La settimana di… Michele Protopapas

Buongiorno a tutti i lettori del nostro blog, oggi Vi proponiamo il racconto intitolato “Oggetti” vincitore del “Premio 50 e più” e classificatosi al secondo posto al “Premio Città di Livorno”

OGGETTI

 Plumbe era un oggetto e gli oggetti non parlano. Ascoltano però. Il suono li attraversa e in tal modo decifrano i messaggi che portano con sé le onde sonore. Riescono a percepire anche vibrazioni di diversa natura e comprendere il linguaggio dei morti. Questi, coloro che una volta erano stati vivi, ma cui la morte ne aveva cambiato l’essenza, non smettono mai di parlare nel tentativo di comunicare con chi è ancora in vita, nonostante questi ultimi non possano udirli. 

In realtà le ombre dei defunti non riescono neanche a percepirsi a vicenda quindi, sebbene la Terra ne sia infestata da una quantità sterminata, queste presenze sono convinte di vivere nella più totale solitudine credendo che nessuno riesca a ravvisarle. I morti non sono quasi mai interessati agli oggetti, ma in realtà dovrebbero, non solo perché questi sono gli unici ad accorgersi dei loro lamenti, ma perché solamente impiantando la propria essenza all’interno della loro materialità (“impossessandoli”, secondo il linguaggio usato dai vivi) riuscirebbero a generare una simbiosi tra materia ed energia che li renderebbe nuovamente simili ai viventi e gli permetterebbe di comunicare con loro. Plumbe lo sapeva perché aveva visto la nonna di Jane impossessarsi del carillon della nipote e riusciva a farne partire la melodia all’improvviso per ciò che la giovane proprietaria interpretava come una disfunzione dell’oggetto, ma che era solo il tentativo della sua ava di entrare in contatto con lei. La “possessione” è, però, un segreto che in pochi tra i morti conoscono e, non potendo comunicare tra loro, spesso devono essere gli oggetti a trovare il modo di istruirli e invitarli al loro interno; questo, almeno, era quanto accaduto al carillon e all’anziana progenitrice della sua proprietaria.
Plumbe era un oggetto e gli oggetti non hanno il senso del tempo. L’usura agisce su di loro in maniera molto meno marcata di quanto fa con i corpi dei mortali ed essi vivono in un eterno presente dove tutto è immutabile e tutto dovrebbe restare tale. Solo i viventi riescono a variarne la condizione, creandoli, modificandoli o distruggendoli e forse per questo ne sono ossessionati e li adorano e li temono nello stesso modo in cui questi ultimi fanno con ciò che chiamano “Dio”: così come gli umani scorgono l’eternità nel loro Dio, gli oggetti intravedono il fluire del tempo nei viventi. Per Plumbe tutto sarebbe dovuto restare fermo a quando la sua padroncina Jane le confezionava vestiti di carta simili a quelli che indossava lei, le aveva tagliato e colorato di giallo i lunghi capelli viola per renderli simili ai suoi e con una penna le aveva persino disegnato un neo sulla guancia identico a quello ch’ella stessa aveva sul viso. La bambola era estasiata dall’assomigliare alla sua piccola proprietaria: vi era un che di sublime in ciò, qualcosa di ultramateriale che gli umani avrebbero potuto tradurre con “trascendente”; essere simili nell’aspetto al proprio padrone è il massimo riconoscimento per un oggetto o, almeno, lo era per Plumbe. Col passare dei mesi, però, le gambe e le braccia di Jane si fecero più lunghe, il suo volto in proporzione si rimpicciolì e i suoi occhi non sembravano più così grandi. In fin dei conti non era questo ciò che disturbava la bambola, quanto il fatto che la sua padrona aveva smesso di giocare con lei e la rilegava in un baule assieme alle altre cose che non utilizzava più. Chissà se anche i pastelli, i lustrini e i nastri per i capelli provavano gli stessi sentimenti per Jane? Ovviamente non avrebbero potuto dirlo giacché gli oggetti non parlano.
Plumbe era un oggetto e come ogni oggetto riusciva a muoversi. Certo, anche lei era inibita dalla luce. I fotoni con la loro natura bastarda a metà tra il mondo della materia (di cui sono fatti gli oggetti) e quello della pura energia (a cui appartengono, tra gli altri, i morti) hanno qualcosa che blocca i moti volontari degli oggetti e tiene separate le dimensioni dei viventi, delle anime e degli oggetti. Appena calano le tenebre, però, ogni oggetto cerca di muoversi come può: i mobili scricchiolano, le ante sbattono, le piante e gli alberi (di una strana natura intermedia, ma per molti versi più simile a quella degli oggetti che a quella dei viventi) sfruttano quella situazione per arrampicarsi verso il cielo alla ricerca dei fotoni perduti (tanto essi, invece, venerano la luce) e addirittura alcuni si spingono a battere coi loro rami alle finestre dei bambini più paurosi nella speranza di rubare un po’ del chiarore delle abat-jour che questi lasciano accese per evitare che si palesino i mostri che abitano sotto il loro letto. Effettivamente quello, assieme agli armadi, è uno dei luoghi dove più di frequente si rifugiano le anime dei morti per nascondersi dalla luce che per loro risulta abbagliante e assordante allo stesso tempo; forse che i più piccoli tra i viventi riescano in qualche modo a percepire tali entità di pura energia? Plumbe non poteva saperlo, ma in ogni caso a lei interessava solo Jane e lei ormai dormiva con le luci spente.
In virtù di quell’oscurità, quasi ogni notte Plumbe si arrampicava sul catasto di ninnoli che gremiva il baule e quando ne aveva raggiunto la cima sollevava il coperchio e si gettava giù, finalmente libera da quella prigione di legno. Lei era l’unica all’interno di quel baule a poterlo fare: aveva lunghe gambe e braccia resistenti, ginocchia, anche e gomiti totalmente snodabili e un baricentro ben posizionato che le permetteva di camminare agilmente sui suoi piedi piatti. Si arrampicava sul letto di Jane riuscendo ad accucciarsi sopra il cuscino a un soffio d’alito dal suo volto, allo stesso modo di quando era la ragazza a stringerla a sé prima di addormentarsi. Come allora la bambola guardava Jane dormire (gli oggetti, come i morti, non hanno bisogno della luce per vedere) e sarebbe potuta rimanere in eterno a contemplare la sua padrona, ma questa, ai primi raggi di sole che penetravano dalla finestra, si destava mentre la bambola s’irrigidiva. A differenza di quando era bambina, però, al risveglio Jane non la pettinava, ma le chiedeva, o meglio chiedeva a sé stessa: «Tu che ci fai qui? Non ti avevo messa nel baule? Mah, ora torni dentro subito!» Plumbe avrebbe voluto dire qualcosa (ma gli oggetti non parlano), muovere le braccia per mostrare a gesti la propria devozione (ma la luce del mattino le inibiva ogni movimento), quindi non le rimaneva altra possibilità che subire impotentemente l’esilio e tornare nel baule in compagnia degli altri oggetti dell’infanzia di Jane e dove, a volte, trovava riparo dalla luce l’essenza di qualche morto che si lagnava incessantemente, ignaro che gli oggetti potessero sentirlo e quanto a essi risultasse fastidioso. Probabilmente la sordità reciproca non fa capire alle anime quanto siano irritanti i loro lamenti.
Plumbe era un oggetto e gli oggetti apprendono. L’isteresi è la manifestazione meccanica di come essi portino memoria delle manipolazioni subite, tuttavia essi imparano anche da ciò che ascoltano e, dal buio del baule in cui era rinchiusa, Plumbe aveva appreso molto. Jane passava buona parte dei suoi pomeriggi al telefono chiacchierando con le amiche dei ragazzi che le piacevano, delle poesie che aveva scritto fantasticando su di loro e delle nuove esperienze fatte durante quelle sue prime uscite notturne. Plumbe non era gelosa dei baci che Jane raccontava di scambiarsi con John o Terry o Antony (il tipo di amore che nutrono gli oggetti per i viventi è più sublime e asettico di qualsiasi affetto possibile tra gli umani), ma da quelle conversazioni telefoniche carpì un segreto che avrebbe potuto sfruttare per riavvicinarsi a Jane, per sempre. Aveva sentito che la sua padrona teneva sotto il letto, nascoste dietro le pile di fogli del suo diario e delle sue poesie, le bottiglie di gin e di vodka per tutta la sua combriccola di amici perché, a differenza degli altri, i genitori di Jane nutrivano in lei la più completa fiducia. La ragazza aveva inoltre preso l’abitudine di fumare di nascosto, ma molte volte Plumbe, spiando dalla fessura che si creava quando sollevava il coperchio del baule dove era rinchiusa, l’aveva sorpresa affacciata alla finestra ad aspirare i fumi di quei bastoncini bianchi. Una sera Jane rincasò tardi. Entrò nella stanza barcollando, come accadeva ogni volta che usciva con la sua comitiva di amici, ma nonostante l’ebbrezza si sedette accanto al telefono e chiamò un’amica. Sussurrando per non farsi sentire dai genitori (ma Plumbe aveva un ottimo udito) le raccontò di come aveva passato la serata, di Mark che l’aveva accompagnata a casa e le confessò, ridendo, di aver paura che le potesse accadere di addormentarsi con la sigaretta accesa e tutti quegli alcolici sotto il letto: le lenzuola se si fossero inzuppate d’alcol avrebbero potuto prendere fuoco come una torcia e lei sarebbe morta bruciata come una strega. La bambola non sapeva cosa fosse una torcia, ma aveva appreso che l’accendino serviva a generare qualcosa chiamato fuoco e che quest’ultimo, se alimentato dagli alcolici, poteva uccidere; non era molto ma era abbastanza. Forse Plumbe avrebbe potuto attendere di saperne di più, ma non avendo il senso del tempo non sapeva che ci sarebbe stato un domani per imparare ancora.

Al termine di quella telefonata Jane spense le luci e s’infilò sotto le coperte. Appena la ragazza si fu addormentata Plumbe sgattaiolò fuori dal baule, con facilità afferrò l’accendino e trascinandolo con sé si diresse sotto il letto della sua padrona. Non fu per lei difficile svitare i tappi delle bottiglie già coricate così che il loro contenuto si riversasse sul pavimento e da lì impregnasse i fogli del diario e le coperte che, troppo larghe per quel letto, finivano per svolgersi sino al suolo ogni volta che la ragazza s’introduceva al loro interno. I panni sono oggetti amanti dei liquidi e quando ne vengono a contatto si avviluppano a essi in una sorta d’intimo abbraccio; alla bambola invece i liquidi procuravano un fastidio che un vivente avrebbe definito “repellenza”, e il sentimento doveva essere reciproco giacché le gocce dei distillati che le schizzavano addosso immediatamente scivolavano via sulla sua liscia pelle di plastica e tornavano sul pavimento dal quale poi risalivano verso il letto permeando le fibre delle coperte. Il piano di Plumbe era semplice e sul punto di realizzarsi: avrebbe “acceso” quell’alcol e si sarebbe generato il “fuoco” che avrebbe condotto la sua Jane tra i morti. A quel punto l’avrebbe invitata a entrare nella sua materia. L’aveva già visto fare al carillon, ma per lei sarebbe stato più facile: avrebbe mosso le braccia e a gesti avrebbe insegnato alla sua padrona come impossessarsi di lei. E Jane l’avrebbe guardata muoversi, non avendo più bisogno della luce per vedere, e di sicuro avrebbe accettato il suo invito. Probabilmente Plumbe non sapeva cosa sarebbe successo dopo, ma penso fosse convinta che era ciò che aveva sempre desiderato: divenire un’unica cosa con la sua padrona; pura energia dentro pura materia per qualcosa di simile alla “vita” o persino di più meraviglioso, comunque un’esperienza nuova ed eccitante.

Ormai tutto era pronto, bisognava solo azionare l’accendino. Non fu facile e sembrava che questo di proposito si ostinasse a non collaborare, ma infine dalla pietra focaia in cima sprizzarono fuori alcune piccole scintille che accesero il liquido sul pavimento generando delle fiamme, dapprima azzurre, poi gialle e rosse che avvolsero il letto in pochi istanti. Jane dormiva profondamente; si svegliò quando era troppo tardi. Plumbe si era allontanata quel tanto da poter vedere la sua padrona trasformare la propria essenza. Non credo che abbia provato pietà o dispiacere alle urla della ragazza: gli oggetti non hanno coscienza del bene e del male e li compiono indifferentemente (provate a chiedere al vostro coltello!). Dovette provare, invece, l’emozione che i viventi chiamano “sgomento” quando si rese conto che il fuoco emanava luce e che quella luce la bloccava. Immobilizzata non riuscì a farsi notare da Jane che ormai morta, ma accecata dalla luce (come tutti i morti) gridava di terrore vagando per la stanza come una falena attorno a un lampione. Quel sentimento di paura dovette trasformarsi poi in qualcosa di simile all’angoscia (ma molto più forte perché, mancando del senso del tempo, gli oggetti mancano anche della speranza) quando si accorse che i fotoni sprigionati erano così numerosi e così violenti che al contatto con la sua essenza plastica la facevano sciogliere, mutandone la sua natura in quella di un ripugnante liquido. Quando infine qualcuno spense le fiamme, Plumbe ritrovò il suo stato solido, ma non la sua forma: era ormai una macchia rosa a cui erano rimaste attaccate delle ciocche di capelli biondi e viola.

Il padre e la madre di Jane decisero di lasciare la stanza così come il fuoco l’aveva ridotta, anche perché giurano che lì dentro qualcosa si muove: sentono battere e il carillon parte senza preavviso. Nei primi giorni che seguirono l’incendio, Jane continuò a vagare per la casa gridando e cercando di farsi sentire dai suoi genitori, senza accorgersi di me, del carillon e degli altri oggetti che cercavano di catturare la sua attenzione. Per Plumbe dovette essere infinitamente penoso essere l’unica a non poter più muoversi, essendo per di più avvinghiata a quel pervertito del pavimento che da sempre (posso confermarvi che è vero) le aveva guardato sotto la gonna. L’ex bambola, inoltre, non saprebbe dire da quanto tempo perdura quella sua condizione disgraziata e neanche immagina che un giorno possa cambiare, poiché gli oggetti non hanno il senso del tempo.

Neanche io avrei potuto avere consapevolezza del presente e del passato, della mia essenza di oggetto, di cosa sono la vita e la morte e di molti altri concetti se la mia ex padrona non avesse notato i miei continui battiti e non avesse scelto di entrare in me, permettendomi in tal modo di comprendere il punto di vista dei viventi sulla natura. Io ero la sua macchina per scrivere, insieme avevamo scritto le pagine del suo diario segreto e molte poesie d’amore, mi era sempre stata fedele e non aveva mai voluto sostituirmi con un computer. Quanto mi mancano le sue dita sui miei tasti! Tutto avrebbe potuto continuare a essere bello e perfetto se quella stupida bambola non avesse appiccato l’incendio. Io mi sono miracolosamente salvata, ma tutte le poesie che avevo scritto assieme a Jane sono andate distrutte. Sembrava che tutto ciò che avevo contribuito a creare fosse perduto per sempre, ma quando Jane decise di impossessarsi di me sperai che avremmo potuto sfruttare quell’ultimo bruciacchiato foglio di carta che era rimasto caricato nel mio carrello per scrivere una poesia o un grande testo in prosa che sarebbe sopravvissuto a me e a lei. E invece voleva obbligarmi a scrivere una lettera per i suoi genitori. Che banalità! Ho dovuto cacciarla. Ho scelto di scrivere qualcosa che avesse un vero valore letterario, un racconto: la storia di Plumbe, di me e di Jane. Magari avreste voluto conoscere anche la versione della bambola e (ne sono certa), oca com’era, lei non avrebbe perso occasione per mettersi al centro dell’attenzione, ma ciò che resta di Plumbe è pur sempre un oggetto e, ormai lo sapete, gli oggetti non parlano. Alcuni però sanno scrivere.

 

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