La settimana di… Swonild Ilenia Genovese

Chiudiamo in bellezza la settimana di Swonild con un bellissimo racconto inedito dal titolo “Lei”

LEI

Lo ricordo ancora vividamente, come se lo avessi vissuto poche ore fa, con talmente tanta lucidità da farmi male: il giorno in cui decisi che avrei scritto, sempre e comunque.

Andavo in terza elementare ed il mio quaderno di italiano, già da allora, era pieno di storie scritte ed illustrate da me che nulla avevano a che fare con i compiti assegnatimi dalla maestra.

I miei temi erano… semplicemente miei.

Non importava quanto facile o quotidiano fosse il titolo scelto dalla maestra per lo svolgimento del tema, perché io finivo sempre per complicarlo, inventandoci sopra un mondo di cose inesistenti,scrivendo pagine e pagine, che alla fine illustravo per… chissà…forse per convincere la maestra che niente era inventato, nel tentativo di renderle reali anche ai suoi occhi severi ed inflessibili.

Sicuramente un’altra insegnante, una maestra che non fosse stata lei, mi avrebbe messo dei brutti voti o mi avrebbe punita. Oggigiorno già immagino molte insegnanti chiamare preoccupate i genitori, perché “la bambina rifiuta di vivere nella realtà”.

Ma lei no.

No, perché la mia maestra si limitava a guardarmi da sopra gli occhiali con il sopracciglio sollevato in segno di insofferenza, con il suo sguardo celeste e severo, pieno di rimprovero, quasi volesse pronunciare parole che però non osò mai pronunciare: “Lo hai fatto di nuovo. Hai inventato ogni cosa che c’è scritta qui. Sei sempre la solita!”, ma alla fine mi riconsegnava sempre il quaderno con su scritto “Bravissima e lode”.

Il mio animo ingenuo non riusciva a comprendere che dietro a quel “bravissima e lode” ci fosse di più, molto più di ciò che potevo immaginare.

Fu così che gli anni passarono, e presto mi ritrovai in quinta elementare,ed i miei temi si riempirono di giorno in giorno di situazioni immaginarie sempre più complicate e di personaggi inesistenti sempre più dettagliati. Se i miei compagni descrivevano le loro vacanze al mare, o la loro domenica in bici con mamma e papà, io raccontavo invece di porte segrete che dalla lavanderia di casa mia conducevano al mio mondo immaginario, alla città di Giggermoia.

Giggermoia. Così l’avevo chiamata.

Non importava se dovevo parlare del mio Natale o della primavera imminente; nei miei racconti c’erano sempre quei luoghi fantastici, dove i divani volavano per fare cadere a testa in giù i papà distratti che volevano fumare il sigaro piuttosto che ascoltare le storie della propria bambina, e le pulci chiacchieravano amorevolmente con i gatti, andandosi a prendere insieme dei fantastici gelati fatti di gomitoli di lana colorata.

Spesso la maestra faceva leggere in classe i temi dei bambini che avevano preso “Bravissimo e lode” o “Bravissima e lode”, ma a me la maestra non lo chiedeva mai. Innanzi a questa sua sorta d’indifferenza nei miei confronti il mio disappunto era grande ed il mio orgoglio di bambina bruciava e mi faceva male.

Perché mai la maestra faceva sempre leggere davanti alla classe storie scritte senza alcun errore di grammatica e di ortografia ma sempre così noiose e banali da fare venire il sonno, e invece non chiedeva mai a me di leggere i miei racconti su Giggermoia? Me lo chiedevo in continuo. E soprattutto continuavo a ripetermi:

“Se solo i miei compagni sapessero del signor Pulcio, che è sì una pulce, ma che sa tutto di storia e geografia, o della fantastica cantante Stella che pensa di essere una diva perché ha un nome luminoso ma sa solo farti ridere a crepapelle ogni volta che ti parla, non vorrebbero più ascoltare quelle storie grigie che fanno solo sbadigliare. Se solo vedessero come splende il sole a Giggermoia, del colore che vuoi tu, o come sono enormi i suoi prati verdi dove puoi tuffarti e nuotare senza bagnarti, uscendo solo con l’odore di erba addosso, allora forse non scriverebbero più di semplici giri in bici o di partite al pallone nel cortile…”

La mia mente di bambina non capiva e nonostante questo si rifiutava di chiedere alla maestra perché non mi chiamasse mai a leggere i miei temi davanti ai compagni.

Sarebbe bastato poco, sarebbe bastato alzarsi e chiedere” Posso leggere anche io il mio tema, maestra?” e forse anche i miei compagni avrebbero dimenticato quell’aula sporca almeno per un poco e avrebbero riso degli scherzi del gatto grigetto di nome Birillo o delle battute divertenti di Stella.

Non sono mai stata una bambina intraprendente e non ho mai insistito in nulla. A scuola non avevo molti amici ma quei pochi che avevo, tante volte avevano letto i miei temi, ridendo dei miei personaggi e stupendosi dei miei disegni.

Un giorno uno di loro osò chiedere alla maestra ciò che io non avevo mai osato chiedere:

<<Maestra, possiamo leggere il tema di Swonild? Nel tema “Descrivi una giornata a casa tua” ha scritto che le si è allagata la casa e che si è trasformata in una piscina, e tra i mobili nuotavano i pesci, come a mare, e anche le sirene!>>

Non dimenticherò mai la reazione della maestra. Non credo di avere mai avuto tanta paura.

Si alzò in piedi e batté la mano sul tavolo con violenza, gridando:

<<Silenzio! Non si leggerà nessun altro tema! E ora: tabelline!>>

Quando si è bambini non si capiscono molte cose ma se ne intuiscono molte altre.

Quel giorno fui certa che la maestra non avrebbe mai e poi mai letto in classe uno dei miei temi, e adesso sapevo il perché. Lei non voleva che si raccontasse di soggiorni che diventavano piscine o di alberi di Natale che nascondevano laboratori segreti, o di divani volanti e prati in cui si poteva nuotare. Lei voleva che si raccontasse della realtà, e basta. Voleva leggere di partite a pallone, gite in famiglia e pranzi domenicali. Cosa poteva esserci di così interessante in cose così ordinarie? Le piacevano sul serio? Davvero preferiva leggere quei temi piuttosto che i miei? Conclusi che, evidentemente, a lei piaceva la realtà così com’era. Eppure io la odiavo la realtà, così noiosa e squallida, e non riuscivo a trovarci niente di bello o di interessante ma solo molta tristezza…

E fu proprio quella profonda tristezza che spesso caratterizzava le giornate e gli eventi “veri” che presto si impossessò di me e fu lei a farmi credere che, se avessi scritto i temi come li scrivevano tutti gli altri, come piacevano alla maestra, allora forse lei avrebbe scelto me per leggerne uno a tutta la classe, prima o poi.

Fu così che mi impegnai, pur soffrendo in questo sforzo per me davvero titanico, ed iniziai a scrivere in modo diverso da come volevo veramente, lasciando i divani a terra, i gomitoli di lana nel cesto da lavoro, i gatti a miagolare e le pulci nel loro mantello.

Se la maestra diceva “Descrivi la tua domenica” io raccontavo di essere stata dalla nonna e di essermi annoiata sul suo divano che puzzava di vecchio a guardare film di cui non mi importava nulla. Niente più botole segrete che conducevano a Giggermoia o pendole magiche che fermavano il tempo.

Fu allora che accadde la cosa più strana di tutte: la maestra mandò a chiamare mia madre. La sentii distintamente chiederle, con quella sua voce severa:

<<La bambina sta bene? Le è successo qualcosa? A casa tutto bene?>>

Sentii mia madre rispondere di sì, a tutte le sue domande. Anche lei non sembrava capire quale potesse essere il problema della maestra, perché l’avesse mandata a chiamare.

L’ultima cosa che ricordo fu che la maestra chiese a mia madre se suo marito poteva incontrarmi.

La cosa non mi preoccupò né mi interessò. Incontrare il marito della maestra era per me una cosa talmente poco importante ed inutile che la mia mente non era interessata neanche a ricordarla.

Il pomeriggio di quello stesso giorno ero nei viali condominiali a giocare e come sempre correvo avanti ed indietro rincorsa dai personaggi che la mia mente aveva inventato.

Non mi trovavo affatto nei noiosi vialetti di un palazzo di periferia in una città sporca e povera, seguita dallo sguardo attento di mia madre, ero piuttosto nelle colorate ed affollate strade di Giggermoia, in compagnia del signor Pulcio e di Stella che mi stava cantando una canzone strampalata che mi faceva piroettare e saltellare tutt’intorno sull’erba che bagnava i miei piedi come se fossi dentro grandi pozzanghere verdi.

Improvvisamente la voce della mamma mi riportò alla realtà.

<<Vieni un momento qui, per favore. Il marito della maestra è arrivato e ti vuole conoscere.>>

Chissà quando era arrivato… io di certo non me ne ero affatto accorta, impegnata com’ero a piroettare sulle note divertenti della canzone di Stella.

Era un signore tanto magro, con la schiena curva ed i capelli grigi, e portava degli occhiali troppo grandi per la sua faccia. Indossava un maglione di un colore indefinito, spento come il suo volto ed i suoi capelli, e che gli cadeva scomposto sulle braccia magre, troppo grande per lui. Sembrava molto triste, o almeno lo sembrò a me.

Quando mi raggiunse e mi vide, il suo volto si illuminò di un sorriso radioso che non immaginavo potesse avere. Per un attimo non mi sembrò più il signore stanco e triste di poco prima. Mi tirò a sé e mi abbracciò forte. Doveva essere molto emozionato perché la sua voce era scossa e la sentivo tremare come quella di mio fratello quando vedeva qualcosa che desiderava nella vetrina del negozio di giocattoli. Ricordo che tutta la sua felicità nel vedermi un poco mi fece paura. Mi chiesi perché fosse così felice e soprattutto perché avesse voluto incontrare proprio me.

Prendendomi gentilmente le mani, con un gesto premuroso, mi chiese con affetto:

<<E allora, che fine ha fatto il signor Pulcio? Ed il sole, di che colore è oggi a Giggermoia? >>

Quelle poche parole mi fecero completamente dimenticare che io avevo nove anni, lui chissà quanti e che neanche lo conoscevo. Ridacchiando risposi:

<<Oggi il sole è verde! Verde come le gelatine di limone! Inoltre fanno il gelato con i gomitoli color argento, che sono rarissimi! La mia mamma ne ha comprati due per ben tremila lire, perché si voleva fare una giacchetta, ma il gatto grigetto di nome Birillo li ha subito rubati per portarli dal gelataio, perché glieli mettesse sul cono! La mamma li ha cercati ovunque, ma non sa che loro hanno una porta segreta proprio nel suo cestino da lavoro, fatta per rubarle i gomitoli!>>

Gli occhi del marito della maestra si inumidirono. Se li stropicciò, scostando gli occhiali per poi rimettere subito a posto quelle lenti enormi. Avrei pensato che stesse per piangere eppure in quel momento sembrava così felice.

Mormorò, prendendomi una mano con la sua, rugosa e un po’ fredda:

<<Oh, per fortuna! Sai, mi ero preoccupato! Pensavo che avessi dimenticato Giggermoia! La vita è così triste! Se non ci fossero le tue storie, non saprei proprio come fare!>>

<<No! Non l’ho dimenticata! Non posso scordarmene – urlai, saltando per aria – E come potrei vivere, allora? Io ci vado sempre, tutti i giorni! Vado a trovare il signor Pulcio, e Stella ed ovviamente Birillo, il gatto grigetto che ruba i gomitoli! È che alla maestra non piacciono le mie storie, non le legge mai ai miei compagni, allora ho scritto le storie che piacciono a lei.>> confessai.

La voce del marito della maestra si fece improvvisamente seria. I suoi occhi si animarono, quasi una fiammella arrabbiata li stesse illuminando. Si inginocchiò davanti a me e abbracciandomi di nuovo mi disse, con voce ferma:

<<Cosa ti importa di quella vecchia bacucca! – a questa parola scoppiai a ridere – Che importa se non legge i tuoi temi ai compagni? Devi continuare a scrivere le tue storie! Io non vedo l’ora di leggerle! Ogni volta le aspettavo, con impazienza, e quando non le hai scritte più, quando mi sono arrivati quei temi tristi, anche io sono stato la persona più triste del mondo! Hai capito?>>

Mi guardò dritto negli occhi ed io annuii smettendo all’istante di ridere, stupita.

Poi si alzò e continuò:

<<Sono io che metto i voti, sai, mica lei, quella vecchia bacucca.>>

Sul mio viso sicuramente comparve un’espressione ancora più incredula mentre mi trattenevo dal ridere.

<<Perché? –chiesi curiosa- E’ lei la maestra, non tu!>>

Sorridendo beffardo rispose con aria complice, sussurrandomi un grande segreto:

<<È vero, è lei la maestra, ma io sono lo scrittore! E solo chi scrive può capire certe cose, non certo chi insegna la grammatica ed i verbi!>> e detto questo mi schiacciò l’occhio.

In quel momento mi sembrò tal quale il signor Pulcio, quando schiacciava l’occhio a Stella.

La mia curiosità non poteva essere tenuta a freno. Ricordo che non potei fare a meno di chiedere:

<<Davvero? E tu di cosa scrivi?>>

La sua risposta mi sembrò strana e non la compresi. Tornò triste, per come lo avevo visto quando era arrivato. Sospirò, uno di quei sospiri immensi e dolorosi, e disse soltanto:

<<Vorrei saper scrivere come te, ma ho dimenticato come si fa.>>

La sua faccia triste mi fece molta paura. Istintivamente mi allontanai da lui e forse, vedendo la mia inquietudine, il marito della maestra si allontanò a sua volta, e disse soltanto:

<<Ora vai a giocare, e ricorda: aspetto un tema. Uno dei tuoi veri temi. E ricorda: non scrivere mai quello che gli altri vogliono che tu scriva. E non dimenticarti mai di Giggermoia.>>

<<Questo è sicuro!>> dissi, e corsi via a giocare nelle strade affollate del mio mondo che profumavano di cioccolata calda anche quando era estate.

Passarono alcuni mesi ed i miei temi tornarono ad essere… semplicemente miei.

Insieme ai “Bravissima e lode” tornarono i i sospiri un po’ irritati della maestra, con il suo sguardo celeste e severo, ed i miei temi non furono mai letti in classe, eppure non mi importava più.

Lui li avrebbe letti. Lui conosceva Giggermoia. Ero certa che anche a lui piacessero i gelati fatti con i gomitoli di lana, e che fossero un toccasana per la sua faccia triste e per il suo corpo tutt’ossa.

Arrivò la fine dell’anno e con esso arrivarono le vacanze estive. Il saluto alla maestra doveva chiudere un periodo, quello delle elementari, ed aprirne un altro, tutto nuovo, quello delle scuole medie.

Mi ero aspettata un giorno di festa, eppure quello fu un giorno doloroso, e strano.

La maestra piangeva. Le mamme ed i papà le dicevano “condoglianze”.

Mia madre non mi ha mai nascosto nulla. Mi disse soltanto:

<<Te lo ricordi quel pomeriggio, nei vialetti, quando è venuto a trovarti il marito della maestra? Sai, lui ti voleva tanto bene. Purtroppo però è morto ieri.>>

Un nuovo gelo interiore si impossessò di me, un gelo che non avevo mai provato prima, un senso di solitudine e di mancanza che neanche le canzoni allegre di Stella riuscirono a scacciare completamente dal mio cuore.

La maestra mi raggiunse e mi abbracciò forte, come quel giorno aveva fatto suo marito. Tra le lacrime riuscì solo a dire:

<<Le tue storie gli piacevano così tanto… erano le uniche cose a farlo sorridere.>>

Non disse altro.

Fu quello il momento in cui decisi che avrei scritto. Sempre. Non avrei mai smesso. Le mie storie sarebbero arrivate a lui, in un modo o nell’altro.

Molto tempo dopo, seppi che il marito della maestra, scrittore conosciuto, stava vivendo un periodo di forte depressione e che non riusciva più a scrivere.

Uno strano cancro all’anima lo aveva roso dall’interno, ingrigendo la sua esistenza, annerendo il suo cuore, fino a portarlo al suicidio.

Resterà per sempre un onore per me essere riuscita a farlo sognare con le mie storie di bambina, a donargli qualcosa che aveva perso, la sua capacità di immaginare storie svincolate dalla realtà, a farlo tornare anche per pochi minuti nel mondo di Giggermoia, nel mondo della fantasia.

Chissà, forse anche senza di lui avrei scritto comunque, perché per me è sempre stato un bisogno, una consolazione, un attaccamento alla vita, eppure, persino ora che i miei romanzi fanno bella mostra nella libreria di casa, ora che non ho più bisogno di incoraggiamenti, o di apprezzamenti, ora che non mi importa più se le mie storie vengono lette oppure no, continuo a pensare che se non ci fosse stato lui a dirmi “non vedo l’ora di leggere le tue storie!” la mia vita sarebbe stata diversa.

In fondo al mio cuore spero sempre che le mie storie arrivino a lui, in un modo o nell’altro.

 

(© 2015 Swonild Ilenia Genovese. Tutti i diritti sono riservati. Ogni riferimento a fatti, persone o luoghi reali è puramente casuale. Nomi, personaggi, posti ed avvenimenti sono il frutto della fantasia dell’autrice ed ogni somiglianza ad eventi, luoghi o persone, vive o morte realmente esistenti è assolutamente casuale.)

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