarono sul greto, e Dante capì cos’era stato il tonfo che aveva sentito il primo giorno.

Davanti a loro, qualcosa faceva da sipario al cofano, che ne restava completamente nascosto. Dapprincipio Dante pensò alle foche monache della grotta del Bue Marino, ma le creature che coprivano la mensa che reggeva il cofano avevano lunghissimi baffi sottili e due grandi occhi a mandorla. A un primo sguardo sembravano quasi dei trichechi, ma le pinne erano attaccate a quattro arti tozzi e grossi. Uno aprì quelle anteriori: aveva quattro dita artigliate. Avevano due protuberanze sul capo, come due antenne, che parevano partire da un curioso copricapo argentato. Anche quelli, erano gli Originali, pensò Dante. I Draghi antropomorfi!

Il silenzio era perfetto. Gli occhi delle creature parevano ciechi. Erano assolutamente immobili e inespressivi. Somigliavano alle statuette di antichi guerrieri trovati in Giappone, quelle così misteriose da sembrare in tuta spaziale…

–    Credo che siano stati loro a salvarti la vita – disse il professore a Dante – Non che abbiano un’espressione molto intelligente…

–    Professore, devono essere molto pochi, e sono qui da migliaia di anni – disse Chan. Il professore annuì:

–    Già. Probabilmente sono il relitto abbandonato di qualche naufragio…

–    Non è terrestre. – ribadì Wong ancora una volta, con decisione.

Il professore questa volta non annuì, ma neppure protestò.

–    Ve la sentite di andare là? Se hanno salvato il dottor Remolini, non dovrebbero essere ostili.

–    Bisognerebbe render loro la brugola – disse Dante.

Il professore annuì:

–    Sì, ma quelli sono capaci di distruggere la bara per vedere cosa contiene, se non riescono ad aprirla.

Inutile chiedersi chi fossero “quelli”, si disse Dante, rimpiangendo di essere andato dalle autorità a parlare della sua scoperta.

–    Sono la “perduta gente” che vive “nell’eterno dolore”. – mormorò.

Wong lo guardò. Aveva letto la “Divina Commedia” all’Università, ma, soprattutto, l’aveva letta anche con l’amico italiano. Si morse le labbra.

–    Come facciamo? – chiese poi.

La voce che li raggiunse parlava in un’antica lingua, ma molto lentamente. Usava la “madre” della lingua che parlavano loro, ed era assolutamente comprensibile, almeno per studiosi come il professor Chan e come Wong. La gente del posto lo aveva sempre detto: il dialetto di Xī’ānera il “vero” cinese, l’originale. Dante invece aveva qualche difficoltà a capire tutte le parole, ma il senso generale era abbastanza chiaro. L’aspetto più straniante era il tono con cui la voce si esprimeva, così alieno eppure così familiare, ma fu Wong a rendersi conto per primo di cosa si trattasse:

“La musica! La musica del Loess!”, mormorò.

Qualcuno in quel gruppo stava parlando con loro: con quello che sembrava un canto, raccontava un’antica saga, una storia dei “tempi del commercio illimitato fra cielo e terra”.

A quei tempi, Huang To aveva richiamato dal cielo la dea Pah, il demone della siccità, controCih-yu, il Primo Ribelle, che portava “corna sopra una fronte di ferro”, e combatteva insieme al dio del vento e della pioggia, portando tempeste e inondazioni.

Inseguito dagli Dei delle Stelle, l’Eroe era infine stato abbandonato coi suoi seguaci su quella palla di roccia perduta nello spazio, non ancora abitata da esseri senzienti, ma da creature che erano forse sulla via di diventarlo…

I loro figli. I terrestri erano stati i figli che quegli antichi guerrieri non avrebbero mai potuto avere. Si erano svelati solo a quei pochi attraverso cui avevano insegnato agli altri, e ormai erano alla fine della loro lunghissima vita.

Nel sarcofago, Cìh-yu dormiva il suo ultimo sonno. Accanto, aveva oggetti che avrebbero tenuto desta l’attenzione degli studiosi per molti anni, ma non c’erano armi, che erano state eliminate molto, molto prima. I bambini non si lasciano giocare con i fiammiferi.

Le Creature delle Stelle scomparvero nell’acqua con un sonoro splash e il giorno dopo, all’arrivo degli studiosi e degli operai, non ve n’era alcuna traccia, salvo forse cumuli di bizzarri detriti di cristallo sul fondo.

A Dante, cui avevano giurato che il suo sangue avrebbe adesso resistito a ogni genere di infezione, sembrava ancora di sentire l’ultimo saluto di quelli che gli avevano salvato la vita:

–    再見了孩子: Zàijiànle, háizi. Addio, figli.

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