La settimana di… Simona Burgio

Bentrovati cari lettori. Riprendiamo la nostra rubrica con l’intervista a Simona Burgio giovane autrice siciliana originaria di Porto Empedocle, romana di adozione. Tra le tante passioni che coltiva (disegno, danza, moda, vintage), la scrittura è sempre stata una costante nella sua vita che l’ha portata, lo scorso ottobre, alla pubblicazione del suo primo libro intitolato “Insomnia di esse” con Antipodes.

Come nasce “Insomnia”?

“Insomnia” nasce in modo del tutto casuale e poi prende forma in un modo quasi romanzato, da film. Sembra una storia inventata ma non è affatto così. Ho scritto i  vari componimenti negli anni, circa cinque per la precisione. All’inizio li raccoglievo tutti in un vecchio blog, quando esisteva solo MSN, la famosa chat con i trilli!
Con la nascita di Facebook cominciai a condividerli, e postare i miei pensieri. Altri invece li tenni per me, in una cartella sul computer, e ogni tanto li facevo leggere ai miei amici più cari.
Ho sempre scritto la notte. Nel 2008 mi sono trasferita a Roma e in quegli anni, vivevo con quelle che poi sono diventate mie amiche di vita.
Loro andavano a letto, e io rimanevo nel salotto di casa, a scrivere, anche fino alle quattro, le cinque del mattino. Scrivere era un modo per esorcizzare la distanza da casa mia. Ero piccola, molto.
Mi serviva imprimere i momenti più significativi della mia vita.
Lo facevo così. Perché avevo paura di dimenticare, anche se ho sempre avuto una memoria da elefante.
Nel 2016, due tra i miei più cari amici, Giulia, con la quale condividevo la mia quotidianità (e in un certo qual modo il sangue, perché i nostri nonni erano fratelli) e Peppe, che conoscevo fin dall’adolescenza, decisero di regalarmi un libro.
Raccolsero tutto quello che avevo scritto, o per lo meno quello che erano riusciti a trovare. Giulia lo editò (perché la mia punteggiatura è stata sempre sui generis) e Peppe lo rilegò a mano, perché a quel tempo si era appassionato alla rilegatura di agende artigianali.
Ebbero loro l’idea di dividerlo in anni. E fu loro anche l’idea di intitolarlo “Insomnia”, perché sapevano che scrivevo di notte.
Misero in copertina, un’immagine che mi piaceva molto e scelsero la citazione “estorcendomela” con un escamotage: Peppe, distrattamente, un giorno,  mi chiese cosa provassi quando dipingevo e io risposi: “Niente: mi aiuta a non pensare a niente. Quando mi sento sola dipingo.”
Valeva per tutte le mie passioni. Una citazione perfetta.
Scrissero anche una mia breve biografia sbagliando luogo di nascita, perché io sono nata in casa, e nessuno ricorda mai questo dettaglio, poiché per la mia generazione è assurdo!
Quando lo scartai, non capii subito cosa fosse.
Mi ricordo che dissero: “hai scritto il tuo primo libro!”
Io ero felicissima, ma ancora non pensavo minimamente che potesse, un giorno, essere un “vero” libro perché a me è sempre bastato scrivere, l’ho sempre fatto per me. È l’unica vera costante nella mia vita, da quando ho imparato a scrivere alle elementari.
Due anni più tardi dalla prima versione di “Insomnia”, un amico mi incitò a mandare il dattiloscritto a qualche casa editrice. Così, aggiunsi dei nuovi testi  e cominciai a cercare un editore. Volevo affidare il manoscritto a qualcuno che condividesse l’essenza del libro. Non poteva che essere una casa Siciliana.
Ricordo il giorno esatto in cui capii potesse piacere a qualcuno: mi trovavo a parlarne con Luca, dicendogli che per me questo libro è realtà, è la mia vita. “Credo che dentro abbia dei personaggi con una loro storia, che cresce intrecciandosi alla mia. Mi sa che a qualcuno piacerà veramente.” gli dissi, ebbi una bella sensazione.
Qualche tempo più tardi ricevetti una email. Era estate, stavo facendo colazione fuori. Distrattamente aprii le email. Erano passati mesi.
Antipodes mi proponeva una pubblicazione, e piansi.foto piastrelle

Scrivere di sé, delle proprie emozioni e sensazioni è un po’ come mettersi a nudo. Non hai avuto  paura di esporti troppo pubblicando quello che in sostanza è il tuo diario?

Mai!
La prima ragione per cui scrivo, e penso sia comune a tutti quelli che lo fanno, è puro egoismo: io scrivo perché mi fa stare meglio, o mi fa stare bene.
La seconda ragione è che si vuol fare stare bene gli altri. Mi spiego meglio: per tutta la vita ho sempre pensato che le altre persone fossero più forti di me, più preparate ad affrontare la vita. Poi però spesso mi accorgevo che non fosse affatto così e che la mia prima impressione fosse errata. Allora ho cominciato a prendere coscienza del fatto, che agli occhi degli altri possiamo sembrare diversi da quello che in realtà siamo. L’ho sempre saputo, ma crescendo me ne rendo sempre più conto, che si può sembrare in un modo e invece essere esattamente l’opposto!
Allora mi sono detta che forse, se la gente leggesse qualcosa di mio, di intimo anche, capirebbe che condividiamo la stessa sensibilità, che siamo tutti simili, e meno soli.
“Allora anche lei prova questo!” o “ Allora non sono solo io!”
Ecco questa è la ragione per cui scrivo, condividere con gli altri il bello e il cattivo tempo, per stare un po’ meglio tutti

Vittorio Nisticò diceva che i siciliani si dividono in due grandi categorie: i siciliani di scoglio e quelli di mare aperto. Tu da che parte pensi di poterti schierare?

Sono senz’altro una siciliana di scoglio.
Il richiamo alla Sicilia e il desiderio di viverla appieno albergano costantemente in me. Anche se ho scelto di vivere “fuori”,  la Sicilia è in me ogni giorno. E questo è sempre evidente in quello che scrivo.
Credo sia insito in noi, credo e azzardo, che non esistano siciliani di mare aperto.
È impossibile: se cresci in Sicilia, non puoi non sentire l’eco o la mancanza di questa terra.
I genitori qui tramandano valori fortissimi, primo fra tutti il senso di forte appartenenza, e di famiglia che, come la concepiamo noi, ha un peso notevole.
Potrei anche parlare del valore dell’amicizia per i siciliani, di quello della vita nel suo significato più intimo, della preghiera (pagana o cristiana) dei ricami, del cibo con i suoi odori… Potrei stare qui a parlarne per ore.
Ho letto tempo fa un racconto di Camilleri, peraltro mio compaesano: diceva che un giorno,  andò a trovarlo a casa sua, a Roma, un amico che non vedeva da dieci anni. I due si sedettero in salotto l’uno acconto all’altro. Dopo due ore l’amico andò via. Una volta rimasti soli la moglie dello scrittore, che non è siciliana ma milanese, gli disse: “Ma non vi siete parlati! Siete rimasti in silenzio, vi sarete detti in tutto cinque o sei parole!”.
Camilleri poi scrisse: “non poteva capire quante cose c’eravamo detti, da veri amici, in tutto quel silenzio. Ecco questo è un aspetto del tutto indecifrabile e misterioso dell’amicizia siciliana.”
Forse agli occhi degli altri siamo esagerati. Ne sono consapevole. Io per prima, lo constato quotidianamente con Luca, che è romano, “romano de Roma” per l’esattezza.
Non lo biasimo affatto, ma è proprio così: noi siciliani siamo esagerati anche in tante altre cose, “abbunnamu” sempre.
E quindi sì, direi che sono una vongola attaccata allo scoglio Sicilia

“L’anno zero”. Tutti ne abbiamo uno e tu hai dedicato al tuo un capitolo di Insomnia. Ti va di dirci qualcosa di più sulla sua importanza?

L’anno zero è il capitolo a cui sono più affezionata e credo dia significato a tutto il libro: senza l’anno zero, “Insomnia” non sarebbe niente di quello che è. Non sarebbe il mio libro.

L’anno zero, è quella parte di esistenza in cui, adulti, ci rendiamo conto del valore della vita, del valore che hanno le cose per noi stessi. Sì, beh chiaro, in passato ho creduto di aver sofferto, e ho sofferto. Ho creduto di avere problemi come qualsiasi bambina, adolescente, o ragazza. Ed erano veri problemi, sì, per quell’età.

Ma poi arriva un momento, credo quando si è più adulti, un momento preciso, in cui ci troviamo ad affrontare situazioni molto dense, molto forti. Durante l’anno zero io soffrivo, tanti capisaldi della mia vita erano messi in discussione, ma in maniera non “sana”. Questo faceva la differenza. Gli eventi mi avevano travolta, e non riuscivo a riemergere. Si dice sempre che quando si tocca il fondo, poi si risale. Io non ho mai condiviso questa opinione comune, perché credo che non ci sia mai fine al peggio (ma a questo detto ho dato sempre accezione positiva!). Credo che il fondo non si tocchi mai veramente: si sta di merda sì, e si toccano vari fondali della coscienza, dell’anima, e di quello che abbiamo dentro. Sarà che quel qualcosa che ancora non ci sappiamo spiegare, il fondo, semplicemente, non è uguale per tutti. Ecco io penso questo. Un’amica mi ha parlato una volta di quanto l’umore gestisca il nostro corpo, cervello e cuore. Se l’umore si ammala, allora tutto va in un senso o in un altro… non giù! Questo mi aveva colpita, che non avesse usato la parola “giù” o “fondo”. Ognuno di noi reagisce agli eventi, belli o brutti, in maniera diversa. Quindi c’è chi si ammala di più o chi non si ammala per niente, a seconda del temperamento e degli eventi che hanno forgiato, in qualche modo, la sua vita. E’ una teoria affascinante questa. Perché l’umore è concepito scientificamente in modo diverso da come lo crediamo noi “non addetti ai lavori”. Pensiamo sia marginale a volte. Invece coinvolge tutti gli strati che compongono la nostra coscienza, e le azioni che compiamo, anche le più banali o meccaniche.

La sofferenza, si lega con uno degli aspetti della vita che ci troviamo ad affrontare molto spesso: la morte. Lo scossone che porta al nostro cuore, cervello e corpo è enorme. Impazziamo davanti a lei. Questo è un tema a me caro, poiché sin da piccola, la vita mi ha abituata alla sua esistenza e al fatto che a volte arriva quando meno te lo aspetti. Se ne parla troppo o troppo poco.

Anche il concetto di morte, per noi del sud, è diverso. Siamo molto spirituali e soprattutto rituali, a volte anche a modo nostro (ognuno trova un modo da sé) per credere in qualcosa.

Durante l’anno zero io ho continuato a scrivere. Sempre. Come fosse un bisogno primario da soddisfare. Avevo sete, fame, e necessità di scrivere.

Una mattina, mi trovavo in cucina e mi è venuta questa idea, improvvisa: mi faceva così schifo il 2017 che non lo volevo proprio veder comparire sulla carta. Così scrissi di getto la prefazione dell’ultimo capitolo di “Insomnia”. Lo intitolai “l’anno zero”. Il punto da cui si ricomincia a contare.

Ecco, qual è il punto sostanziale: noi uomini, possiamo raggiungere abissi profondissimi,  poi scatta qualcosa, e arriva il prossimo anno, o il prossimo giorno.

Nel diario ci sono continui riferimenti alla LIS: qual è, secondo te, a parte la funzione comunicativa, l’aspetto più sorprendente di questo sistema di comunicazione?

Questa è una bellissima domanda. L’aspetto che mi ha sorpreso di più, è stato lo studio della linguistica. La linguistica, della LIS e delle altre Lingue dei Segni (perché ce ne sono tante quanti i vari paesi del mondo) è estremamente complesso e affascinante.

Sapete che se due sordi di diverse nazionalità, si incontrano, hanno a loro favore un’alta percentuale di possibilità di capirsi anche se comunicano usando due Lingue dei Segni diverse? Per le persone udenti è impossibile. Gli udenti hanno lo 0% di possibilità di comunicare e capirsi, a meno che non conoscano entrambi o uno soltanto almeno un po’ la lingua dell’altro. Ovviamente senza che gesticolino o mimino qualcosa, durante la conversazione! Mi riferisco infatti all’uso delle lingue orali come unico mezzo di comunicazione, non accompagnate da tutti i “teatrini” che facciamo quando dobbiamo farci capire in un altro paese …e qui mi viene in mente il mio viaggio in Croazia, l’intossicazione, e il tentativo di comunicare con il farmacista. Sembravo un mimo che giocava a “tabù” assaltato dai ragni. Ma questa è un’altra storia!

Se un italiano e un giapponese ad esempio, entrambi udenti, si incontrassero, non capirebbero nemmeno una minima parte del discorso non conoscendo le rispettive lingue. Per le persone sorde segnanti invece, non è così perché le lingue dei segni, anche se sono diverse tra loro, hanno una base uguale, seppur minima, che i linguisti chiamano “Strutture di Grande Iconicità”.

Significa, in parole molto molto povere, che hanno delle caratteristiche comuni, che non si contrappongono tra loro per contenuto, e che rimandano a significati similari. C’è tutto uno studio bellissimo dietro, la lingua dei segni è anche espressione di cultura, quindi ogni paese ne ha una propria. Inoltre, è interessante notare che le Lingue dei Segni, si sono anche influenzate tra loro poiché i primi studiosi, o “insegnanti segnanti”, si spostavano da un paese all’altro proprio come è avvenuto per le lingue orali: così come in alcune zone dell’Africa si parla il francese e molte parole del dialetto siciliano derivano all’arabo, per lo stesso motivo, grazie ai flussi di persone si verifica la stessa evoluzione anche per le Lingue dei Segni.

 

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