La settimana di… Stefano di Ubaldo

Ben trovati cari lettori e buon martedì! Inauguriamo la settimana di Stefano Di Ubaldo, giovanissimo autore (classe ’93) che a dispetto dell’età anagrafica ha già altre pubblicazioni al suo attivo (Scorci su giochi di regole, Aletti, 2017 – Da qui in avanti, un passo indietro, Aletheia, 2017) ed ha recentemente scelto Antipodes per la sua ultima silloge intitolata “Verso un forse”. Attualmente, oltre a presentare con successo il nuovo libro, Stefano sta ultimando il Corso di Laurea Magistrale in Psicologia Cognitiva Applicata ed è molto attivo nel volontariato sociale occupandosi di ragazzi, forme di disabilità, cure palliative e carcere. Ma passiamo a lui la parola.

Con quali aggettivi ti piacerebbe essere definito? Dammene tre e spiegami perché li hai scelti.

Domanda semplice, risposta, per me, molto complessa. Uno dei miei più grandi desideri, benché vagamente irrealizzabile e quotidianamente deleterio, è quello di non definirmi. Se fossi un articolo, mi piacerebbe essere “un”; se fossi un sostantivo, “tale”; un verbo, “non saprei”; un avverbio, “quasi” o “forse”. Passando agli aggettivi, direi quindi che “indefinito” potrebbe essere un buon primo candidato per la triade. Passando al secondo, direi “blando”, principalmente per il suono della parola, ma anche per il senso di tenuità, sfumatura e sottofondo che sento rispecchiare parte del mio essere. Infine, sceglierei “possibile”, per l’apertura verso la realizzazione che questo aggettivo conferisce ad una persona, per la piacevole tensione che trasmette pensando al futuro. Riassumendo i componenti  della mia trojka, mi piacerebbe proprio essere un “blando, indefinito, possibile”.

Quanto hanno influito gli studi di psicologia sul tuo modo di scrivere?

Ho iniziato a scrivere e scrivo tuttora per dare una sorta di completamento e prosecuzione alla mia attività di lettura e ai miei studi. Per questo, mi sento di dire che il mio modo di scrivere sia fortemente radicato nei miei studi di psicologia, nell’interesse che mi motiva a vedere espressa, in tutte le sue forme, l’attività della mente umana. Oltre alle parole e alle tematiche dei miei componimenti, che ruotano attorno a certe riflessioni sulla condizione umana, sento che anche la ritmica e la forma che cerco di dare ai miei scritti risentono di un approccio esplorativo e in continua formazione, acquisito nel corso degli studi. In più, studiare psicologia, che, a dispetto di qualche pregiudizio, non significa imparare a leggere nel pensiero delle persone, ad avere sempre pronti consigli di vita o a saper interpretare i sogni, ha fortemente orientato gli interessi delle mie letture, le mie attività nel tempo libero e gli incontri con molte persone; tutte cose che, per la mia esperienza, incidono sul modo di scrivere di un autore.DSC_6483

Come vedi la Tua attività di scrittore? Una piacevole parentesi o una passione che continuerà ad alimentarsi?

Beh sicuramente da qualche tempo la parentesi è aperta e non ho fretta né motivo di chiuderla. Se poi, complici le circostanze e le scelte di vita, riuscirò ad alimentare questa passione, dandole sviluppi e continuità, cercherò modalità per evolvere e migliorare nel preparare, proporre e diffondere i miei scritti. Scrivere è per me un’attività piacevole e arricchente, ma sto anche sperimentando che dedicarle energie e tempi, comporta esercizio, ricerca, attenzione e cura; tutti aspetti che implicano una costruzione e una progettualità che si spingono oltre il piacere, in direzioni non sempre definite e prevedibili, ma che invitano a seguirle con fiducia e disposizione al cambiamento. Se dovessi dire in che direzione sta andando ora la mia attività di scrittore, citerei senza troppa esitazione il titolo del mio ultimo libro: “Verso un forse”.

Tra i tuoi autori preferiti Gogol’, Goethe, Melville, Dostoevskij, Bolaño e Cortázar. Tra prosa e poesia, quale pensi sia il genere più adeguato a descrivere sensazioni, sentimenti e tormenti dell’animo umano, al giorno d’oggi?

Penso non ci sia un genere più o meno adeguato a descrivere l’animo umano dei nostri tempi. Mi è anzi capitato di riscontrare che attualmente la tendenza (e forse la sfida) sia quella di integrare i generi letterari per dare vita a forme miste e complesse, forse a rispecchiare i mutamenti sociali ed espressivi di questo periodo storico. In quest’ottica, prosa e poesia non sono tanto categorie entro le quali far rientrare un testo, ma stili di comunicazione che si possono integrare, alternare ed effondere in forme scritte che, gestalticamente, generano qualcosa di nuovo e diverso rispetto alla semplice somma dei generi. Recentemente ho letto un libro di racconti che mi è piaciuto davvero molto (Le cose che non facciamo di Andrés Neuman), al termine del quale l’autore espone alcune riflessioni. Al loro interno, si fa riferimento a diversi autori che hanno inteso la prosa narrativa richiamando modalità poetiche, equilibrando in questo modo l’ordine imposto dalla trama e dai temi trattati con sperimentazioni, ritmi ed esercizi linguistici tipici della poesia. Tra questi autori ci sono alcuni tra i miei preferiti (e altri che ho già messo sulla lista di quelli da leggere) e sento che questa loro concezione dello scrivere sia quella che più mi coinvolge come lettore e più mi influenza come autore. Se dovessi perciò scegliere un genere letterario che rispecchi l’uomo moderno, direi quello unico e composito realizzato da quegli scrittori che osservano l’uomo e non rinunciano ad essere esploratori del linguaggio nel descriverlo.

Sulla copertina di “Verso un forse” vediamo una stazione… cosa rappresenta emblematicamente questo luogo per te? Un punto di partenza o di arrivo?

L’ambiente stazione è un luogo che da qualche anno frequento spesso per diversi tragitti in treno e, per questo, mi è diventato particolarmente familiare. Da qualche tempo, mi sono abituato a vederlo come un continuo punto di partenza, anche perché percepisco i momenti di arrivo e discesa dal treno come inizi di nuovi impegni e esperienze nella meta del viaggio. Pensando al mio tempo speso nelle stazioni, realizzo di provare uno strano piacere nell’assaporarle alla partenza, arrivando con qualche minuto di anticipo e guardandomi un po’ intorno, mentre ho una certa fretta nell’uscirne all’arrivo, quasi fosse una gara di velocità con gli altri passeggeri. La stazione di Bologna Centrale è una di quelle in cui penso di aver trascorso più tempo e vissuto le esperienze più memorabili. In una di queste occasioni, una sera in cui attendevo un treno con la mia ragazza, mi è capitato di vedere, delicatamente posato nel bel mezzo dei binari, un cappello da signora a tesa larga. Soddisfatto nell’immediato il bisogno di immortalarlo, qualche mese dopo ho avuto l’opportunità di sceglierlo come immagine di copertina della mia raccolta di poesie “Verso un forse”. Perché questa scelta? Appena l’ho visto, mi sono immaginato che, sotto quel cappello, ci fosse una persona, immersa tra le pietre e il cemento, invisibile se non per quel cappello; e poi ho pensato che, in realtà, quel cappello era solo un deposito smarrito, il segno di un passaggio di una persona invisibile perché ormai altrove; e allora ho unito immaginazione e pensiero e ho sentito la leggerezza di una presenza libera, sfuggita alla fissa collocazione che avevo immaginato di darle sotto quel cappello; e proprio questo, il gioco tra la posizione che sembriamo occupare e quella che, molto più liberamente, stiamo occupando, è uno dei temi principali della mia raccolta di poesie.

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