La settimana di… Simona Burgio

Lasciamo questa sera la parola a Simona Burgio che ci parlerà di una delle sue grandi passioni: Il Vintage

I miei genitori sono sempre stati degli accumulatori seriali. A casa mia non ho mai sentito pronunciare la frase “non ci sta con l’ arredamento!” Oppure “…e dove lo mettiamo?”
La prima volta che sentii questa ultima frase, rimasi di stucco. Davvero, per me la normalità era “intanto compriamolo, poi un posto si trova” o “teniamolo è un ricordo/la moda torna/può servire”.

Credo che la mia passione per il vintage nasca da allora. Ero sempre attratta dagli oggetti antichi, ereditati da mio zio, o da mia nonna. Ricordo ancora un orologio a cipolla, con la custodia, in pelle verde, che mi fu regalato da mio zio stesso. Fu come mi desse un grosso tesoro. Lo conservai nel cassetto.
E uso ancora degli orecchini che le mie cugine mi regalarono “per giocare” quando avevo circa cinque anni. Sono anni ‘90 e non ci gioco… ci esco.
Conservare
Conservare è un altra peculiarità che appartiene a mio padre. Gli facevo regali, per i compleanni, o quando tornavo dalle gite scolastiche: “Bello questo me lo conservo se no si rovina,  lo conservo per ricordo…”
Per ricordo
Con il tempo sono un po’ riuscita a limitare questo suo vizio. Crescendo ho cercato, essendo anche io molto affezionata agli oggetti-ricordo, di staccarmene un po’, anche per viverli! Ma lui possiede ancora un porta sigarette Jack Daniel’s in pelle, intonso, nel cassetto dei calzini. Glielo presi per un compleanno, circa diciotto anni fa, abbinato ad un accendino. Non li ha mai usati, mai. Poi magari se ne ricorda e li cerca, se li guarda. Oppure se ne scorda, però l’importante è che inconsciamente sappia che sono là. In quel posto indefinito, perché per chi conserva tutto, è ovunque, in casa.

Io invece ho cercato di non viziarmi troppo, sono ovviamente un accumulatrice anche io, di antichità sopratutto. E cerco di fare la spavalda, se qualcosa si rompe mi dico “non è la fine del mondo, capita” ma dentro, dentro in verità ne muoio un po’. Sono fatta così, poi mi passa.
All’inizio del 2010, erano pochi anni che vivevo a Roma, avevo una sola amica che vestiva vintage. Amava  tutti i capi vintage: cappotti, camicie, vestiti, maglioni, tutto. Io invece sull’abbigliamento ero ancora un po’ schifiltosa: amavo l’oggettistica, ma l’idea di indossare qualcosa di qualcun’altra non mi esaltava affatto. Mi piaceva però la moda, la storia della moda, e il perché di alcune scelte, etc… e leggevo tanti libri di moda, anche perché a quel tempo frequentavo Scienze della moda e del costume all’università.
Roma mi ha aperto un mondo. Io venivo già da una tradizione fatta di ricami, uncinetto, corredo, specchi antichi, arabi, barocco… vintage d’altri tempi, Vintage siciliano!

Le nostre nonne, le nostre zie, i bisnonni anche, le nostre architetture, e i nostri bagni anni ‘60, le maioliche, i pavimenti, unni ti voti ti voti c’è vintage!
Ma Roma, con la sua tradizione di mercatini (che sono solo la punta dell’iceberg), in realtà ha molto di più: a Roma c’è la tradizione di una volta, i “giri della Roma bene” la “Roma di Prati” che è più sofisticata dei comuni “Pariolini”. E i grandissimi flussi di persone, sempre diverse, miste. Il suo essere “bastarda” in un certo qual senso, mi ha addomesticata!
Ho cominciato ad appassionarmi anche ai capi d’abbigliamento vintage, sopratutto perché c’è stato un mio cambio di stile. Da tanto mi balenava in mente di entrare nel “giro vintage”, lavorare in quel campo, apprendere. In un negozio vintage, di quelli belli tosti, quelli veri. Ogni volta che potevo cercavo se ci fossero posizioni aperte. Poi mi sono detta “perché non proporsi spontaneamente?”. Così ho mandato più di venti candidature spontanee, setacciando internet, appuntandomi i vari nomi dei negozi vintage della capitale.
È stato così che ho trovato una donna dalla quale ho imparato tantissimo. L’unica che veramente sapesse il fatto suo. Ex indossatrice, antiquaria e una passione sfrenata per la storia. Ho appreso come una spugna qualunque cosa da lei. Le basilari tecniche di restauro, il valore degli oggetti, come si fa una selezione e dove si fa. La storia delle sartorie, le firme quelle di una volta, il perché di alcune scelte di materiali in alcune epoche, e questo è solo un esempio. E la cosa più bella, era che apprendevo perché semplicemente stavo con lei. Nessuna lezioncina, nessun “adesso ti spiego”, si parlava, io più che altro ascoltavo. Ho raffinato le mie conoscenze portandole ad un livello più alto. È stato così che ho cominciato a vendere on line i capi che avevo, o che selezionavo io stessa andando in giro, o che mi davano le mie amiche.
Nel febbraio 2018 aprii un account su Depop.com, un app internazionale di vendita on line molto, molto cool! Ho cominciato ad avere qualcosina di vintage e molto second hand. Il team Depop selezionava spessissimo i miei capi in vetrina, e li metteva nella sezione “esplora”, che è la sezione in cui vanno i capi più belli, o particolari, e sono visti da tutti gli utenti del mondo. E poi dopo qualche mese, una collaboratrice del team mi ha contattata e invitata al primo “Meet Depop” ufficiale della Capitale. È stata un’emozione fortissima, c’erano tutte le depop sellers più famose, con milioni e milioni di followers, e poi io! Con trecento scarsi followers, ma amatissimi.
Devo però precisare e ammettere che, più che venderlo, il vintage lo acquisto! Mi rimane dunque il vizietto di famiglia, meglio “possedere, possedere, e possedere la storia!”

Per il resto, continuo a divertirmi con il vintage e a non abbinare i capi e i colori.

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