La settimana di… Antonio Soncina

Continuiamo a conoscere Antonio Soncina pubblicando un breve testo autobiografico dal gusto agrodolce

Ciclo di vita di un ingegnere informatico

Frequenti il primo anno, le aule sono affollate, si occupano i banchi con i quaderni, in alto si riservano uno spazio quelli che giocano a carte o leggono il giornale. Si parlano dialetti diversi dal tuo, ci sono poche ragazze, ti preoccupa sentire che qualcuno sta seguendo quella materia per la seconda volta e ti chiedi in che guaio ti hanno cacciato i tuoi genitori che hanno insistito perché ti iscrivessi a ingegneria “per il tuo futuro”.

Sei fuori sede, litighi con i tuoi coinquilini per i turni di pulizia degli spazi comuni, pasta col tonno è il tuo piatto tipico. Ti prepari per lo scritto di analisi 1, studi in gruppo, ognuno propone un metodo diverso per risolvere l’esercizio sul quale vi siete bloccati. La notte sogni numeri e simboli.IMG-20170316-WA0006

Ti presenti alla prima sessione. Quelli dell’anno precedente avevano promesso di ritirarsi dalla facoltà se non fossero passati. Loro passano e ne sono quasi contenti, tu no.

Continui a studiare, vivi in tuta e ciabatte, ogni tanto ti guardi allo specchio, non ti fai la barba ma scopri che soffri di tic a un ciglio. La sera gli amici vanno a un pub in centro, tu resti a casa per i sensi di colpa, poi non ti decidi ad aprire il libro e perdi tempo facendo zapping, finisci a leggere un vecchio Dylan Dog.

Ti presenti alla seconda sessione. Passi lo scritto con riserva. Devi prepararti per l’orale, sei terrorizzato dall’eventualità di doverlo ripetere, immagini scenari in cui implori il professore di darti la materia con 17 e due figure, pensi a scuse tipo “Mio padre ha perso il lavoro”, “Ho problemi di salute e non so se arriverò a laurearmi”, “Le cavallette”. Prima dell’esame fai il conto degli argomenti che non hai imparato, la prima domanda verte su uno di questi, passi comunque perché il professore non vuole rivederti alla prossima sessione insieme al resto della mandria.

Sei fuori corso. Le classi sono più piccole perché meno numerose, molti ex colleghi hanno abbandonato e adesso raccontano di dare un esame dopo l’altro in fisica, medicina, giurisprudenza. Per i corridoi t-shirt dei Motorhead si alternano a “profeti”: terzo anno fuori corso stempiati con barba fino allo sterno che scrutano le bacheche in cerca di avvisi per sessioni straordinarie. Hai ancora quel tic, per non stressarti troppo alterni i libri di testo ai romanzi di Tolkien, che finisci.

Discuti la tesi davanti a un gruppo di parenti che pensano “Ma che bravo!” senza capire una parola di quello che dici, ma gli piacciono i disegni del tuo Power point. Parli di reti neurali, l’argomento preferito dal tuo relatore, che si dimostrerà smentito dai risultati nel mondo reale. Ti consegnano la pergamena, tu adesso sei disoccupato, fai per lasciare l’ateneo mentre ti senti chiamare da un ragazzo, come te in giacca e cravatta e barba rasata per l’occasione: mentre cerchi di ricordare chi diavolo sia lui che ti conosce per nome, ti dice che vi hanno scambiato la pergamena e in effetti quella che tieni arrotolata in mano, scopri, non riporta le tue generalità.

Qualche anno più tardi, quello che era il tuo futuro è diventato il tuo passato, nel senso che sei arrivato tardi, in un’Italia post legge Biagi, con contratti a progetto dove vengono richiesti geni in cambio di stipendi per ragazzini. Ti decidi ed entri nella pubblica amministrazione che tanto aborrivi quando eri un illuso; diventi un insegnante, un amministrativo, un burocrate, e finisce che voti M5S non perché tu li ritenga validi politicamente – anche perché non ti eri mai interessato alla politica, convinto di non aver bisogno di interessarti alla politica – ma solo perché, dopo tanto studio e sacrificio, senti che le vecchie classi politiche ti hanno tolto quello che doveva essere tuo e quindi vuoi che non mangino sempre gli stessi, insomma la butti in vacca.

In compenso, il tic è passato.

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