La settimana di… Stefano di Ubaldo

Buon giovedì! L’argomento di oggi è la “comprensione”, ce ne parla Stefano di Ubaldo:

“Da quando ho iniziato a divulgare e far pubblicare i miei scritti, alcune persone hanno iniziato a farmi diverse domande riguardo alla mia attività di scrittura. Ecco un breve elenco delle più ricorrenti: “Da dove ti viene l’ispirazione per scrivere?”, “Quando e quanto scrivi durante una giornata?”, “Perché scrivi proprio poesie? Non sarebbe meglio scrivere un romanzo?”, “Ma ci guadagni qualcosa?”.

Che siano riferite al mio bizzarro gusto per la scrittura in versi o alla mera questione commerciale che potrebbe ruotarci intorno, trovo spesso più di un imbarazzo nel rispondere a queste domande. Per prima cosa, perché, mentre scrivo, non mi pongo tali questioni e trovo difficile sintetizzare senza preavviso la varietà di occasioni, ispirazioni e idee che danno impulso al mio scrivere. In più, non so ancora spiegare nemmeno a me stesso la scelta (o la naturalezza) di scrivere in forma poetica, soprattutto a partire da letture prevalentemente in prosa. E poi c’è il “guadagnarci”, che da solo spiegherebbe qualsiasi sforzo, ma quando manca, soprattutto nelle ambizioni, rende tutto inspiegabile. Del resto, il guadagno è l’unica condizione necessaria e sufficiente per spiegare ciò che facciamo, no? (Rispondere a una domanda con un’altra domanda ha spesso lo strano effetto di far morire una conversazione).

Eppure comprendo che chi mi pone queste domande sta cercando di capire; in particolare, le mie poesie, che alcuni mi dicono risultare vagamente criptiche. E considerando che trovo cortese e collaborativo dare risposte, senza per questo aderire necessariamente alle domande, condivido oggi alcuni componimenti sul tema della comprensione.

Il primo si trova in epigrafe al libro “Verso un forse” e ci sono molto affezionato. Il secondo parla delle mie ambizioni e si trova sempre all’interno della stessa raccolta. Il terzo è invece un dialogo inedito che ritengo molto confacente al tema.”

 

Chiunque non capisca una poesia,

capisce più di chi la scrive

quanto sia fragile da leggere

quello che fragile non è.

 

 

NESSUNA AMBIZIONE

 

Vorrei spogliare

il manichino che sono

dalle ambizioni che non ho

e che occorre esibisca in vetrina

come sperassi

le avessero tutti.

Potrei attendere

di passare di moda

o sfilare indifferente

su passerelle di nicchia,

dove l’eco dei gargoyle

rammenta l’umiltà.

Intanto l’acqua scorre

e non torna dov’era,

ma capita che ricordi

da dove è passata.

 

DIALOGO
(COMPRENSIONE)

Non trovi che sia comico non capirci?

In che senso?

Nel senso che a volte sembriamo proprio dei clown l’uno dell’altra; ci arrabattiamo per farci ridere, regalarci sorrisi, aiutarci a tollerare le gravità delle nostre vicissitudini. Eppure, sembra che i nostri sforzi si basino su linguaggi differenti. Per questo lo trovo comico: visto dal di fuori – non da diretto spettatore, da supervisore, oserei dire – tutto ciò non può che strappare un sorriso. Un clown che non fa ridere il proprio spettatore per un’incomprensione; e per la stessa incomprensione, quello che si mette a ridere è un ipotetico supervisore. Cosa ne pensi?

Tu parli troppo, per i miei gusti.

Ecco che il nostro supervisore spalanca la bocca e inizia la sua grassa risata: continuiamo a non intenderci.

No, carino, io ti intendo! Semmai sei tu che non intendi me!

Beh certo! Già che ci sono, mi metto a ridere anch’io, per godere della MIA incomprensione!

Massì, ridi pure! In fondo, il riso fa bene alla salute!

Già, potrebbe giovarmi! Eppure, mentre curo il mio benessere, mi chiedo se esista una qualche forma d’incomprensione che possa nascere da un io che non comprenda anche un noi. Ma, se non ti dispiace, cara, tornerei un attimo ai nostri amici clown: secondo te, la loro simpatica scenetta resterebbe immutata se non avessero davanti l’imbronciato spettatore, quello che non li comprende? Io penso che, in quel caso, sarebbe il supervisore a non capirci nulla del loro affaccendarsi. E allora sorgerebbe una nuova incomprensione! E da chi mai quest’ultima potrebbe essere apprezzata? Ovviamente da un nuovo supervisore! Sembra quasi che gli spettatori che godono appieno di uno spettacolo siano quelli che non vedono solo il palcoscenico, ma anche le prime file della platea.

Ma tu stasera hai proprio intenzione di asciugarmi del tutto?! Penso che tu debba andare a esporre le tue grandi idee a quello spettatore di cui tanto parli. Lui ti ascolterebbe più volentieri e… magari ti capirebbe!

Ah quindi stai ammettendo che tu non mi capisci?

No, frena un attimo! Vedi che sei tu quello che non capisce?! Io seguo il tuo discorso e ti capisco; cioè, intendo cosa vuoi comunicarmi; quello che mi sfugge però è dove vuoi andare a parare…

Cioè, FAMMI CAPIRE, dato che è questo in cui abbiamo appurato che sono carente…tu ammetti di capirmi senza riuscire a cogliere la finalità delle mie parole?

Certo! Io capisco che stai cercando di raccontarmi una storia di clown e spettatori, alcuni che si siedono lì davanti al naso rosso e altri che osservano la scena dall’alto, come se fossero in cabina di regia. Questi qui sono quelli che si mettono a ridere, giusto?

Giusto.

Eppure non vedo il nesso con qualcos’altro, il disegno più grande che tu hai in mente. Perché io ti conosco e, per questo, ti capisco: quando ti metti a fare discorsi del genere, vuoi sempre dire anche qualcos’altro. E questo “qualcos’altro” mi sfugge! Questo, comunque, non significa che io non ti capisco, anzi…

Ho capito…ah no, perdonami, forse quello ancora no. Comunque penso di aver inteso, con beneficio d’errore, s’intende, che tu voglia dire che è come se stessi leggendo una trama senza poter immaginare il finale.

Ecco, più o meno è così. Vedo che se ti impegni, ci possiamo capire. Solo che usi sempre tutti questi giri di parole…potesse essere più semplice parlare con te…

Hai ragione, perdona i miei vezzi di stile, che certe volte sono piuttosto fuori luogo. Eppure mi pare di poter dire, senza presunzione, per carità, che se tu volessi gradire di spostare le tende, potresti forse intravedere il finale del mio discorso. Che, guarda caso, ne è anche il fondamento, l’origine, per così dire…

Ah quindi io, per penetrare nella profondità dei tuoi pensieri, che comunque mi sembrano davvero complessi e quasi perversi, dovrei fare lo sforzo di “spostare le tende”? E poi quali tende?

Quelle che hai eretto per non vedere il clown.

Ma cosa stai dicendo? Io ti vedo benissimo, clown che non sei altro!

Beh, se ne sei sicura, ti propongo un gioco.

Perché? Ti sembro una bambina?

No, no, qui il bambino sono io! E quando un bambino chiede a un adulto di giocare con lui, dovrebbe essere assecondato, non trovi?

Va bene, bambino. Sentiamo com’è questo gioco…

Allora, il gioco è molto semplice. Basta solo che tu sappia immaginare. Pensi di esserne capace?

Certo, dov’è il problema?! Anche se non capisco che gioco ci sia nell’immaginare.

Perfetto. Allora prova a visualizzare te stessa, seduta in una platea; meglio se la pensi a semicerchio, come quella di un circo; e intorno a te…nessuno, il vuoto. La sedia è scomoda, di legno duro, ma sarebbe inutile cambiare posto, dato che tutte le altre sedie sono identiche. Ora immagina di guardarti le mani. Le visualizzi? Cosa vedi?

Mi sto quasi addormentando. Comunque se proprio ci tieni a questa pagliacciata…ci provo. Intanto, qui il divano è comodo e non riesco a pensare a una sedia scomoda; ma penso che non faccia differenza. Mi devo guardare le mani, giusto? Mi sembrano gonfie, come al solito. Domani magari dovrei andare un salto dall’estetista…

Grazie per gli sforzi che stai facendo. Ma io, bambino, non mi diverto se tu fai così! Non capisco cosa dici: perché hai le mani gonfie? E chi è l’estetista? Che cosa fa? Uffa, io voglio che tu immagini quello che ti dico io!

Sì, sei proprio un bambino: non capisci le cose proprio come quando sei un adulto.

Va bene, allora vado a giocare con gli altri miei amici se a te non va…

A calcetto?! Ma oggi è sabato! Comunque va bene, ti ascolto; se può servire a capirci…

Bene, allora ricominciamo da capo.

No, no, non è necessario! Mi ricordo: la sedia è scomoda e sto guardando le mie mani.

Va bene, allora ricominciamo da lì. Guardi le tue mani e vedi che sono gonfie. Benissimo! Guarda anche che vestito stai indossando. Sei elegante?

No, sono in pigiama, come qui, adesso.

Benissimo, ma ricorda che ti trovi sotto un tendone giallo e rosso. Davanti a te c’è una balaustra, che ti separa dall’arena centrale, quella del circo. Sei proprio in prima fila. Cosa vedi?

Un clown. Sei tu!

Sei sicura? Il clown c’è davvero o lo vedi perché io ti ho detto che c’è? Per favore, chiudi gli occhi e immaginati la scena… altrimenti il gioco non funziona.

Va bene, va bene. Chiudo gli occhi. Hai detto sedia scomoda, in prima fila, in un tendone da circo. Va bene. Quello che vedo nell’arena è… un elefante.

Vedi che allora non c’è un clown in scena?

Sì, hai ragione. Ma tu mi hai detto: “Pensa al circo!” e la prima cosa che mi è venuta in mente è l’elefante. E’ normale. Te l’ho detto che mia madre per farmi stare  buona da piccola mi metteva sul divano a guardare Dumbo!

Infatti. Non ho detto che hai sbagliato a vedere l’elefante. Ti ho solo fatto notare che ancora non c’è nessun clown. Anche se fra poco apparirà. Ora guarda bene nell’arena. C’è solo un elefante?

Sì, mi sembra di sì. Sì, sì, fa il suo verso e alza le zampe davanti…

Benissimo, si vede che l’hanno addestrato proprio bene…

Già, che scema! Manca il domatore! Altrimenti come fa l’elefante a far tutto da solo? Sì, ora lo vedo, c’è anche il domatore: ha i baffetti, la tuba nera in testa e un frac che striscia per terra: potevano fargliene uno un po’ più corto!

Meraviglioso! Ora sì che mi piace giocare con te! Continuiamo. C’è l’elefante, il domatore…e poi?

Delle ballerine con i vestiti tutti luccicanti e delle piume in testa; sorridono e fanno dei grandi salti di qua e di là; anzi, prendono la rincorsa, saltano su una pedana e passano sopra il dorso dell’elefante; e poi atterrano leggere dall’altra parte, come se fosse una cosa da nulla. Che brave!

Sì, sono proprio brave. Ora che vedi tutti questi bei movimenti sulla scena, ti chiedo di guardare sullo sfondo, dietro all’elefante. Cosa c’è?

Aspetta, dietro l’elefante c’è, c’è…un sipario rosso, da dove entrano ed escono le persone e gli animali del circo.

Perfetto. Ora voglio che immagini di avere in mano una cordicella molto sottile, che è collegata proprio a quel sipario rosso. Tu con questo filo puoi aprire il sipario, anzi, puoi farlo proprio crollare tutto insieme e vedere tutto quello che c’è dietro. Basta che lo tiri leggermente, non serve tanta forza, perché è un filo magico.

Sì, lo vedo.  È azzurro.

Sì, è proprio azzurro. Cosa dici, provi a tirarlo? Ti va di vedere cosa c’è dietro il sipario?

Va bene, lo tiro.

Benissimo! E ora, magicamente, dietro l’elefante, il domatore e le ballerine, cade il sipario! E dietro c’è…apri gli occhi!

Ma…

Aprili, forza! Il gioco funziona così!

Ah ah ah che carino che sei con quel naso rosso… e tu saresti il clown che c’era dietro il sipario?! Già, le tende! Te la sei studiata proprio bene la cosa. Ma perché tutto questo? Cosa vuoi dirmi?

Beh, ora che vedi il clown, puoi vedere anche dove vuole andare a parare con i suoi trucchetti. Il nostro gioco sta andando proprio bene e mi sto divertendo tanto.

Bene. Però, mi devi scusare, ma non sono così intuitiva da cogliere come finirà questo gioco. Quindi, per favore, dimmi tu cosa succede ora?

Chiudi gli occhi.

Ancora?! Ma quando finisce il gioco?

Tranquilla, manca poco. Ricominciamo solo da capo.

Come? No, no, no, no, io non ho voglia di partire di nuovo dal circo, dalla sedia, dalle mani; tanto ho già immaginato abbastanza; e poi non riuscirei a vedere niente di diverso.

Infatti, ora non ti chiedo più di immaginare. Ora devi solo guardarti le mani, sempre con gli occhi chiusi però. E continuare a guardarle mentre sei seduta lì, sul divano comodo, in pigiama…

Va bene, le vedo. Sono sempre gonfie. E ora, cos’è che devi dirmi?

Apri gli occhi.

Ecco, sì, sarà meglio che ti guardo mentre mi parli; non che continuo a visualizzare le mie mani. Va bene il gioco… ma se è qualcosa di importante…

Non so dire se sia importante. Però, dopo tutto questo gioco, io, stupido bambino che non capisce nulla, penso che a quelle mani manchi qualcosa. Riesci soltanto a dire che sono gonfie! Sophia, mi vuoi sposare?

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