La settimana di… Gilberto Landolina

Tratto da: “Benvenuti a Delfinia” capitombolo 2 – Niente in comune

Sai quante cose ci sono da fare dentro una casa che è stata disabitata per anni, mio caro Raimondo? Io non lo sapevo prima di trovarmici dentro. Spalancai tutte le finestre, le porte e ogni altra cosa di apribile ci fosse in casa per poter intanto mandare fuori quell’orribile odore di chiuso, poi come da bisogno primario dell’uomo mi diressi verso il serbatoio dell’acqua e ne attivai il motorino per mandarla in circolo. I signori Ango mi avevano avvisato che il comune di Delfinia non li aveva ancora forniti di allaccio alla rete, ma che per soprassedere, io avrei trovato nei recipienti ancora un po’ di prezioso liquido.

Aprii la botola sul pavimento della terrazza per assistere solamente allo spettacolo di ragni e mosche che giocavano ad acchiapparello lì dove avrei dovuto invece vedere l’acqua. Pazienza, infondo da qualche parte dovevo pur cominciare a sistemare le cose: così salii in macchina e mi diressi verso il Comune, come ogni buon cittadino che si rispetti, per formalizzare una richiesta di allacciamento.

Era mezzogiorno, a Bologna sarebbe stata ora di punta per gli uffici ma a Delfinia nella piazza principale mancavano solo John Wayne e Giuliano Gemma per una sparatoria in stretto stile western. Quello che stavo guardando era l’ingresso del Comune, non potevo sbagliarmi, le scritte erano chiare sulla facciata con lettere alte almeno mezzo metro accompagnate dal delfino simbolo isolano e dal motto del blasone ‘Delfiniotus sum ergo non curo’.

Entrai e capii fino in fondo cosa significasse trovarsi sul set di un film dell’orrore. Mi sembrava di essere finito dentro un livello di Silent Hill: non c’era un’anima viva. Girai entrando a caso negli uffici che andavo trovando ma più camminavo più mi sentivo fuori posto. C’erano PC accesi, borse sulle sedie e ronzii di luci a neon che torturavano il silenzio più assoluto.

«C’è Qualcuno?» chiedere ad alta voce tediò così tanto il silenzio che mi sentii quasi in colpa.

Tacchi. Tacchi sulle scale! Bingo, pensai, non sono ancora morti tutti. Una impiegata in giacca grigia mi veniva incontro noncurante della mia presenza quasi come se ci trovassimo in una sorta di giostra medioevale.

«Buongiorno mi scusi… » provai a parlarle.

«No, no, no io sono solo di passaggio!» rispose seccata.

«Ma non c’è nessuno?» chiesi deciso a non mollare la mia preda.Benvenuti a Delfinia

«Lei vede qualcuno?» insolenza distillata in parole.

Non feci neppure in tempo ad incazzarmi per la sua maleducazione quando ella, evanescente, scomparve nei viluppi dei corridoi desertici.

Aspettai fermo come una statua per alcuni minuti, sperando di captare come un pipistrello alcune vibrazioni nell’aria. Poi tacchi di nuovo, ma ne riconoscevo purtroppo la cadenza: era quella signora gentile come un bruto che mi aveva sfanculato poco prima.

«Ancora qui sta’ lei?» dolce come un limone acerbo.

«Non ho ancora trovato nessuno, dove dovrei essere?»

«Ma che cosa vuole?» sfumature di muriatico misto a veleno nella voce.

«Devo richiedere l’allaccio alla rete idrica.»

«Che?» chiese stranita.

«L’attacco all’acquedotto.»

«Ah! L’acqua! Lei non ha l’acqua a casa?»

“No; ce l’ho; ma trovavo simpatico chiederne ancora per passare del tempo.”

«No signora, direi di no.»

«Allora parli con il signor Rosario Iarso dell’acquedotto» rispose in tono pratico come se avesse scoperto le Americhe mentre Colombo si trastullava a cincischiare.

«E in quale ufficio lo trovo?»

«Secondo piano quarta porta a destra» ripose già assente mentre andava via.

Salii al secondo e scoprii con mia grande sorpresa che si trattava di un’ala dell’edificio del tutto uguale a quella sottostante, con i medesimi uffici vuoti e le stesse luci a neon vibranti. Entrai nella stanza indicatami ma del signor R. Iarso trovai solamente la giacca appoggiata alla sedia.

“Ci sarà stato un allarme bomba evidentemente.”

«Chi cerca lei?» una voce sgradevole alle mie spalle mi fece sentire nuovamente fuori posto, era un ometto magro ed emaciato con il viso tirato a funerale.

«Rosario Iarso, acquedotto»

«Non c’è non lo vede?» mi domandai se avere le palle girate fosse un prerequisito vincolante per essere assunti al Comune di Delfinia.

«Si, ma dove dovrei cercarlo?»

«Per che cosa lo sta cercando?»

“Ufficio acquedotto, beh! sicuramente avrò bisogno di lui per una bistecca al sangue e del buon Sangiovese.”

«Mi serve l’allaccio alla rete idrica.»

«Allora deve parlare con lui.»

“Ma dai?! Non con Harry Houdinì?”

«Si metta alla fine del corridoio e lo fermi se passa per le scale, sarà andato al bar.» si allontanò così velocemente che non feci neppure in tempo a spiegargli che per quanto ne sapevo io Rosario Iarso poteva fisicamente essere un drago verde con dei pallini azzurri. Capii perché c’erano degli sgabelli logori nel pianerottolo delle scale; servivano ad aspettare l’impiegato comunale di turno intento nello scappare dal cittadino. Avevo sentito parlare di assenteismo in Remotia, ma non era quello il caso, lì si parlava direttamente di decontaminazione nucleare degli uffici municipali.

Aspettai per una mezz’ora abbondante nel più totale silenzio degno di una abbazia Trappista prima di venire a mia volta disturbato da passi lenti provenienti dal piano di sotto; aspettai qualche minuto per vedere dalle scale una testa calva che avanzava.

«Mi scusi, Rosario Iarso?»

«Chi lo cerca?» l’uomo calvo passò da camminare al sospettare in modo fulmineo.

«Mi chiamo Punti, avrei bisogno di un allaccio alla conduttura idrica»

L’uomo mi sorpassò senza neppure guardarmi in viso dirigendosi verso l’ufficio acquedotto, vi entrò e dopo un paio di minuti esclamò a gran voce «entri allora, che sta aspettando?»Petronio Martedì

«Iarso?» chiesi entrando, rassicurato dalla targhetta sulla scrivania ‘R. Iarso’

«Si sono io, allora? Mi diceva di un allaccio alla rete idrica?»

«Si, mi sono appena trasferito e vorrei accedere all’acqua»

«Lei non ha acqua in casa?» era serio.

“No, curiosamente non ce l’ho e perciò la richiedo; che fatto goliardico vero?”

«Evidentemente no.»

«Ma casa sua è raggiunta dalla conduttura idrica?»

“Non saprei ma per scoprirlo… guarda un po’, potrei chiedere all’ufficio acquedotto!”

«In che via abita?»

«Via dei Magazzini 80/A.»

«Vicino il lungomare?» chiese accigliandosi.

«Si, subito sopra il bivio.»

«Impossibile! Lì ci abita Arroghini!»

«Si lo so, sono i miei vicini di casa» non lo avessi mai detto. L’impiegato mi guardò con cipiglio squadrandomi dalla testa ai piedi. Credo che se solo fosse stato kriptoniano mi avrebbe persino fatto i raggi X.

«Vicino gli Arroghini? Ma non ci sono case vuote vicino loro!»

«Non proprio vicino, è il versante nord della stessa villa.»

Mi fissò ancora, curioso come se fossi stato io a sparare a Kennedy.

«Ah! Ed ha comprato quindi?»

Mi domandai cosa ci fosse di sbagliato nel richiedere l’allaccio dell’acqua a casa propria e mi tenni pronto all’evenienza di aver puntata in faccia una lampada da tavolo.

«Stamane.»

«Quanto l’ha pagata?»

Sgranai gli occhi incredulo! Me lo stava chiedendo davvero!? Quel perfetto sconosciuto si era spogliato nudo per farsi una nuotata nei cazzi miei prima di rivestirsi e tornare al lavoro?!

«Mi perdoni ma è rilevante?»

«No, chiedevo tanto per chiedere» si era rabbuiato, poverino

«Comunque la zona è servita dalla rete idrica, adesso apro una pratica facciamo il tutto. Lei è venuto qui per l’estate?»

“Interrogatorio parte seconda.”

«No, veramente mi sono trasferito.»

«A Delfinia?!» era esterrefatto.

 “No, a Beverly Hills vicino la villa di Elizabeth Taylor.”

«Già.»

Si strinse nelle spalle e cominciò finalmente a riempire i moduli per la mia piccola richiesta innocente. Ci mise quasi un’ora a saturare quelle cartacce con una velocità che ricordava da vicino quella di un bradipo cerebroleso; quando ebbe finito mi venne in mente che visto il mio essere già lì potevo anche richiedere i documenti nuovi.

«L’ufficio anagrafe?»

«Cosa deve fare?»

“Accidenti ricomincia… ”

«Dovrei chiedere la residenza qui, a che sono in comune… »

«Ultimo piano, terza porta a destra»

«C’è qualcuno in ufficio?» domandai, visti i precedenti.

«Ovviamente, certo che c’è qualcuno.»

“Naturale, che stupido sono stato a chiederlo!”

Dovevo però ammettere che l’impiegato aveva ragione, dietro la porta da lui indicatami vi erano davvero degli ‘indefessi lavoratori’: si trattava di due omini vetusti e smagriti, sull’orlo della pensione, i quali sonnecchiavano seduti dietro le loro scrivanie come Geremia e la Cariatide, i gestori nel negozio di fiori dei fumetti di Alan Ford. Mi parve quasi sgarbato svegliarli.

«Salve, avrei bisogno di chiedere la residenza»

Quello più vicino a me si svegliò di soprassalto ma fece di tutto per camuffarlo

«Dove?» domandò.

“Sempre a Beverly Hills 90210 California, accanto la Taylor.”

«Delfinia, via dei Magazzini 80/A.»

«Si è trasferito qui?»

“No, adoro richiedere documenti falsi e scappare: è una zingarata in stile Amici Miei.”

«Ha comprato casa?»

«Si, ho comprato casa in via dei Magazzini 80/a, giusto stamattina, e vorrei chiedere la residenza visto che ho preso la decisione di viverci, tutto l’anno ovviamente.» speravo di essere stato quanto più esaustivo si potesse essere per evitare altre domande idiote che includessero la definizione italiana del termine casa e la composizione chimica dei mattoni adoperati per il costruirla.

«Lei si chiama?»

«Petronio Punti.»

L’impiegato più lontano da me, che si era risvegliato nel pieno della mia conversazione con il collega, si alzò e prese da un vecchio armadio in legno un faldone polveroso che iniziò a sfogliare con la solerzia di una tartaruga terreste anziana. Non capivo cosa stesse cercando, credo non lo capisse neppure il suo collega, ma lo lasciammo fare tanto per ammazzare il tempo, che come mi aveva detto la sera prima quella signora con gatto nella portantina ‘scorreva lentamente’.

«Punti… Punti» cercava tra le pagine «qui è tutto sballato. Dalla A alla L e poi dalla L alla Z… dov’è la P??» chiese al suo collega.

Trattenni una risata a stento, no, sicuramente avevo capito male. Non poteva essere che quell’omino tanto simpatico non sapesse l’ordine alfabetico.

«Dove è stata sempre Fofò: tra la O e la Q» rispose l’altro seccato.

Allora avevo capito bene, l’impiegato più sonnacchioso dell’ufficio anagrafe di Delfinia non sapeva l’ordine alfabetico. Sai cosa mi dispiaceva Raimondo? Che nessuno mi avrebbe creduto mai se lo avessi raccontato, e anche tu adesso so che mi stai dando dell’esagerato, ma ti giuro: è successo veramente e io avrei tanto voluto godermi quella scena al cinema e ridere ma non essere lì presente a trattenere il fiato per non vomitare sogghigni. La mattinata non era stata delle migliori; solo non capivo che era della settimana che avrei dovuto preoccuparmi. Tornai a casa e mi lasciai andare sul letto caldo, preferendo la finestra chiusa per evitare possibili introduzioni in camera mia da parte del troll che mi era apparso sulle scale. Era finita la prima giornata in ‘paradiso’.

 

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