La settimana di… Mariolino Papalia

Dulcis in fundo un brano inedito di Mariolino Papalia da Palermitani (Vizi pubblici e bprivate Virtù):

 

 

Seeentaaa, Seeentaa, lei, dove va?… Ecco, iniziava sempre così la giornata di lavoro di Onofrio, Nuofrio per gli amici, Cuzzupè, usciere di uno dei tanti uffici del Comune di Palermo, per la precisione dell’Istituto Autonomo delle Case Popolari.

“Imponente” figura della Palermo caratteristica si evidenziava per l’altezza, circa 152 centimetri, per le tozze gambe ed il lungo busto, ma soprattutto per la grossa pancia che stava appoggiata ad una grossa cinta tipo sottopancia da cavallo da corsa; viso da novello cultore dell’arte ciclopica, le lunghe braccia “carnose”, le grosse mani che terminavano con piccole dita, il tutto era condito da ricci capelli scuri dalle lunghe basette appena appena brizzolate e dai grossi baffi appoggiati alle piccole labbra, piccoli occhietti furbetti che a malapena riuscivano a stare aperti colpa dell’umido caldo che in questi anni imperversava nelle lunghe estati palermitane e che lo mettevano a dura prova facendolo litigare anche con sua moglie Giuseppina, Giusy per le amiche.

«Giuseppina, buttana ra miseria, rapi sta porta.»

«Nuoofrio, un ci rumpiri i cabbasisi, tantu un vintulia u stessu.»

Le grosse gote di Onofrio lasciavano intendere quanto lui avesse a cuore la pasta asciutta, in special modo quella “cca sarsa e milinciani” condita con tonnellate e tonnellate di pecorino grattato dalle sapienti mani di Giuseppina;

L’inconfondibilità di Onofrio stava nell’abbigliamento: lunghi pantaloni quasi a zampa di elefante: «Ma unnu viri cca ssi riddiculu», diceva la moglie Giuseppina.

«Seee, va bbè, oggi i giovani li portano così, arretrata, rispondeva Onofrio, con il cavallo pendente che svolazzava a destra e a sinistra, polo Lacoste, falsa, con coccodrillo “assantumato” per gli effluvi provenienti dall’ascella sinistra, sandalo in “vera” finta pelle, naturalmente con calzino corto bianco e, ultimo segno del progresso civile e della vera essenza della libertà, il telefonino, che Onofrio guardava sempre e continuamente nella speranza di sentirlo suonare «Bedda matri ma stu coso mai sona?»

Onofrio era nato nella Palermo degli anni cinquanta; suo padre, Calogero, gli diede il nome Onofrio per una sorta di venerazione a “Santu Nofrio piluso” santo che si venera nella piccola chiesa posta nella piazza omonima nel quartiere Monte di Pietà e del quale si diceva, e di dice, sia molto miracoloso.

Infatti siccome la madre di Onofrio sembrava non riuscire a portare a termine una gravidanza, il marito, Calogero, ogni mattina si recava nella piccola chiesetta e intonava la poesia di rito: «Santu Nofriu pilusu, pilusu – Tuttu amabili e amurusu – Pi’ li’ vostri santi pila – Facitimi stà grazia – Diccà a stasira.»

Sembra che il Santo accolse la supplica di Calogero e quindi la moglie allo scadere del tempo diede alla luce un maschietto che, però, sembrò essere il ritratto del Santo di quanto era brutto e peloso quasi come una scimmia tant’è che Calogero, guardandolo in braccio all’infermiera dell’ospedale dei bambini ebbe a dire: «Nfirmera, ma è sicuru che è chistu me figghiu?» E l’infermiera che, evidentemente, voleva prendersi gioco del povero uomo gli rispose: «Signor mio, mater semper certa est.»

Calogero che non aveva fatto neanche le scuole elementari, figuriamoci conoscere il latino, lasciò cadere la cosa rispondendo solo «Amen!», infatti aveva creduto di ravvedere nelle parole dell’infermiera una sorta di preghiera augurale rivolta al figlio.

Giuseppina, invece, proveniva dal popolare quartiere della Kalsa.

 

 

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