La settimana di… Antonio Soncina

Buon fine settimana! Continuiamo la lettura di “Solo tre gradi di separazione” pubblicando il secondo capitolo

LA PROFEZIA

Era un lavoro di merda: questo pensava Roberto Trovato, mentre le luci degli automezzi in arrivo si facevano spazio nel buio non ancora alba. 
«Devi impilare le casse di frutta sul carrellino e portarle dove c’è il numero segnato per terra.»
Il capo gli aveva spiegato tutto il primo giorno mentre controllava gli altri dipendenti – una scusa per non guardare chi non meritava istantanea fiducia ai suoi occhi.
La famiglia Trovato si era trasferita a Librino, trovando posto al settimo piano del Palazzo di Cemento. Le famiglie già presenti mantenevano i rapporti di vicinato al minimo: come fidarsi di altri disperati simili a loro, abusivi occupanti di un appartamento in un edificio privo d’intonaco, infissi, acqua corrente e misure antincendio? Alfio Vitale, incontrandoli sulle scale, aveva dato una mano a trasportare ciò che i Trovato erano riusciti a tenere della precedente casa – materassi, qualche mobile, valigie con vestiti – e il capofamiglia su una lettiga. Anche il padre di Alfio era assente, trovandosi al carcere di Bicocca per rapina a mano armata, così il ragazzo viveva con la madre e la sorella Pamela.
«Se le casse sono di plastica, vai liscio. Se sono di legno, stai attento ai chiodi che sporgono, ché la frutta con gli schizzi di sangue non la compra nessuno.» solo tre gradi di separazione

Il giovane Trovato, in un quartiere nuovo e senza gli amici di una volta, aveva cominciato a frequentare le vie di Librino in compagnia di Alfio, del timido Nicola e del grosso Ciccio. Alfio decise il battesimo di Roberto proponendogli di picchiare senza particolari motivi un ragazzino incontrato per strada; Roberto aveva eseguito ringhiando «Chi minchia talii, ah?» (N.d.R. Che cazzo guardi?) e spintonando il malcapitato, che era scappato in lacrime. Il nuovo arrivato nel quartiere era entrato nella banda: se incontravano un ragazzo da solo, lo prendevano a spallate per dargliene la colpa. Con quel pretesto, la banda cominciava a spintonarlo, minacciava di picchiarlo, gli chiedeva soldi per le sigarette e le sale giochi oppure gli faceva togliere le scarpe e lo mandavano a casa con un calcio in culo.

«Le casse vanno impilate dentro gli spazi segnati con il gesso sul terreno. È difficile?» Uno sguardo concesso per essere certo di venire ascoltato. Il capo lo trattava con la sufficienza di chi ha già visto tanti perdenti come lui.

Quando ancora andava a scuola, Alfio aveva inventato un gioco: bloccare l’ingresso ai ragazzini prima della campanella; tutti dovevano entrare quando decideva la sua banda posta ai lati del portone. A Roberto quel gioco piaceva. Ogni volta che aveva provato a leggere un qualsiasi libro di testo, le parole si erano scomposte in frammenti che si sovrapponevano e confondevano l’un l’altro in una nebbia liquida priva di senso. Roberto non riusciva a imparare nulla, otteneva solo mal di testa e avvilimento, così aveva dichiarato guerra ai libri, alla scuola e ai secchioni, rei di leccare il culo agli insegnanti. «La scuola prepara alla vita», aveva detto il preside in un noioso discorso a inizio anno; a dar retta a quella retorica, Roberto sarebbe stato destinato a lavorare come un mulo, invece i secchioni avrebbero trovato una comoda scrivania, uno stipendio fisso, una casa di proprietà e il titolo davanti al nome: ragioniere, geometra, dottore, ingegnere – Roberto non poteva accettarlo: chi si credevano di essere? Era giovane ma aveva già capito tutto: c’era un noi e un loro. Era come il suo taglio scalato di capelli da mammoriano (N.d.R. Espressione catanese per definire persona del basso popolo) – niente mezze misure: il mondo era bianco o nero, amici o coglioni, con lui o contro di lui e allora erano guai.
Il suo concetto personale di eroismo trovava riferimenti in pellicole come “Il furore della Cina colpisce ancora”: il direttore della fabbrica di ghiaccio rappresentava il vertice della società che sfruttava le persone alla base, semplici, come lui; solo con azioni violente si poteva resistere. E Roberto era bravo, con la violenza: colpiva l’avversario con pugni sulle orecchie, ginocchiate sulle palle e testate sul naso, senza dare all’altro il tempo di reagire; soprattutto non aveva remore, non provando empatia per il dolore altrui.

«Alle quattro del mattino devi essere già qui, quando arrivano i primi carichi, e te ne vai quando abbiamo finito di scaricare. Non importa il tempo che ci vuole, tanto ti pago a giornata.»

Un tal Giacomo aveva preteso di entrare. Era già stato scoperto dall’insegnante senza aver svolto i compiti e doveva copiare gli esercizi di matematica dal quaderno di un compagno. Roberto gli si era piazzato davanti e gli aveva pizzicato la guancia a sfregio per provocarlo. Giacomo aveva reagito, erano cominciati gli spintoni e Roberto lo aveva fatto cadere dalle scale all’ingresso dell’istituto. Tenendolo a terra, sotto lo sguardo degli altri scolari, lo aveva picchiato con l’intento di vederne il sangue uscirgli dal naso; una volta raggiunto l’obiettivo, quella vista lo aveva caricato ulteriormente e non si era fermato nemmeno quando aveva sentito l’osso rompersi, finché non era intervenuto un bidello. Il giorno stesso si era riunito il consiglio d’istituto per decidere sull’incidente, quell’evento innominabile che gli insegnanti non avrebbero mai voluto accadesse ai loro figli. Trovato era stato espulso perché la scuola doveva rappresentare la civiltà e l’istruzione, non la legge del più forte, a differenza della strada. Roberto aveva aspettato quel ragazzino all’incrocio vicino l’istituto due giorni di seguito per vendicarsi della propria espulsione ma quello era in ospedale a farsi raddrizzare il naso, così aveva lasciato perdere.

«Per quanto mi riguarda, se non vieni un giorno, puoi restartene a casa il giorno dopo, quello dopo ancora e tutti gli altri.»

Roberto aveva realizzato da solo la profezia del preside: la sua vita non avrebbe avuto alternative al lavorare come un mulo. Ogni notte si alzava alle tre, con il sottofondo dei respiri pesanti degli altri familiari; si vestiva e beveva il caffè avanzato; scendeva le scale condominiali prive di luce aiutandosi con una torcia elettrica per non inciampare tra rifiuti e topi; usciva per le strade di una Librino buia e indifferente.

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