La settimana di… Sandro Orlandi

Cari lettori del nostro blog, eccoci arrivati alla settimana di Sandro Orlandi. Presentare l’autore di oggi non è semplice poiché poche righe non bastano a riassumere la poliedricità della produzione e la Sua personalità. Romano, medico ospedaliero, iscritto alla SIAE per la sezione OLAF e come compositore melodista trascrittore, ha al suo attivo la composizione di due CD di brani musicali. La prima pubblicazione con Antipodes è il romanzo intitolato “Il popolo delle stelle” 2014 con cui ottiene il Premio Giovane Holden Lucca ma si dedica oltre che ai romanzi (Fuoco blu 2015, Il volo del cigno 2016),a racconti (I.V.G. 2014, Calma di vento 2015) ed alle poesie (Frammenti 2015 – Finalista “Premio Carta e Penna 2015”).

Denominatore comune di tutta la produzione è la spiccata sensibilità e la delicatezza con la quale vengono trattati temi complessi quali la vita, la morte, la vecchiaia e le bellissime immagini di copertina realizzate appositamente dalla pittrice (ma anche scrittrice e poetessa) Maristella Angeli.

Quanto c’è di autobiografico nei Suoi protagonisti?1801201620413640

Credo che qualunque autore metta se stesso nei suoi personaggi, è inevitabile, e lo considero più che normale. Perciò nei miei romanzi, ma anche nei racconti, poesie e perfino canzoni, finisco per immedesimarmi non meno del lettore che legge quello che ho scritto. Ogni personaggio rappresenta una parte di me, piccola o grande, sempre. Solo così alla fine la narrazione prende corpo e risulta plausibile. Le cose che dico e descrivo devono avere un riscontro oggettivo e per questo c’è bisogno di viverle, prima di tutto per me che le scrivo. Alla fine dovrà essere come vedere un film, anche se è solo lettura.

Quindi sì, sono un prete, un carabiniere, un assassino, una donna, un bambino, un serial killer e perfino un pedofilo, tutto, ma… pronto poi a tornare quel che sono davvero, ovvio. Altrimenti non mi diverto e se non mi diverto io il lettore si annoia.

Qual è, fra i Suoi, il romanzo al quale si sente più emotivamente legato?

Tutti sono, come dire, miei figli, mie “creature” e anche questo penso che sia normale. In tutti cerco di dire quello che penso e che sento circa l’argomento che mi sta a cuore e che costituisce il motivo per cui sto scrivendo. Perciò mi ritrovo nel maresciallo Vincenzo Tuttobene, vero e proprio mio alter ego, ma anche nei protagonisti e non protagonisti dei miei racconti, a cui tengo moltissimo, perché al contrario di ciò che pensano in molti sono narrazioni serie, impegnative ed avvincenti, quanto i romanzi. Ma devo riconoscere che il romanzo a cui più mi sento emotivamente legato è “Il volo del cigno”, dove per la prima volta ho potuto esprimermi su argomenti quali la politica, la società, la città di Roma dove sono nato e vissuto per quasi sessant’anni e analizzare certi eventi più che noti da un’angolazione diversa, la mia appunto. Ne risulta quindi un’altra verità, discutibile forse, ma pur sempre da considerare. Anche la storia d’amore che c’è nel romanzo è diversa dal solito, perché lo sono i personaggi che animano la narrazione. In fondo nei miei scritti ciò che desidero più di ogni altra cosa è stimolare chi legge a riflettere, magari sorridendo di tanto in tanto, e meglio ancora, naturalmente, se qualcuno alla fine riesce a condividere ciò che esprimo.

Molti autori scrivono in un luogo ben preciso, alcuni mentre viaggiano, altri ancora in mezzo alla gente ad esempio al bar o in un parco… Lei invece dove ama comporre i Suoi romanzi?

Scrivo ovunque. Mi è capitato di prendere appunti mentre facevo tapis roulant in palestra, ovviamente interrompendo un attimo per scrivere, ma anche mentre facevo la fila alla posta, in macchina fermo al semaforo, o magari al cinema, tra un tempo e l’altro. E siccome non sono previdente abbastanza da portare con me agende o block notes, spesso scrivo su qualunque cosa, scontrini, fazzoletti di carta, depliants pubblicitari o quelli di una mostra che sto visitando. Insomma non c’è un luogo preciso: quando mi arriva l’idea cerco e devo buttarla giù se posso, anche se difficilmente me la potrei dimenticare. Naturalmente sono consapevole che agli occhi degli altri, cioè di chi in quel momento mi osserva fare queste cosa devo sembrare… uno strano, ma ci rido sopra e via. Ovviamente però il posto dove di solito mi è più congeniale scrivere è a casa, dove la concentrazione è massima. Anche al parco ho provato ma è un ambiente troppo dispersivo e poi la Natura mi piace troppo e mi distrarrei facilmente a guardare le cime di un albero, un passerotto, una margherita o il cielo.

Come è stato passare dalla prosa alla poesia?

Veramente è con le poesie che ho cominciato, anche se quando l’ho fatto non mi rendevo certo conto di quel che facevo. Avevo diciassette anni e frequentavo il liceo. Un giorno qualunque, ma che ricordo bene per lo stato d’animo del periodo, mentre ero in classe, ho scritto “una cosa” che solo dopo ho concluso fosse una poesia. E’ stato un es-primere nel vero senso della parola, cioè un tirar fuori qualcosa che era dentro di me e che mi faceva star male. Ma di poesie in quel momento non capivo proprio niente. Neanche mi piaceva la letteratura italiana allora, ed ero su un pianeta tutto mio, lontano anni luce dal pianeta Terra. Comunque ho continuato a scrivere poesie perché dopo stavo meglio. Le trascrivevo in bella su un quadernino celeste che avevo trovato chissà dove e che… ancora ho con me! In tutto un anno. In tutto una sessantina di “pensieri” come li chiamavo all’epoca. Li ho sempre tenuti chiusi in un cassetto e nessuno, ma proprio nessuno mai li ha letti. Ero ben adulto quando li ho fatti leggere a qualcuno, cioè a colei che sarebbe diventata mia moglie. Poi la vita s’è fatta difficile e io annaspavo. Sono arrivati periodi molto problematici da vivere e ho cominciato a scrivere canzoni (avevo già una figlia di tre anni). Ma era ancora una volta un es-primere alla mia maniera e nessuno, stavolta neanche mia moglie, ha sentito quelle canzoni se non quando, quasi otto anni dopo sono cominciate ad essere un po’ troppo numerose (circa settanta) e non capivo cosa dovessi farne. A quel punto già che c’ero mi sono iscritto alla scuola di musica di Testaccio a Roma, ho frequentato per un paio d’anni un gran maestro di chitarra (il mio strumento), ho cominciato a incidere alcuni miei brani e a partecipare a concorsi vari. Ma qui di anni ne erano passati già di più. Solo dopo, rendendomi conto che le mie canzoni erano a volte delle poesie, a volte dei racconti, ho deciso di provare a scrivere davvero. Ed è venuto fuori il primo raccontino. Tenero, scritto a matita mentre ero alla spiaggia, in settembre, in ferie con moglie e figlia. A quello ne sono seguiti molti altri, tutti diversi per diversi stati d’animo (nel frattempo c’erano stati sconvolgimenti apocalittici in famiglia) e solo alla fine, quando avevo all’attivo circa duecento racconti, ho iniziato la sfida del mio primo romanzo, ma di anni ne erano passati ormai una quindicina dall’inizio ed ero iscritto alla scuola di scrittura Omero di Roma. Ecco, ho finito per vuotare il sacco, come si dice, e raccontare la storia della mia vita. Gesù, non ve la prendete, chiedo scusa se vi ho annoiato con cose che forse non c’entravano niente con la domanda iniziale, ma prometto che a quella dopo scriverò di meno.

Nei suoi libri tratta spesso temi “spinosi”: politica, eutanasia, aborto, fede. Ha mai temuto critiche a causa delle Sue posizioni?

Di tutte le domande questa è quella che preferisco. Temere critiche? Anzi, le do per scontate. Dipende però da chi arrivano. Se i criticoni sono i soliti benpensanti allora le considero positive, se invece vengono da persone che rimangono dubbiose allora il confronto può diventare arricchimento. Siamo talmente abituati ad agire, pensare e parlare secondo i canoni del “non sta bene”, a cercare sempre l’approvazione altrui, a preoccuparci di ciò che può dire di noi “la gente”, che non siamo mai noi stessi e non siamo liberi di esprimerci. Ma alla mia età, mentre sto scrivendo il mio romanzo, con i personaggi che io ho inventato, devo poter raccontare la realtà così come io la vedo, non come gli altri pretendono che sia.  Il senso di quello che faccio, al di là del bisogno di esprimermi come ho già detto, sta nel presentare la quotidianità vista da altri punti di vista, diversi da quelli “normali” e accettati dalla maggioranza senza starci a riflettere. Come ho già detto prima, io vorrei stimolare chi legge a pensare o a ripensare, ad analizzare e considerare fatti, persone, luoghi in un modo differente da come si è abituati a fare, abbandonando finalmente i luoghi comuni e la morale precostituita. Se poi, pur sapendo di avere una visione spesso non comune, trovo qualcuno che condivide quel che penso e sento, be’, è il massimo. D’altra parte scrivere dei soliti drammoni interiori da telenovela, o degli intrecci di corna e avventure sessuali morbosi e scandalistici non mi interessa proprio. Se non  avessi più niente da dire smetterei di scrivere.

2 pensieri su “La settimana di… Sandro Orlandi

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