La settimana di… Stefano di Ubaldo

 

Ultima giornata in compagnia di Stefano Di Ubaldo autore di “Verso un forse”  che saluta i nostri lettori parlando del rapporto con la scrittura

“Si conclude oggi questo prezioso spazio di condivisione, all’interno del quale ho cercato di trasmettere, oltre a riflessioni e tematiche tipiche del mio scrivere, l’esercizio di libertà che la scrittura rappresenta per la mia persona. Per quanto si possa negare o nascondere dietro la predisposizione verso l’altro, penso che almeno una parte della risposta alla domanda “Per chi scrivi?” sia, per ogni autore: “Per dare spazio a un dialogo che mi coinvolge e mi fa stare bene”.

Nella mia passione per l’osservazione, trovo talvolta molto interessante osservare me stesso. Ho potuto riscontrare che in tali occasioni, benché non sempre conciliate da fattori personali e esterni, la mia scrittura acquisti una fluidità improvvisamente sorprendente. E, colto dagli impeti di questa scorrevolezza, lascio che emerga ciò che ho da dire soprattutto a me stesso, coinvolto in un processo dal quale sarebbe insieme riduttivo e titanico esimermi. Per questo, quando scrivo cerco di portarmi dentro uno spazio dal quale poter restituire qualcosa anche a me, cercando di innescare una scambievole reciprocità con i lettori e con i personaggi che interagiscono in quel contesto.

Per dare un risvolto poetico a queste riflessioni, condivido quattro componimenti che rappresentano da diverse angolazioni il mio rapporto con la scrittura. Se dovessi presentarvele con quattro parole, direi: Gratitudine, Rispecchiamento, Integrazione e Possibilità. La prima poesia è tratta dalla mia raccolta Scorci su giochi di regole, mentre le altre tre si trovano in Verso un forse.

 

SCRIVIVERE

 

La prima pagina

lasciala intonsa

semmai un giorno

ti dimenticassi

quante parole sapevi

quando sei nato.

La seconda

scrivila fitta

come il temporale

di curiosità

che rallegra il fanciullo

e chi gli sta intorno.

La terza

sfiorala appena

con l’incertezza

di chi impara a sbagliare

e al gioco realizza

che si può anche imbrogliare.

Alla quarta

regala colori

e in cambio risplendi

del loro donare

filtri di stupore

all’interpretazione.

Della quinta

fanne una copia

non per forza fedele

ma che somigli all’originale

per allenare l’ingegno

all’arte di imitare.

Con la sesta

sfuggi al dolore

rinchiuso nel pianto

di un angolo scuro

e chiama la pioggia

per diluire

i fitti rigagnoli

in cerca del mare.

Sulla settima

stampa un sorriso,

quello del volto che viene

e ti abbraccia

quando ricerchi

un segno d’affetto

per assemblare

i pezzi di te.

Per l’ottava

fai un’eccezione

e al ritmo scomponi

le fronde intrecciate

e inspira deciso

il profumo del vento,

sogno che ai semi

dà nuove radici.

La nona

coltivala in tempi speciali,

un incendio saltuario

tra i tepori del quotidiano,

un santuario inaccessibile

al turismo di passaggio,

riservato al pellegrino

che vi giunge nel cammino.

La decima

conformala a una chiave

che rischiari con dovizia

l’avanzata delle ombre

spalancando nuove stanze

tra le righe e le parole.

Così continua

e non ti obbligare

a proseguire senza sostare,

ché la sostanza prende una forma

solo nel ventre disposto all’ascolto

e ricolmato d’amore profondo

accoglie la sfida

di metterla al mondo

senza pretese d’avere ragione

e al suo vagito inchina la vita

per ringraziare

d’averla narrata.

 

 

DÉJÀ-VU

 

Portiamo dentro

polifonie intorno

e fantasie perdute

tra dure realtà;

e le mentite spoglie,

identità a ritagli,

caravanserragli

per culture ipocondriache,

memorie dionisiache

di fresca gioventù,

ricami all’incoscienza,

richiami all’apparenza,

profondi sottosuoli

e occhi da bambino,

aperti sulle strade

che fuori percorriamo.

 

QUANDO NON RIESCO

 

Quando non riesco,

provo a far finta

di non essere me;

talvolta mi giova,

perché imparo a vedere

un po’ oltre il reale,

le sembianze di un corpo,

le routine della mente,

le atrofie dello spirito

e l’amore che manca

dove un uomo lo cerca;

talaltra mi ostacola,

perché scordo di agire

nelle forme richieste,

nel rispetto di un tempo,

nei dettagli di un testo

che non scrive nessuno

se non tu, che lo leggi;

allora mi impegno

perché provo a inventare

quello spazio di incontro

tra un’idea e le avversarie,

tra il già detto e l’ascolto,

tra l’ascolto e un’idea

di quell’altro in me stesso.

 

IL MIO POSTO

 

Comprendere una cosa

significa anche escluderla

da un possibile ignoto,

ma pur sempre possibile.

 

Il mio posto

è verso un forse.

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