La settimana di… Michele Protopapas

Oggi, cari lettori, pubblichiamo un racconto breve ed un brano entrambi tratti da “Incidenti di consapevolezza”

IL PROTAGONISTA

Luigi aveva appena finito di scrivere il suo ultimo romanzo. Fece un lungo respiro di soddisfazione ed estrasse dalla stampante quell’ultimo foglio per riporlo con cura in cima alla pila che stava lì accanto, tolse gli occhiali e distese le gambe sulla scrivania. Poi scattò in piedi in preda a un dubbio.

Cosa ho appena scritto?, si chiese.

Non ricordava più di cosa trattassero i suoi romanzi, neanche quello che aveva appena finito di scrivere. Iniziò nervosamente a controllare le pagine accatastate, ma erano tutte bianche, dalla prima all’ultima.

Chi sono? Perché non so nulla dei miei genitori? Perché non riesco ricordare il nome di nessun parente e di nessun amico?, continuava a domandarsi.

Conosceva però il suo nome, Luigi, e sapeva che gli era stato dato in onore di un certo Pirandello, ma non aveva idea di chi fosse costui. Era come se la sua memoria fosse stata cancellata, o meglio, che non ne avesse mai avuta una.

Cercando di mantenere la calma indossò nuovamente gli occhiali e si girò verso lo specchio: nessun volto, né barba, né capelli, né sopracciglia. Solo una sagoma maschile con gli occhiali. Sgomento si rifugiò in un angolo della stanza, ma non riusciva a mettere a fuoco la situazione, non era capace di partorire alcun pensiero, provava solo un grande vuoto. Quel suo stato confusionale dovette rasentare la pazzia poiché sentiva che dall’esterno qualcuno cercava di inculcare dei pensieri nel suo cervello. Ne era convinto: qualcuno insinuava nella sua testa lettere che diventavano parole prima e frasi poi, trasformandosi infine in suoni, voci e discorsi che riecheggiavano nel vuoto della sua testa. Più cercava di ignorarle, più quelle voci lo torturavano mutando in timbro e aumentando in volume. Infine Luigi si arrese e si aggrappò a uno di quei farfugliamenti per seguirne il ragionamento e improvvisamente tutto gli fu chiaro. Lui non era una persona reale, era soltanto il protagonista di un racconto e crudelmente l’autore, per mancanza d’idee più interessanti, decise di dargli progressivamente consapevolezza di ciò.

L’autore, inoltre, per pigrizia aveva deciso di scrivere un racconto molto breve e aveva ritenuto superfluo dare al suo personaggio altre connotazioni eccedenti il nome, il sesso e il mestiere.

Chiuso in quella stanza senza finestre della grandezza di una pagina, Luigi, come un burattino, eseguiva tutte le azioni che gli venivano imposte dall’autore e pensava solamente ciò che lui gli suggeriva. Ciò non lo distingueva dagli altri personaggi della letteratura, e in realtà neanche dagli uomini reali, ma, a differenza loro, aveva coscienza del suo stato di schiavitù.

«Ti prego, toglimi questa consapevolezza o almeno dammi una vita con un passato e con uno scopo!» chiese tra le virgolette di un discorso diretto, rivolgendosi al suo creatore. Purtroppo per lui l’autore era anche ironico. Luigi era uno scrittore e dunque riusciva a capire che non c’era più altro da dire sulla sua storia ed era arrivato il momento della fine. Ecco quindi che, come previsto, l’autore nascosto dietro a una tastiera decide cinicamente di mettere fine alla sua breve storia pigiando sul tasto del punto.

Incidenti di consapevolezza.jpg

RIFLESSIONE SUL CONCETTO DI VITA

[…] Margaret capì come in verità la scienza non è mai riuscita né a definire con inoppugnabile certezza non solo ciò che è vivo da ciò che è morto (ma che un tempo era stato in vita), ma neanche ciò che è vivo da ciò che non lo è mai stato e tutte le definizioni di vita che le erano state proposte adesso le sembravano in realtà fallaci. Mentalmente le riesaminò tutte.

La maggior parte della gente che aveva conosciuto era ancora ancorata al concetto vitalista di vita (di origini seicentesca) per cui la differenza tra organismi viventi e non viventi era talmente netta che i primi contenevano elementi governati da leggi fisiche differenti (come gli istinti o le emozioni) che istantaneamente terminavano con la morte dell’individuo vivo e il corpo una volta morto avrebbe obbedito alle sole leggi della fisica newtoniana e della chimica di base. Tutto ciò nonostante la scienza ottocentesca abbia dimostrato che l’organico e l’inorganico sono composti dagli stessi atomi che facilmente possono passare dallo stato organico a uno inorganico e che quella novecentesca abbia appurato che tutti gli istinti e emozioni non siano determinati che da ormoni ed enzimi governati dalle stesse leggi fisiche e chimiche della materia inorganica, talmente prevedibili da esistere opportune medicine, dette psicofarmaci, capaci di addomesticarli.

Per superare la definizione vitalista di vita e le sue contraddizioni, i biologi hanno quindi scelto di elencare le proprietà degli esseri viventi, quali crescere e svilupparsi, mantenere un ambiente interno diverso da quello esterno, avere un proprio metabolismo che spendendo energia chimica permetta loro di crescere e ritardare il decadimento, reagire agli stimoli, riprodursi, evolversi e, naturalmente, morire. Tale elenco però non riesce a separare nettamente tutti gli oggetti: i cristalli crescono, ma non sono vivi; allo stesso tempo alcuni batteri in determinate condizioni non crescono, non metabolizzano e non si modificano in alcun modo, ma non sono tecnicamente morti, perché il processo è reversibile. Anche la risposta all’ambiente non può considerarsi unica per i viventi in quanto è facile creare un programma di informatica che risponda agli input con degli output, pur non potendosi considerare vivo. La morte stessa non può essere utilizzata per la definizione di vita (nonostante l’insito paradosso di definire un oggetto tramite il suo opposto, perché a tal punto bisognerebbe creare una definizione precisa di morte senza usare il concetto di vita) poiché la medusa Turritopsis nutricula può alternare a tempo indeterminato la sua forma adulta e la sua fase giovanile e questa né invecchia, né muore, ma è viva. L’ultimo baluardo nella ricerca di una definizione di vita, fu quello proposta dai suoi colleghi astrofici nella ricerca di vita negli altri pianeti, ovvero l’esistenza di corpi capaci di memorizzare le proprie informazioni genetiche in molecole come DNA e RNA, da trasmettere alla prole al fine di adattarsi meglio a un ambiente che cambia. La scoperta della possibilità di creare in laboratorio ribozimi capaci di evoluzione darwiniana, ma certamente non vivi perché non aventi quasi nessuna delle altre proprietà caratteristiche di ogni essere vivente, ha messo fine a ogni tentativo di definizione di vita.

In definitiva, dunque, non esiste differenza tra ciò che è vivo e ciò che non lo è. Entrambi seguono solo la medesima legge fisica della massimizzazione della complicanza a discapito di quella cosa a cui gli scienziati hanno dato il nome di entropia. Ogni atomo si complica in molecole e queste in strutture sempre più complesse sino alla cellula e anche queste si complicano in apparati ed esseri viventi pluricellulari, il tutto rispettando il principio di minima produzione di entropia. Anche la morte deve essere una complicanza e un passare a un livello superiore. O meglio, non essendo definibili come entità a se stanti, non esistono né la vita né la morte (che sono solo concetti utilitaristici), esiste però qualcosa e quel qualcosa evolve verso qualcos’altro di più complesso benché l’individuo riesca a percepire solamente lo stato del proprio presente. Il tempo, quindi, è un concetto fittizio per orientare l’individuo all’interno di questo cambiamento di cui fa continuamente parte ma di cui lui vede solo lo stato della sua attualità e del quale Margaret, solo adesso e a causa delle sue mutate condizioni di individuo, iniziava a intuirne (ma non percepirne) l’estensione. Il mutamento delle cose è necessario, continuo e senza netti limiti di demarcazione: un uomo inizia a morire quando nasce e forse finisce di farlo quando nessuno ricorderà più chi egli fosse, mentre nel frattempo i suoi atomi si saranno già ricomposti in molte altre complicazioni necessarie e le generazioni umane si saranno susseguite mantenendo parte di lui in loro. L’obbligatorietà di questo mutamento fa sì che esso sia eterno, senza tempo, in quanto non può esistere un inizio o una fine se non all’interno di qualcosa a sua volta di più ampio. In quel momento Margaret percepì che eterna doveva essere anche la sua essenza e con le unghia della mano che ancora le rispondeva cercò di incidere qualcosa nel compensato del comodino accanto a lei, mentre già i suoi occhi avevano smesso di vedere ciò che si trovava all’interno della stanza.

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