La settimana di Gilberto Landolina

Tratto da: “Benvenuti a Delfinia” capitombolo 8 – Un latrato nella notte

Ah, mio caro Raimondo, non c’è niente di meglio che una sana nottata di sonno per mettere tutto a posto nella propria vita. Sai cosa mi piaceva ai tempi di Delfinia? Andare a letto presto per godermi il meno possibile la noia della TV e dello schifoso far nulla per poi risvegliarmi col sole già alto l’indomani mattina carico e ritemprato.

A chi non piacerebbe un riposo del genere? Solo a un masochista. Se ti ricordi bene una delle prime cose che mi attrassero dell’isola fu la promessa di pace e tranquillità fattami dai coniugi Ango. Poi, richiedendoti un altro sforzo di memoria; ricordi che con la mia depressione iniziale trovavo Bologna invivibile? Ok.

Tranquillità quindi doveva essere.

Purtroppo coi malumori continui che mi causava ogni Delfiniota entrato nella mia sfera umana l’unico relax rimastomi era appunto quella nottata di sonno già di per sé rovinata su ogni finire dai frastuoni mattutini del gentilissimo rumorista della porta accanto.

Dormivo saporitamente! Il pomeriggio prima di quella notte ero stato alle terme sugli scogli e mi ero rilassato profondamente imponendomi di sfrattare dai miei pensieri tutto quel circo equestre d’isolani inconcludenti che mi appestavano per dileggiarsi.

Tornando a casa ero riuscito a mettere a segno una dieta leggera composta da pesce lesso ed insalatina e dopo un film che avevo già visto in passato, crollai come meritavo. Il famoso sonno dei giusti che speravo potermi permettere.

La notte sapeva essere così nera sul litorale di Delfinia, da quando il comune aveva deciso di non riparare le luci pubbliche relegando via dei Magazzini al buio più totale. Non uscendo fuori da quel canone infatti quella nottata si fregiava di oscurità e mistero finché il punto di strappo del silenzio si fracassò.

“AUUUUH”

Saltai sul letto come un pagliaccio a molla. Quando ci si risveglia così non si riesce subito a capire cosa sia stato a mandare in schegge il sonno, se un motorino smarmittato o un quadro caduto dal chiodo. L’unica cosa che pensai fu che qualcosa mi avesse terrorizzato. Guardai la sveglia ed erano appena le due del mattino.

Nessun rumore in casa e nessun rumore fuori. Cosa poteva mai essere stato?

“AUUUUH”

Un grido disperato, ecco cos’era stato a svegliarmi, dapprima mi rallegrai sperando che un serial killer stesse facendo a fette gli Arroghini poi mi rabbuiai perché per quanto stridulo fosse quel rantolo non pareva essere umano.

“AUUUUH”Petronio Sabato

“Ma Dio dei cieli, perché a Delfinia pure i cani hanno un abbaio arrogante?”

Si Raimondo, era solamente un cane. Pensai si trattasse di una povera bestia in calore che stesse passeggiando qui e là per i villini in periferia alla ricerca di un odore, malgrado i latrati venissero sempre dallo stesso punto; cioè da un angolo che divideva il mio malconcio giardino da un muro di cinta di Arroghini, facendo loro così guadagnare uno spazio a cielo aperto che a giudicare dal ciarpame che conteneva di solito doveva trattarsi di un deposito immondizie.

“AUUUUH”

Quella povera bestiola rantolava come se avesse avuto la capacità polmonare di un coguaro fintanto da convincermi nel pensare che lo fosse veramente. Quando i latrati si fecero insistenti al punto che desiderai possedere un fucile e un visore notturno, mi decisi a uscire dalle morbide lenzuola per sfregarmi contro la ruvida atmosfera notturna.

Vestaglia e pantofole mi ritrovai in giardino; temevo che il sofferente animale fosse entrato per sbaglio nella mia proprietà e non sapesse come uscirne o almeno quella spiegazione giustificava i latrati spasmodici.

Quando fui arrivato ridosso il muro di cinta dei vicini sentii ringhiare. Non ho paura dei cani in generale e comunque ero armato di torcia e bastone da passeggio. Convinto che di lì a breve la belva mi sarebbe spuntata davanti continuai la mia ronda in direzione del latro sommesso.

Muro. Ringhio. Muro. Siepe. Ringhio. Muro.

Ok Raimondo, era certo che niente mi avrebbe mai morsicato perché il bestio loquace non si trovava nel mio giardino, bensì aveva preso sede in mezzo al ciarpame degli odiosi vicini. Ne doveva aver avuto di coraggio a rintanarsi su quel terreno malefico, mi faceva quasi pena come Riccioli D’oro che va a cena dagli orsi malvagi non sapendo cosa la aspetta.

Non appena l’animale si fu abituato al fruscio del mio passo tra le erbe continuò imperterrito la sua lotta verbale contro la luna con ritrovata intensità. Mi chiesi se davvero si trattasse di un randagio intrappolato o di un cane antropomorfo e senziente assoldato da quella gentaglia. Sai una cosa Raimondo? Pensandoci bene oggi credo fosse davvero così.

Erano già le due e mezzo di notte e volevo quantomeno dormire un altro po’ prima del rumore di phon delle sei quindi mi trovai costretto a ingegnarmi. Quel povero botolo infondo non sapeva di quanto stesse tostando lo scroto e mi sarebbe toccato spiegarglielo a modo mio.

«Zitto!» gridai nel cuore della notte. Ne seguirono ben tre minuti di silenzio, poi come Caruso ricominciò il suo canto.

Ok, zitto non aveva funzionato, forse era più congeniale divenire meno cortese. Come nei giochi d’ingegno mi trovavo davanti un muro alto oltre due metri, con una bestia piagnona di dietro e armato solamente di una torcia e un bastone. Come sarei riuscito a salvare capre, cavoli e nervi?

Facile! Presi a sbattere il bastone contro il muro con tutta la mia forza finché il fracasso generato non sovrastò il latrare del cane. Quando il legno si fracassò in mille schegge e il braccio mi fece male per i contraccolpi sentii finalmente di aver vinto io. Silenzio.

Sperai che avesse saputo trovare da solo la strada per scappare da villa Arroghini, infondo per quanto mi avesse svegliato non meritava affatto una punizione così atroce quale sarebbe stata il conoscerli.

Ebbi il tempo di ricalcare i miei stessi passi verso il letto prima di percepire incredulo un “AUUUH” ancora più forte dei precedenti.

No, non poteva essere. Va bene che il fracassare un bastone su un muro non era chissà che deterrente ma pensavo bastasse a mettere a cuccia quell’ossesso inviperito.

Vestaglie e pantofole mi ritrovai in giardino con un altro bastone e le palle che aravano le aiuole al mio passaggio per quanto erano gonfie.

Anche se il botolo mi sentì arrivare chiaramente, stavolta però non ebbe paura e continuò a latrare come se sfidasse sé stesso nell’arte di migliorarsi.

Le bastonate sul muro oramai le aveva assimilate come del resto la mia grida di zitto e silenzio. Più mi sbattevo per farlo smettere più mi rendevo conto che ero e rimanevo dietro a una parete di mattoni bel lontano da interagire direttamente con lui.Benvenuti a Delfinia

Mettiamo una cosa ben in chiaro amico mio: io amo gli animali e mai e poi mai mi sarei sognato di fare del male ad un cane solo perché questi abbaia nel cuore della notte e sicuramente non avevo nessuna intenzione di diventare un torturatore di animali in quel momento, ma quando ci si trova in un attimo pietoso della propria vita, privati finanche del più elementare sonno allora la razionalità si vede costretta a dare un addio.

“TUMP” fece il sasso che lasciai cadere oltre il muro. Non volevo colpire il povero animale e fortuitamente lo mancai sortendo però al mio scopo di farlo tacere.

Il silenzio che ottenni fu ancora più quieto per via del fatto che avevo speso energie e astuzia al fine di conquistarlo.

Ero arrivato nel mio letto al caldo quando “AUUUUH” riprese il suo folle gorgheggio.

Troppo stanco per alzarmi nuovamente presi a rigirarmi nel letto in preda a sprazzi di sonno lacerati dal latrato, sicuro che almeno stando alle basilari regole della biologia, presto o tardi l’animale sarebbe crollato esausto.

Così non fu.

Mi ritrovai alle sei del mattino ancora coricato e con gli occhi che immaginavo essere rigati di rosso fissi sul soffitto niveo della mia alcova. I latrati erano cessati solamente per lasciare spazio al rumore del phon di Arroghini il quale stava infastidendo i poveri cardellini con la sua aura nefasta.

C’era una cosa positiva nel fatto che il sole fosse sorto: la luce mi avrebbe consentito di gettare un occhio dalla terrazza dentro al mondezzaio dei vicini atto a vedervi dentro il povero cane che a quel punto mi immaginavo potesse essere morto con la gola scoppiata.

Accesi la macchina del caffè e mi affacciai. Rimasi atterrito. A fare tutto quel casino era stato un cagnolino da caccia color miele che non si trovava lì per sbaglio, ma vi era legato per il collo con una corda mangiucchiata, senza neppure collare: Arroghini aveva preso un cane. Un altro cane sarebbe il caso di dire, perché uno lo aveva già ma lo teneva legato dall’altro lato della casa come guardia al cimitero delle auto. Quello che vedevo era invece un animale nuovo di zecca, posteggiato proprio lì tra i miei testicoli.

In effetti quella nuova fonte di disturbo la trovai finanche originale perché c’era voluto sicuramente dell’ingegno a orchestrarla. Certo poteva trattarsi solamente di un caso la presenza del piagnucoloso a portata d’orecchio, e poi quel latrare avrebbe dato fastidio anche ai suoi padroni sperai. Poi mi ricordai che subito accanto la mia stanza da letto a giudicare dai rumori di stoviglie e dalla tv accesa a ore pasti loro avevano certamente la stanza da pranzo e che la zona letto fosse del tutto decentrata dal latrato malevolo.

Indi se così fosse stato davvero mi toccava passare per un periodo abbastanza buio, fatto di pietre e colpi di bastone.

Telefono.

«Signor Punti! Come vanno le cose?» non era il momento per piangermi l’intercalare idiota del Cavillista.

«Malissimo dottore, non ho chiuso occhio tutta la notte»

«E come mai?» fece lui fingendo che glie ne fottesse qualcosa.

«Perché Arroghini ha un nuovo giocattolo: un cane da caccia che non ha smesso di latrare tutta la notte.»

«E lei lo sente da coricato?»

“No impietoso testa di cazzo, mi sono fatto un MP3 e lo ascolto in cuffia!”

«Questo è un problema mi sa.»

“Perché altre cose non lo sono? Tipo che ne so ad esempio: aver comprato la dependance di Satana.”

«Lei abita in zona periferica. Lì è praticamente considerata area di campagna, non ci sono chissà che regolamenti per gli abbai.»

«Lo capisco Dottore, ma siamo a Delfinia no? Zona turistica, esatto?»

«Bisognerebbe parlare con Arroghini eventualmente, fargli una telefonata magari.»

«E a chi posso chiederlo Dottore?» speravo nel suo approntarsi e credevo anche nella vita su Alpha Centauri.

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