La settimana di… Gilberto Landolina

Capitolo introduttivo tratto dal mio romanzo ancora inedito “La lupara sulla Trìscele”, un esempio di ucronia in salsa mafiosa: E se la mafia prendesse il controllo della Sicilia con una secessione? Infattibile oltre che non auspicabile. Come del resto i Nativi Americani pensavano fosse impossibile che gli invasori li trucidassero rubando loro le terre e la vita!

Gilberto Landolina di Rigilifi

 

Capitolo 1 – Il profumo della zagara

 

Svegliarsi dopo dieci lunghi anni o non farlo affatto, poco cambia nella vita di una persona. Il sonno troppo lungo trasforma, placa. Quando la sera chiudiamo gli occhi, stanchi, dovremmo sapere che al mattino non saremo più noi a riaprirli. Un nuovo essere umano calzerà le nostre scarpe strascinandole poi per quelle vie di un mondo noto eppure inesplorato.

Tutti meritano di ristorarsi. Ecco perché la terra decise di girare intorno alla sua luce prima ancora di scegliere di divenire culla. Riposano gli alberi, riposano gli animali, riposano le città.

Alle volte capita che finanche le nazioni dormano saporitamente, impuntandosi nel chiudere gli occhi alla luce mentre cacciano la testa sotto un cuscino di alibi.

Un brufolo di pietra si era addormentato sul viso del pianeta e il suo sonno durava adesso da oltre dieci lunghi anni. Non importava al mare e se ne disinteressava il vento. Gli stessi elementi che un tempo avevano fatto l’amore con le sponde di quel sasso emerso dal mare, adesso lo ignoravano come se mai le sue creste fossero sbucate dalle acque. Eppure la conoscevano bene; la avevano baciata così a lungo da regalarle finanche la fertilità che le dava il nome. Terra feconda, terra madre, terra morta. Sicilia.

Il sonno era sopraggiunto, inesorabile come un infarto, in una mattina di maggio portando via dalla storia quella che era stata la Trìquetra dei latini ed erigendo sulle sue membra tramortite quella che il mondo aveva imparato ad ignorare col nome di Sikania.

Dieci anni di sonno profondo e nessuno sapeva dire se si trattasse di quiescenza prima dell’esplosione o se veramente la terra di Archimede si era arresa alle note dello scacciapensieri.

Anno duemilatrenta per il pianeta terra, anno dieci per l’isola nel cuore del mediterraneo.

Quella mattina faceva caldo come non si sentiva già da qualche mese. Maggio infatti era stato gelido fino a quel momento per via di una corrente anomala che aveva fatto scendere le temperature dal di sotto dello zero in moltissime zone interne. I rilievi più alti della provincia faticavano a spogliarsi dal camice bianco regalato loro dalle nevi di un aprile maldestro ed inopportuno.

“Sotto la neve il pane” recitava un vecchio proverbio nato in chissà quale era arcaica quando i ghiacci evidentemente erano frequentatori non occasionali di monte Kamarat.

Alla fine però, a pochi giorni dalla festa del decimo anniversario, i raggi del sole avevano scelto di agire da crumiri verso l’isola donandole un riverbero innaturale, qualcosa che la popolazione non era abituata ad osservare. Il chiarore intenso dei raggi sulle alture innevate spingeva a valle un vento gelido carico di luci scintillanti le quali, senza esserne capaci, si trovavano costrette ad abbracciare i campi di grano verde che infiniti si diramavano fino all’orizzonte.

Era l’estate che, mentre salutava l’inverno fintamente paziente, ne aspettava la disfatta.

Gero non aveva riposato bene quella notte per via di una scia di raffreddamento che serpeggiava nel dormitorio della foresteria. Non si trattava di una vera influenza, ma già alcuni colpi di tosse sparuti tra i letti a castello erano stati sufficienti a spezzare più volte il sonno del ragazzo stretto sotto la sua coperta di lana sottile. Quando poi, di giorno, avrebbe prestato le spalle al sole il ricordo di quella trapunta puntente sarebbe stato asfissiante. In quel momento però, con il torpore nei calzini e lo stomaco già di sotto in sala mensa si sentiva come galleggiare nuovamente nel ventre materno.

Il gallo aveva cantato e qualcuno nella camerata si era già preoccupato di aprire le finestre mentre l’odore intenso dell’orzo tostato si faceva strada su per le scale di legno. Gero era convinto che se solo il sapore fosse stato come l’aroma allora le giornate avrebbero avuto un tono diverso. Ma lui dal basso dei suoi ventidue anni non poteva neanche conoscere il delizioso caffè di cui tutti gli adulti parlavano incessantemente. Le poche scorte rimaste erano sicuramente ben stipate nelle cambuse private delle famiglie e per un bracciante agricolo l’idea di poter anche solo annusare quella bontà extra sikana era finanche ridicola. Un giorno però era accaduto; Gero stava zappando le aiuole del giardino subito dietro la finestra della cucina, socchiusa, nella casa patronale e per un rapido ma intenso attimo le sue narici erano state aggredite da un profumo celestiale. Era un odore denso, così grasso da rendere difficile il respirarlo. Sapeva di tostatura ed energia. I Torretta in fondo erano affiliati alla famiglia di Palermo, gli Alcàmo, ma il ragazzo non li credeva comunque così potenti da avere del caffè tra le loro scorte. Avrebbe voluto sporgersi per guardare all’interno della stanza, ma il timore di essere sporco di terra lo aveva fatto voltare rapidamente per tornare a piegarsi sulla zappa: la sagoma di Gaetana era apparsa da dietro la tenda socchiusa e lui ne ebbe vergogna; come sempre la visione della ragazza era stata preceduta da un altro odore pungente, quello della zagara, il profumo che la avvolgeva. Prima di distogliere lo sguardo Gero aveva appena avuto il tempo di vedere una tazzina tra le mani della giovane.

«Che te ne pare?!» aveva chiesto una voce che il ragazzo sapeva essere quella del padrone di casa, don Concetto.

«È buonissimo papà, grazie!»

«Buon compleanno picciridda mia!»

Era stato così che Gero aveva scoperto in che data fosse nata la padrona dei suoi sentimenti. Ventotto maggio. Tra tutti i giorni dell’anno in cui la bambina avrebbe potuto sgusciare fuori dalla pancia di sua madre aveva scelto proprio quello, e per giunta nel mese che tutti veneravano come un secondo capodanno.GLR

Un anno era quasi passato. Gaetana tra sei giorni avrebbe compiuto il diciottesimo compleanno, la Sikania il decimo.

Gero si alzò dal letto e, tra gli spifferi della notte fresca appena trascorsa, prese a vestirsi di fustagno smarrendosi nei pensieri, assalito come era dal riuscire a trovare un modo per poter regalare qualcosa a quella perla dagli occhi neri che gli aveva rapito i pensieri.

 I problemi erano fondamentalmente due: Il primo, riuscire a donare qualcosa alla figlia del padrino senza farsi scoprire dallo stesso e secondo, non per importanza, rimaneva il fatto indubbio che Gero per la ragazza era e rimaneva soltanto uno dei braccianti agricoli della foresteria e di conseguenza poco appena più palpabile di un fantasma.

Il ragazzo non era un tipo da lasciarsi prendere dagli eventi; aveva reagito bene alla perdita del lavoro dei suoi genitori e fino a quel momento stava reggendo ottimamente la propria esistenza, solo che resistere continuamente alle mani del destino che gli stringevano la gola diveniva via via più difficile. Apparteneva ad una categoria sociale di poco superiore alla merda, con i suoi genitori entrambi ex impiegati statali. Se c’era una classe da evitare allora essa era proprio quella che innocentemente e solo allo scopo di pagarsi di che vivere era stata al servizio del ladro Italiano. Era stato inutile per il giovane Ruggero Rabbanti cercare un lavoro; l’iscrizione alla lista di collocamento e l’ingresso in un podere furono pressoché automatici al compiere dei suoi sedici anni.

Di risparmiare grana non se ne parlava e tantomeno di aspirare a raggiungere un qualche seppur minimo scatto di carriera. Era prassi che, almeno fino a che il suo giovane corpo glielo avesse permesso, si sarebbe dovuto occupare delle mansioni più pesanti inerenti alla coltivazione dei campi. Si rammaricava soltanto di non essere nato dalle parti del mare: almeno lì ai ragazzi inoccupati era consentito di scegliere la pesca come lavoro sociale alternativo mentre nell’entroterra le uniche opzioni rimanevano i campi o la pastorizia. Gero non ne aveva voluto sentire di pascere le pecore in giro per le colline, anche perché conoscendo come andavano le cose la mansione alla quale sarebbe stato addetto un giovane sarebbe stata sicuramente la cura delle stalle con tutto quello che ne susseguiva.

Aveva diciassette anni quando varcò per la prima volta l’ingresso di un podere, ma all’epoca si era trattato di un misero caseggiato in montagna a Kamarat adibito alla coltivazione dei fastuchi. Adesso invece prestava servizio già da quattro anni negli sconfinati campi di grano amministrati dalla famiglia Torretta di Lalia, nell’entroterra palermitano.

Cosa quindi, del nulla che possedeva, avrebbe mai potuto regalare Gero alla figlia del don se non il suo cuore privo di valore?

Forse c’era dell’altro però.

Quando, durante la sua infanzia, il mondo non finiva oltre lo stretto di Missina, il ragazzo aveva studiato la tecnica dell’intaglio guardando alcuni filmati su internet. Era certamente portato a farlo dal momento che aveva imparato presto. Quell’arte se la era portata d’appresso anche tra le montagne piene degli alberi di fastuco ed infine era ancora con lui durante i lunghi pomeriggi roventi trascorsi all’ombra delle pergole aspettando che il sole mollasse la presa dai campi.

Sembrava quasi vera la statuetta alla quale lavorava ormai da mesi: una ragazza dai lunghi capelli al vento con in mano un mazzo di fiori di campo. Nei tratti del viso ricordava incredibilmente Gaetana ed inoltre emanava lo stesso profumo dal momento che Gero, per lavorare meglio il legno, usava ammorbidirlo con l’olio essenziale alla zagara che alcune ragazze producevano nella sua stessa masseria.

Se quello allora era il regalo, rimaneva il problema del come farlo avere alla ragazza. Per quanto don Torretta non fosse un capo clan, si trattava pur sempre del padrino di Lalia e pertanto la sua masseria era sempre ben frequentata da picciotti armati e gente d’onore che si occupava dei controlli merci.

Mentre il ragazzo faceva colazione con i biscotti caldi ed il caffè d’orzo, realizzò tutto d’un tratto che la lunga attesa era quasi finita. Per la festa della Liberazione da Roma, giorno ventotto, avrebbe per forza dovuto trovare il modo di far arrivare la statuetta alla ragazza.

Il biscotto alle mandorle faticò a scendergli giù per l’esofago, mentre la porta della foresteria si apriva facendo entrare una faccia nuova. Era un uomo sulla quarantina, troppo adulto per essere un disoccupato.

Eccone un altro” pensò Gero versando del latte caldo nel caffè d’orzo.

Un viso alieno non significava necessariamente che il nuovo arrivato fosse un lavorante ma era altresì vero che oltre ai responsabili della masseria gli estranei non entravano negli alloggi.

In quella dependance vivevano già sedici ospiti ma contando i venti letti presenti in camerata si capiva che c’era spazio a sufficienza per altri impiegati. Gero ne aveva visti tanti di lavoratori avvicendarsi nei quattro anni che stava a servizio dai Torretta ed era sicuro che per quanto fosse “anziano” per il lavoro pesante, quell’uomo appena entrato fosse lì per restare.

«Baciamo le mani» salutò senza troppa enfasi «posso?» chiese a Gero dal momento che il primo posto vuoto nell’enorme tavolata era proprio quello di fianco a lui.

«Certo. Baciamo le mani.»

«Sarino, piacere! Pizzo non pagato. No perché tanto è la prima domanda che si faranno tutti» spiegò l’uomo mentre si levava la coppola mostrandosi completamente calvo «Avevo un salone da barba; le cose non andavano bene e non ho potuto pagare il pizzo per sette mesi.»

«Gero. Disoccupato. I miei erano statali.»

Il nuovo arrivato serrò le labbra come se avesse udito lo scoppio di una pistola.

«Minchia, mi dispiace!» era risibile come da dieci anni a quella parte gli statali e i loro parenti venissero trattati come dei lebbrosi «ma tutti e due?!»

«Si, tutti e due»

«Da quanto stai qui tu? Posso?» non aspettando nessuna delle due risposte l’uomo prese dei biscotti di mandorla dal piatto cercando con lo sguardo dove si trovassero le scodelle per la prima colazione.

«Quattro anni. Le tazze le trovi dentro quel mobiletto.»

Gero di solito era un ragazzo socievole e ben disposto verso il prossimo, ma in quella mattina qualcosa nel comportamento di quel tizio lo stava seccando. Forse la troppa esuberanza o finanche l’invidia per come quell’uomo affrontava l’essere stato deportato alla masseria; era sereno, come se venire arrestato dai picciotti e trascinato a lavorare la terra fosse una naturale tappa della vita.

Il ragazzo non ebbe neppure il tempo di finire le sue elucubrazioni quando entrò Pino “u nicu” il responsabile dei lavori nei campi. Era il figlio più giovane di don Concetto e per quanto condividesse il patrimonio genetico con Gaetana, non avrebbe potuto esserle più dissimile. Si trattava di un metro e mezzo di sikana cattiveria contornata da pelle olivastra e profonde occhiaie nere come a sottolinearne la stirpe: un mafioso.

«Gero, oggi ti porti u straniu a Roxiura. Iniziate la potatura delle pere. Se non è capace gli insegni tu.»

Il ragazzo abbassò la testa remissivo. Non serviva rispondere a “u nicu” poiché l’unica replica che aveva senso era il “sì”.

 

 

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