La settimana di… Sandro Orlandi

Buon martedì, cari lettori. Oggi Vi proponiamo un racconto intitolato E’ MIO FIGLIO! (tratto da Calma di vento). Ce lo presenta lo stesso autore, Sandro Orlandi:

“Ci sono tante forme di solitudine. Forse ciò che di più temiamo e tentiamo di evitare, ovviamente dopo la morte, è proprio il rimanere o il sentirsi soli, abbandonati al nostro destino, come recita un famoso luogo comune. Può essere solo un periodo di isolamento, magari dovuto a cause a noi sconosciute, o qualcosa che è andato storto e ci ha destabilizzato al punto di sentirci come una  barca alla deriva. Ma certamente la solitudine interiore è la peggiore di tutte, quella che, come spesso si dice, ci fa sentire soli in mezzo alla gente, o quella che, messe da parte le attenuanti e le false convinzioni della società, tipo “fatti coraggio, la vita continua” ci assale una volta che torniamo a casa. Chiusa la porta dietro di noi ci sentiamo investiti da un vento gelido per cui non c’è riparo.

E di solito è la vecchiaia che offre molti esempi di questo tipo di solitudine.”

 

E’ MIO FIGLIO!

Erano tutti molto gentili.

Quando sono arrivato una giovane ragazza, un’infermiera credo, mi ha accompagnato da Daniele prendendomi sottobraccio. A dir la verità mi stringeva un po’ troppo, così mi è sembrato, come se avesse paura che scappassi via, o che cadessi. Certo ormai non cammino più tanto bene e si vede, ma non ho certo bisogno che qualcuno mi sostenga, a meno che non ci sia un pericolo. Ad ogni modo mi ha portato da lui. Mio figlio era in un letto particolare che non avevo mai visto. Era grande e con un sacco di comandi elettrici a fianco. Sapete no? Con quei comandi che fanno di tutto: alzano, spostano di lato, solo la schiena, ora la testa e così via. Poi aveva un monitor (mi pare si chiami così) sopra la testa che faceva il tipico rumore del cuore. Daniele sembrava dormire. 79Infatti non si è accorto che ero arrivato. Ho capito subito che era per le medicine che stava così. Ho fatto l’infermiere sotto le armi e qualcosa ne so. A dir la verità non ero veramente infermiere. Io aiutavo soltanto, ma certe situazioni, certe facce, certi momenti me li ricordo ancora, anche se sono passati…sono passati… beh, accidenti! Sessantasei anni? Dio mio! Comunque me li ricordo ancora, sì. Per questo mi sono un po’ preoccupato quando la signorina, sì insomma, l’infermiera giovane e carina, gli si è avvicinata e, scuotendo la testa, ha interrotto il flusso della flebo. Ma che ne so io, in fondo faccio il falegname, cioè, lo facevo, e quindi, mi sono detto che non era certo perché non ce ne era più bisogno. Forse, mi sono detto, era perché dovevano cambiargliela. Comunque Daniele dormiva. Mi sono avvicinato e gli ho detto “Dani, papà è qui con te… va tutto bene. Mi senti Dani?”

Era per le medicine che stava così, infatti non mi ha risposto. E’ rimasto immobile. Allora mi sono ricordato di quando giocavamo insieme alla guerra. Lui faceva il nemico ed io quello che gli aveva sparato. Lo so che di solito un padre e un figlio non giocano a queste cose, ma a Dani piaceva tanto. Così lui si lasciava cadere a terra e io gli urlavo: “alzati sporco tedesco, alzati che voglio ucciderti di nuovo” ma lui rimaneva immobile, fino a che non gli veniva da ridere e si alzava. Ecco.

A un certo punto però è arrivato un dottore anziano. Non come me, più giovane certo. Avrà avuto una sessantina d’anni. Mi prende per un braccio e mi fa: “Signor Clementi, venga, venga con me.”

Io volevo restare con Dani, volevo essere lì quando si risvegliava, ma lui mi voleva per forza portare via da lì. Alla fine gliel’ho detto: “no dottore, io resto qui, con mio figlio. Voglio essere vicino a lui quando si sveglia. Vede dottore, è lui che pensa a me ormai, da quando la mia Ester se n’è andata, è lui che mi è sempre vicino. Mi coccola come fossi un bambino. E’ tanto caro e perciò ora voglio stargli vicino. Se si sveglia e non mi vede si sente solo, ne sono sicuro. Certo lo so che non è più un bambino, ha quasi cinquantanove anni, ma non vuol dire sa? Siamo rimasti soli lui ed io ormai. Non abbiamo più nessuno che badi a noi.”

Quel dottore mi sorride, un po’ tristemente, e mi dice che ormai Dani non ha più bisogno di niente. “Vede?” mi fa “vede il monitor?”

E io vedo che non c’è che una linea, e il battito del suo cuore… ma sono le medicine…

”Sono le medicine vero dottore?”

Sono tornato a casa. L’infermiera, tanto cara, oltre che carina, mi ha voluto a tutti i costi accompagnare e, non ci crederete, ha voluto addirittura farmi la camomilla, quella che Dani mi preparava tutte le sere prima di mettermi al letto. Ero tanto stanco e così ho subito chiuso gli occhi. Prima di addormentarmi però ho pensato che sono davvero tutti molto gentili in quell’ospedale, tanto. Ma domani vado a riprendermi il mio Dani. Ora basta tenerlo lì. Sta bene ormai ed è ora che esca. Ce ne andremo via insieme e magari… perché no? Lo convinco ad andarcene al mare, sì, a vedere le barche al molo, come piace a lui e come piace anche a me. Sì: domani vado e me lo porto via… me lo porto via… con me!

    E’ veramente un gran bravo ragazzo Dani, credetemi.

    E’ mio figlio!

2 pensieri su “La settimana di… Sandro Orlandi

  1. Sandro Orlandi riesce a far vivere i personaggi, ci permette di entrare nella loro vita, nei sentimenti ed emozioni che, inevitabilmente ci coinvolgono facendoci partecipi della loro vita.
    Un racconto toccante, emozionante, che rivela il talento dell’autore.
    Complimenti!

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