La settimana di… Gilberto Landolina

Oggi presentiamo ai nostri lettori un racconto inedito di Gilberto Landolina di Rigilifi  intitolato “La città fantasma”, una novella introspettiva dove la fantascienza si sposa con un triste destino aberrante.

La città fantasma

(dalla raccolta inedita “Oltre lo specchio Oscuro”)

L’aria fredda, violenta e selvatica, gli stava mangiando i polmoni bruciandoli con il suo sale umido dal sentore di pesce marcio. L’uomo provò ad aprire gli occhi, a muovere timidamente anche un muscolo, ma non sentiva il dominio sulla sua stessa carne. Non ricordava nulla, neppure il suo stesso nome, anche se in quel frangente riteneva inutile conoscere quale trenino di lettere lo avesse contraddistinto nell’esistere, mentre l’ignoto più cruento lo chiudeva tra le sue fauci.

Paura. Cos’altro avrebbe mai potuto provare un essere senza nome in balia del niente piegato dal respirare aria marcia e salmastra?

Un rumore da lì a breve sfamò le sue orecchie: il crepitio tipico del legno sottile che viene spezzato da una scarpa scortese.

«Chi c’è?» chiese, rendendosi conto che la voce gli usciva lenta, come rarefatta dall’atmosfera ignota.

Stanco dello sforzo di aver parlato si lasciò andare, abbandonando nuovamente i polmoni al sale. Dormì per millenni, o forse solamente alcuni istanti, prima che il chiarore rossastro del tramonto gli regalasse la vista del mare, fermo come olio, subito sotto la banchina dove stava disteso.

Del suo nome neppure un accenno, ma almeno il corpo adesso rispondeva ai suoi comandi quel tanto che bastava per abbozzare un grido di aiuto il quale nacque solamente per abortire in un rantolo.

Un uomo, vestiti e capelli unti dall’umidità fetida di rancido, da solo sulla banchina di un porto scevro di imbarcazioni e di vita; l’ultimo prigioniero di una galera diroccata.  Non sbarre dietro lui ma alte palme opache, come appassite ai raggi di un crepuscolo che non accennava a mutarsi in notte né anacronisticamente a sorgere in alba.

L’uomo si alzò in piedi, avvertendo dietro sé soltanto il fruscio che produssero i suoi abiti strisciando sul cemento della banchina. Poco distante da quello che era stato il suo giaciglio, una cassetta di legno di quelle che solitamente contengono la frutta, versava ridosso ad una panchina spezzata sul fondo. Ecco cosa aveva causato il rumore di legna sfaldata, un indecifrabile tempo prima.

«Dove mi trovo.»

A rispondergli non venne nessuno, né il vento né un grido di gabbiano, allora provò a ribattere da solo ai quesiti che la sua mente attonita continuava a porre.

“Dove mi trovo?” Facile rispondersi quanto difficile accettare il responso. Si trovava su di una banchina di un porto limitrofo ad un piccolo centro abitato. La purpurea luce del finto tramonto gli consentiva di vedere bene le case, i balconi chiusi e le saracinesche abbassate dei negozi. Non una lampada accesa, non un’ombra lesta nel fuggire via dalla coda del suo occhio. Era solo, indubbiamente solo tra un marciapiede di pietre levigate e il mare.

“Conosco questo posto?” No, con la caparbietà di un uomo dai pensieri offuscati era certo di non essere mai stato in quel luogo in tutta la sua vita. Nulla gli pareva familiare né tantomeno confortante, anzi quel palcoscenico chiaroscuro suggeriva finanche disagio alla sua pelle contratta in miliardi di puntini ruvidi.

“Come sono finito qui?” Non che gli importasse davvero, ma comunque non seppe rispondersi poiché prima della puzza di acqua salmastra la sua vita era un enorme buio senza fine.

Privo di un vero scopo diede un passo, un altro ed un altro ancora, riusciva a camminare agevolmente e adesso i muscoli rispondevano ai suoi ordini senza dolere. Arrancando verso una palma non molto distante si appoggiò al tronco così che per la prima volta poté rendersi conto di cosa egli fosse; la luce di quell’eterno crepuscolo aveva reso possibile assistere all’orrore della sua mano priva di contorni, sfumata come un acquerello dimenticato sotto una sottile pioggia d’aprile.

Istintivamente provò a guardare quanto del suo corpo gli fosse possibile scrutare: non indossava vestiti, né intimo, né scarpe. La sua figura era solamente una macchia antropomorfa dal vago colore di carne umana. Come in un riflesso condizionato le sue mani finirono sul viso, ma il tatto non gli rivelò nulla di importante; sentiva i connotati sotto i polpastrelli ma ovviamente non riusciva a giudicarli.

Credette che quel riverbero solare gli sarebbe stato sufficiente per provare a scorgere la sua immagine nell’acqua del mare. Con un rapido balzo tornò sulla fascia più estrema della banchina e provò a sporgersi verso le acque.

Non la sua immagine ad aspettarlo, ma un dettaglio che lo fece trasalire: L’acqua era ferma, immobile. Il mare era increspato da miliardi di piccole pieghe ma esse rimanevano statiche, congelate.

Poco più in là, una scala in muratura, consentiva di discendere fino al livello del mare. L’uomo smarrito la scese, voleva sentirla tra le dita quell’acqua salmastra che gli aveva punto i polmoni. Ma quando l’ebbe toccata non poté fare a meno di ritrarre veloce il braccio in preda allo sconforto. Non si trattava di acqua: era aria. Il mare che lo separava dall’orizzonte era solo un’immagine, uno spettro sinistro ed ingannatore.

«Aiuto» gridò dirigendosi quindi verso la vetrina di quello che pareva essere un negozio subito dietro la schiera di palme. Sentì quasi di aver sbagliato nel gridare, poiché la quiescenza di quel luogo imponeva rispetto, ma comunque il suo urlo era caduto nel vuoto senza richiamare alcuna attenzione.

Non appena arrivato alla bottega provò a guardare attraverso i vetri, la poca luce non gli consentiva di vedere l’interno del locale, come del resto illeggibile era anche l’insegna. Ebbe l’impressione di trovarsi come dentro ad un dipinto, dove tutto è delineato e perfetto solamente finché si rimane nella linea di prospettiva decisa dall’artista. Forse allora in quel quadro assurdo il suo posto era l’ì, smorto sulla banchina a due passi dalla cassettina di legno frantumata.

Quel dettaglio gli fece accendere l’immaginazione: prima, mentre ancora non riusciva a vedere, il rumore del legno che si frantumava era stato netto, segno che qualcosa o più probabilmente qualcuno lo aveva rotto. Non era solo.

Si guardò intorno decidendo di continuare la sua inutile perlustrazione in direzione di una palazzina verniciata di un colore acceso che la faceva spiccare più delle altre. Si scoprì guardingo mentre la suggestione del suo ragionamento precedente lo faceva voltare nervosamente con il timore e la voglia di vedere qualcun altro.

KLANG

Un rumore annoiato si era fatto strada tra le case fino ad arrivare al suo orecchio. Somigliava ad una persiana che si chiude, un innocente suono di una intimità riappropriata. Uno di quei rumori che nel mondo vivente viene ignorato come le pulci su di un cane randagio ma lì, dentro quel palcoscenico, debuttava come un attore mitologico intento nel donarsi alle scene.

Malgrado si fosse trattato di un suono certamente non umano, era pur sempre la prima coltellata che il silenzio riceveva dopo il legno rotto e tanto bastò per invogliare l’uomo a cercarne la fonte.

Una strada buia, soglie chiuse, finestre smorte.  Camminarvi dentro non gli diede le stesse impressioni conferite dall’idea del farlo. Dapprima spaventato a lasciare l’area del porto, adesso procedeva sicuro tra quei portoncini anonimi e le buche per le lettere dormienti. La forza d’animo proveniva da un sentore profondo, quasi infuso nel suo conscio: l’oramai certezza che quel posto per quanto maligno all’apparenza, fosse in realtà un suo vecchio conoscente rivisto dopo intere ere e del quale purtroppo aveva dimenticato il nome.

Da in fondo alla strada una fontana di pietra catturò la sua attenzione. Aveva bevuto lì, in un pomeriggio assolato di agosto, quando stanco dopo una corsa si era lasciato andare alle coccole dell’acqua fresca; impossibile però capire quante vite prima fosse accaduto.

Un cortile alla sua destra invece gli fece venire in mente l’odore dei fiori estivi, quelli che i pescatori regalavano alle mogli nel giorno della festa del mare. Si avvicinò, ma come temeva dentro i vasi, subito posti davanti ad una porta vi era solamente terra dal pungente odore di muschio.

L’uomo si ricordò; ricordò di non ricordare. Seppe con certezza di aver vissuto tra quei mucchietti di cemento armoniosi per infiniti attimi in un tempo indefinito e forse finanche illogico ma, da qualche parte nell’infinito manto di stelle della storia, quei luoghi erano stati suoi e oramai perduti.GLR

Ancora frastornato dalle rimembranze, un guizzo netto come un pugno lo riportò alla realtà del luogo misterioso: in fondo alla strada, vicino la fontana di pietra un’ombra lo stava fissando.

Perché poi lo avesse pensato non gli fu chiaro. Poteva benissimo non guardare lui o finanche non guardare affatto visto che di quella macchia scura sconnessa non era visibile nulla, la si distingueva solamente poiché il suo essere presente sulla scena fendeva i contorni della fontana, coprendoli.

L’uomo si paralizzò. L’ombra allora alzò lentamente un braccio, come in segno di saluto, ma i giorni che le ci vollero per compiere il suo gesto lo resero inqualificabile; si trattava di un richiamo o di un saluto? Lo spettro oscuro voleva invitare al suo cospetto oppure preferiva mantenere la distanza, lasciando alla riverenza il suo scopo più antico?

Lottando con la semi oscurità che lo avvolgeva, l’uomo corse verso il miraggio, lasciando dietro sé i fruscii e i rumori sordi prodotti dai suoi piedi nudi che si conficcavano sull’asfalto.

«Aspetta!» gridò disperato quando si rese conto che la distanza che lo separava dall’apparizione era troppa per non consentirle di scappare oltre un arco in pietra posto all’inizio di una strada laterale.

«Ti prego aspettami», ma ella non lo ascoltava o forse era proprio quello il suo disegno, la sua sciarada: condurlo dove solo le antiche vie senza nome giacevano morte, avvinghiate ad una piazzetta vuota dove una bicicletta dall’aspetto fragile lo aspettava, ferma sul cavalletto giusto in centro al piccolo slargo.

Dell’arcano non vi era più traccia, ma era palese quale fosse stato il suo scopo: condurlo fino a quel datato trabiccolo.

Manubrio ricurvo, sella in duro legno e raccordi privi di marce. Un modello di bici piuttosto antiquato. L’uomo poteva giurare che fosse finita distrutta cadendo giù dalla scogliera. Il cavalletto aveva ceduto ad un colpo di vento, così che il ciglio della strada era divenuto l’attimo che separa un posteggio sicuro da una parete rocciosa a picco sul mare.

Nei suoi ricordi quella era stata l’ultima volta che aveva visto la sua bicicletta, masticata da un’onda impietosa, bavosa di spuma.

Istintivamente pensò di salirvi sopra per verificare, con il suo corpo indistinto, se quel ferro e quella gomma fossero stati davvero gli stessi che lo avevano accompagnato in quella infanzia che non era certo di aver avuto.

Che emozione trovarsi ancora una volta sospeso da terra, libero come il vento tra quei vicoli grigi e scoscesi. Doveva per forza essere la sua vecchia bici quella che cigolando sommessamente scorreva in discesa verso la periferia. L’uomo non si preoccupava di guidare, era il mezzo a trasportarlo, regolando la velocità in prossimità delle sconnessioni tra una pietra del lastricato e l’altra, finché le comode strade di città finirono lasciando spazio ai campi assonnati carichi di spighe nere che, al buio del crepuscolo, figuravano come marce. Erano le grandi piantagioni a nord del centro abitato, ci sarebbero volute ore a raggiungerli nel mondo vero, ma in quella bolla di irrealtà, pochi erano stati i minuti sulla sella.

La bicicletta tremò investendo un sasso, l’uomo aggiustò il suo peso compensandolo a destra, ma il mezzo come se incollato ad un binario invisibile decise diversamente, lasciandosi scorrere tra il grano in direzione della fine del campo.

Egli improvvisamente ricordò di come oltre quel terreno vi fosse nuovamente il mare, la zona chiamata “Salto della Rondine”. Ma frenare o rovinare giù tra gli scogli acuminati non fu una sua scelta, poiché ad una manciata di metri dal dirupo si ritrovò fermo in piedi come se mai fosse stato seduto sulla bici, la quale proseguì invece la sua corsa folle. Non un rumore scaturì dalla sua caduta, non il suo telaio tra le onde alte ed immobili. Forse non vi era stata mai, o magari era ancora nella piccola piazza giù in paese ad aspettarlo.

«Niente è mai veramente perduto, il tempo continua a girare immobile su sé stesso. Ritornerà.»

Un pozzo di pietra poco distante stava servendo da sedile per l’ombra misteriosa vista poco prima in città. Adesso parlava. Lo faceva con una voce femminile priva di eco, sussurrata ma ben distinguibile tra il nulla del tutto intorno.

«Chi sei?» l’uomo corse tra le spighe sicuro che quella volta non gli sarebbe stato impossibile raggiungere un fantasma immobile.

«Tipico degli uomini chiedersi chi siano gli altri, ben prima di conoscere sé stessi.»

Il pallido sole malato, fermo sulle acque in lontananza, fu sufficiente allora per rischiarare i tratti dell’ombra misteriosa. Si trattava di una raccapricciante figura umana color della carne, all’apparenza nuda ed irriconoscibile, poiché in viso le mancavano i tratti somatici di un essere umano. Le sue mosse lente e gentili insieme al suo tono di voce ne suggerivano l’appartenenza al genere femminile ma le sue impalpabili fattezze rendevano il tutto più complesso.

«Allora dimmi chi sono io» Rispose secco l’uomo rimanendo timoroso a debita distanza dal fantasma.

«Anche questo fa parte del fare umano. Non sapete chi siete finché qualcuno non ve lo mostra. Pittori ciechi. Musicisti sordi. Vivete di parole riflesse, lontani dalla realtà delle cose; sempre pronti a cucire vestiti sopra le bugie che vi conquistano la fantasia. Io so chi sei, ma rimango incapace di spiegarlo.»

«Cosa vuoi da me allora?» ruggì infastidito l’uomo.

«Nulla. Anche se basandosi sulla tua visione delle cose non ti appare chiaro, sei stato tu a venire a trovarmi. Dovrei essere io a domandarti “cosa vuoi?”»

«Dove ci troviamo? Questo almeno posso saperlo? Credo di conoscere questo posto, forse un tempo abitavo qui, da bambino.»

«Sei a casa. Chiama così l’ambiente che vedi. I nomi sono per gli ottusi privi di immaginazione. La scogliera a picco sul mare, il porto antico, la cittadina con le strade accoccolate su sé stesse. Tu sai benissimo dove sei: è casa tua. Chiamarla Itaca, Arcadia o Trempton non cambierà la sostanza di quello che vedi.»

«Ma è una città fantasma! Che fine hanno fatto le persone, gli uccelli. Dov’è acqua del mare, la vita?»

L’essere indefinito scese dal pozzo con un balzo lento, come il muoversi del fumo di un camino ed evitando con dovizia di ridurre la distanza tra lui e l’interlocutore, si incamminò lieve verso il precipizio finendo poi per lanciarvisi dentro.

L’uomo rimase fermo a guardare, oramai intontito da qualunque cosa quella visione avesse voluto comunicargli. Poi ne riudì la voce. Voltandosi vide che era tornata. Adesso stava alle sue spalle, confusa come sempre ma ben ritta e stabile.

«Hai ragione, non c’è neppure l’acqua nel mare.»

L’ombra fece un cenno con il braccio così che l’uomo capì che per avere altre risposte avrebbe dovuto seguirla lungo la strada sterrata che lunga si staccava dal campo di grano per incespicarsi sul fianco di una roccia ferita da gradini e corrimani.

«Quella è la Rupe, da lì si può vedere tutta l’isola.»

«Hai ricordato di essere su di un’isola, che altro?»

«Si. Sono nato qui, ho passato la mia infanzia tra questi luoghi. Anni interi di cui ho perso il ricordo»

«Nulla è mai veramente perduto se lo si fissa nella propria memoria; come la tua bicicletta. Tornerà quando il tempo si sarà riavvolto su sé stesso e comunque ere prima che esploda per rinascere.»

«Sento la materia intorno» rispose l’uomo cercando di non inciampare tra i sassi sconnessi che lastricavano la salita «ma non riuscirei a dire se tutto questo sia reale o meno.»

Il fantasma non rispose, non diede neppure l’impressione di averlo udito, anzi accelerò il suo passo evanescente salendo sempre più in alto.

Qualche gradino scheggiato più avanti, le domande dell’uomo sarebbero aumentate, ma allo stesso tempo avrebbero perso di importanza, smorte come le candele della festa a notte inoltrata.

Dai brandelli di ricordi che gli ballavano tra le meningi, dalla Rupe avrebbe potuto vedere l’isola; la città fantasma che si era lasciato alle spalle e il mare impassibile fino alla linea del tramonto. Quello che vi trovò invece lo lasciò senza fiato, impotente ed esausto spettatore del tempo.

«Cosa sto guardando?»

«Tutto» rispose il fantasma «ma in modo che tu possa comprenderlo.»

In piedi sulla parte più alta della Rupe l’uomo prese a guardarsi intorno. Mille e mille mondi si stagliavano sotto il suo sguardo: città deserte, spiagge morte, montagne infinite alte quasi a carezzare la punta della Rupe e foreste vergini congelate nel raggio di un battito di ciglia. Il sole solamente rimaneva quel pallino rossastro incerto sul nascere o morire che era sempre stato fin da quando l’uomo aveva aperto gli occhi sulla banchina. Miliardi di possibilità sotto i suoi occhi ed una sola domanda a quel punto, la più importante: «Sono morto?»

«Vorrei risponderti di sì» rispose con voce greve il fantasma «ma non lo sei, almeno non come intenderesti tu la morte. In questo attimo di infinito sei solamente una aberrazione, vittima della furia cieca che hai inseguito per tutta la vita. Mi hai chiesto di dirti chi sei?! Ti rispondo adesso; sei un errore.»

Gli infiniti squarci di mondo che si avvistavano dalla rupe, presero ad alternarsi lentamente mentre l’uomo sopraffatto dalla veduta avrebbe finanche voluto cavarsi gli occhi dalle orbite pur di non scrutare ancora l’infinito, disgustato dalle quelle vastità aliene al suo scibile.

«Sei un uomo. Sei nato, hai vissuto, ti sei nutrito della Terra tua madre ed infine hai smesso di dipingere.»

«Ero un pittore?»

«Si, tutti lo siamo. Ognuno usa i propri strumenti ovviamente. Tu, ad esempio, quando eri giovane usavi la bicicletta per tracciare i chiaroscuri delle tue giornate, poi ella finì giù in mare e tu cominciasti a stancarti del dipingere. I tuoi strumenti così divennero la riga e il compasso.»

«Ora mi ricordo! Studiavo, ero intelligente, colto. Il primo in ogni cosa.»

«Primo?» chiese la voce seriamente curiosa «cosa vuol dire primo? Eri un uccello ma hai mollato il volo, cominciando ad eccellere in piccoli balzi fini a sé stessi. Come tutti eri un soldato dell’eterno ma hai preferito diventare il comandante di una cella.»

«No, io ero… sono un ricercatore. Ho passato anni e anni sui libri, ho affinato le mie doti. Non puoi sminuire così la mia esistenza.»

«Se eri così speciale, dimmi, come sei finito qui? Le tue scoperte a cosa ti stanno servendo adesso?»

L’uomo non rispose, sempre più confuso dall’inesorabile arrotolarsi delle vedute tutt’intorno.

Per quanto quel saccente spettro cominciasse a dargli fastidio, non poteva dargli torto in alcun modo; qualsiasi traguardo avesse raggiunto nella sua vita, la sua scienza diventava polvere al cospetto dell’infinito. Inutili le formule quanto i disegni geometrici graffiati sopra fogli asettici. A quanto pareva la sua vecchia bicicletta era stata capace di scalfire la tela della sua esistenza con maggiore veemenza di anni e anni di conoscenza.

«Perché hai detto che sono una aberrazione?»

«Per risponderti. Prima che tu riesca a ricordare ciò che sta’ per sgorgarti dentro.»

L’uomo ricordò. Ne ebbe dolore.

La sua casa era stata davvero quella remota isola. Era nato quando ancora lampi su per il cielo preannunciavano pioggia e non la fine di un’era. I suoi genitori tra le memorie lo chiamavano Eon, ma il suo nome come aveva detto il fantasma non significava più nulla. Chi era stato piuttosto? Studente dotato, uomo giusto. Nel dipinto della sua esistenza i chiari sicuramente superavano gli scuri.

Aveva lasciato l’isola con l’avanzare della sua sete di sapere, rapito dai segreti del cosmo e votato come un monaco allo svelarne il più possibile. Ecco quando aveva smesso di dipingere consentendo ai suoi pennelli di mutare in regoli e squadre. L’isola si era persa nel tempo ed insieme ad essa le voci ed i colori. Il tempo per amare era semplicemente corso via, sguizzatogli dalle mani come un pesce che non si arrende al doloroso amo della irreale realtà.

Il suo genio, l’intelletto sopraffino che lo aveva accompagnato fin da bambino, alla fine aveva regalato i suoi frutti a quello sterile campo dove egli lo aveva piantato: la scienza.

I fulmini a quel tempo erano già divenuti presagio di morte, come del resto la Terra tutta, una scialuppa sfiancata dalle battaglie. In quegli anni, dentro il vortice dell’esistenza, Eon aveva scoperto ciò che abusivamente chiamò “Globi magnetici individuali” o per semplicità G.M.I; un nome davvero deduttivo quando si è consapevoli di cosa cela esso.

L’uomo era riuscito ad individuare il più grande segreto relativo al funzionamento del cervello umano e lo aveva fatto lontano dai clamori cicaleggianti dei canali di informazione. La sua scoperta non avrebbe in alcun modo cancellato le saette maligne dai cieli grigi, ma poco importava; non era compito suo.

La missione che si era deliberatamente affibbiato invece consisteva nel riuscire ad estrarre ed imprigionare un G.M.I. per dimostrarne l’esistenza.

Invisibili ovviamente ad occhio nudo, i “globi magnetici individuali” erano rimasti nascosti fino dall’alba della civiltà umana. Si trattava di onde sferiche magnetiche tenute insieme dal cervello e custodite all’interno dello stesso cranio. Sulla bocca di tutti da sempre, eppure invisibili ed impalpabili, almeno prima che Eon riuscisse a mettere a punto “l’estrattore”, un marchingegno in grado di sradicare un G.M.I. dal cervello ospitante per poi provare a carpirne tutti i più reconditi misteri.

Secondo i suoi studi, subito dopo sarebbe stato persino in grado di reinserire il globo all’interno del cervello sorgente, ma ovviamente quel passo ricadeva ancora nelle mere teorie.

Nessuno aveva voluto fare da cavia per l’esperimento. Chi per paura e chi per incredulità, ma nessuno si sentì mai così sicuro da farsi estrarre quella che per millenni si era chiamata “anima”.

Eon invece non aveva paura. Non ne ebbe quando si sdraiò sul lettino del suo laboratorio e non ne provò quando “l’estrattore” vibrò sinistro.

Ne aveva adesso, davanti lo spettro impietoso.

«Ci sono riuscito! Ho estratto il G.M.I. dal mio corpo.»

Come se quel ricordo avesse rotto la magia della Rupe, il panorama si ripiegò su sé stesso fino a scomparire del tutto lasciando al suo posto la tetra e smorta visione dell’isola crepuscolare.

«Vero, il tuo esperimento ha funzionato, sei riuscito ad estrarre l’anima da un corpo vivente. Hai toccato l’intangibile. Hai palpato con la tua scienza qualcosa che scienza non è.»

«E cosa sarebbe allora? Religione? Misticismo?»

«Arte. L’anima è la tela sulla quale avresti dovuto dipingere la tua vita. Ed invece, ecco cosa hai fatto?! Guardati intorno: questa città fantasma è la cosa più bella che vi è rimasta impressa. Un mondo agonizzante privo di vita, una prigione dove impazzire parrà essere l’unico baluardo contro la follia. Molti impedimenti etici sono posti non come limite alla vostra mente, ma come argine al male che nascerebbe dalla loro rottura.»

«Ma io ho elaborato la tecnica del reinserimento! I miei colleghi saranno ad un passo dal riportarmi dentro il mio corpo. Metterò tutto a posto.»

«Non ci riusciranno invece. Il tuo G.M.I., come ti piace chiamarlo, è scomparso dalla tua dimensione appena un secondo dopo la sua estrazione. Sei il primo essere umano che smette di vivere per privazione dell’anima.»

Il fantasma tradì una certa nota di soddisfazione in quella spiegazione, come se avesse provato un sadico piacere nel darla.

La sua figura eterea adesso imponeva rispetto, incuteva timore.

«E adesso?» bisbigliò Eon cadendo in ginocchio, sperando di riuscire a farsi nascere delle lacrime dagli occhi.

«È l’adesso.»

«Che ne sarà di me?»

«Vivrai in questo mondo acerbo. Solitario attore tra le spire di quel serpente che sarebbe dovuto essere il tuo empireo.»

«Non può esistere una punizione tanto crudele!» gridò l’uomo trovando finalmente lo sfogo nel pianto «uno sbaglio nella vita non può condizionare l’infinito. Questa è crudeltà.»

Lo spettro tacque per lunghi secondi, come un boia incerto sul calare o meno la scure.

«Quella tua bicicletta poc’anzi; ricordi cosa ti ho detto? Niente è perso, il tempo continua a girare immobile su sé stesso. Se i tuoi ricordi riusciranno a mantenersi saldi, potresti ancora essere in tempo per dipingere la tua tela. Ci vorranno ere ed ere anche solo per ricostruire il profumo di un fiore, ma tra questo e l’impazzire, confido che sceglierai per il meglio.»

L’apparizione cominciò a sbiadirsi confondendosi con il buio del crepuscolo immutato ed Eon sentì un forte dolore in quello che un tempo era stato il suo petto, poiché sapeva che ella era l’ultimo anelito di vita con la quale avrebbe potuto interagire da lì ad un infinito oltre.

«Ti prego» biascicò «dimmi almeno chi è stato ad accogliermi in questo incubo! Chi sei tu?»

«Una pittrice» rispose l’ombra sparendo del tutto «dipingo pittori.»

Un sentito grazie al gruppo dei Decibel

per avere cantato di questo luogo facendomi venire voglia di scriverne.

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