La settimana di… Antonio Soncina

Buongiorno cari lettori, proseguiamo la lettura di “Solo tre gradi di separazione” proponendo il primo capitolo:

LO SPECCHIO

«Aveva confidato ai suoi genitori i dubbi sulla sua sessualità?»
«Temevo non mi capissero. Mio padre però lo aveva scoperto.»
La memoria ricollocava Christian in un pomeriggio da adolescente. Una pausa dai compiti, il segnalibro su “La ricerca del tempo perduto” di Proust regalatogli dalle zie:
“Senza dubbio le note che stiamo ascoltando tendono fin da allora, secondo la loro altezza e quantità, a coprire davanti ai nostri occhi superfici di varie dimensioni, tracciare arabeschi, darci sensazioni di vastità, di tenuità, di stabilità, di capriccio. Ma le note sono svanite prima che tali sensazioni siano abbastanza formate dentro di noi per non essere sommerse da quelle che già risvegliano le note successive, e anche le simultanee.”

In quel passaggio Christian ritrovava il suo modo di filtrare la musica, darvi una rappresentazione visiva, sostituendo al plettro di un chitarrista la propria matita; ai pentagrammi, curve su una vasta pagina bianca, puro spazio senza traiettorie obbligate. A Christian piaceva andare dalle zie, sedere sulla vecchia sedia a dondolo con cui giocava da bambino, annacarsi (N.d.R. dondolarsi)  e leggere qualcosa dalla loro libreria.
Lì aveva scoperto Chopin e le sue note librarsi per le stanze di un castello ideale le cui pareti vibravano di emozioni romantiche che forse non esistevano più. Il ragazzo immaginava di essere un pianoforte la cui cassa armonica risuonasse per il tocco del pianista, a volte malinconico come nel notturno Opera 9 n° 2, altre volte brioso come nel preludio Opera 28 n° 3 o ancora spensierato come nei valzer che avrebbero avuto una perfetta collocazione sonora a casa Verdurin durante le visite di Swann. Christian mise da parte il libro e guardò alla finestra come a cercare le risposte ai dubbi dell’adolescenza; trovò invece antenne televisive come rastrelli del segnale televisivo, ospite fisso alla tavola di ogni casa; imposte da riverniciare, scrostate come il dettaglio di un quadro impressionista; una massaia ritirava la biancheria, un foulard a riparare capelli più bianchi di quanto lui ricordasse; in basso, bambini giocavano a pallone improvvisando una porta con due bombole del gas come pali; seduti su degli scalini, una coppia di fidanzati cercava riparo dal forte vento e una privacy non troppo distante dagli occhi della madre di lei.solo tre gradi di separazione

A casa Mandarà, Christian era solo. Entrò nella stanza dei suoi e si piazzò di fronte all’armadio, sulla cui anta centrale si trovava uno specchio a figura intera. Da bambino aveva giocato assumendo varie pose, adesso il ragazzo trovava fuori posto quel riflesso non coincidente con l’immagine della sua coscienza. La stanza aveva una voce, lo chiamava, gli chiedeva di girarsi – una cassettiera, alcuni ninnoli su un centrino ricamato a mano, cornici; dalla foto del proprio battesimo, lo fissava l’abito che indossava sua madre quel giorno. Christian aprì le ante, tirò fuori quel vestito datato ma ancora in buono stato e appoggiò la stampella sotto il mento. Tolse polo e jeans, mise il vestito per terra, vi entrò a piedi nudi e lo tirò su. Infilò le braccia nelle bretelle dell’abito, chiuse la lampo sulla schiena e stirò le pieghe, poi alzò lo sguardo. Nel riflesso non vide solamente sé stesso che indossava un vestito femminile ma un sogno. Portava i capelli lunghi e per questo sua madre gli aveva riferito le parole del marito Franco: «Tuo figlio deve ancora tenere i capelli in quel modo?» Christian provò a tirarli indietro fino a farsi male e a raccoglierli in uno chignon, scoprendo il volto intero, le piccole orecchie.
Tirò su la parte inferiore del vestito, si tolse gli slip e spinse il pene dietro le gambe chiuse, in modo che lo specchio non mostrasse quel membro che non percepiva come proprio. L’assenza come essenza, pensò e sorrise. In quel momento la serratura d’ingresso scattò per una chiave familiare ma inaspettata. Insieme con altri quattro operai, Franco stava rifacendo il prospetto di un palazzo; quando le condizioni meteo erano avverse, come quel pomeriggio, non potevano restare sull’impalcatura a dieci metri d’altezza, così la manovalanza era rientrata prima del solito.
«Cosa stai… » Le parole del capofamiglia erano cadute sulla soglia della stanza.
Non c’era stato abbastanza tempo per togliersi l’abito, rimetterlo nell’armadio e rivestirsi; mai ce ne sarebbe stato perché una parte potesse spiegare e l’altra comprendere. Uno scatto d’ira, uno schiaffo e Christian si ritrovò a terra.
«Mi fa schifo persino toccarti!» Franco tirò fuori dal portafogli due banconote che lanciò a terra e puntò l’indice tra gli occhi umidi del figlio.
«Ora rimettiti i tuoi vestiti e vai a tagliarti i capelli. Subito!»
Il manovale tornò fuori, togliendo quell’immagine dalla vista ma non da realtà e memoria, mentre le pareti della casa riverberarono le lacrime di Christian.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...