La settimana di… Mariolino Papalia

Buongiorno! Oggi facciamo un tuffo nella storia e parliamo delle “Compagnie Nobili della Felicissima città di Palermo

 

La Confraternita di Santa Maria della Candelora, eretta in Compagnia sotto il titolo della Carità di San Bartolomeo di Palermo, fu fondata nel 1533 da Don Ettore Pignatelli Duca di Monteleone e Viceré di Sicilia col nome di Unione dei Nobili, aveva lo scopo di visitare e servire gli ammalati del vicino Ospedale di San Bartolomeo. Per far ciò si servì di due pii uomini: Fra Giambattista da Ravenna Carmelitano e Fra Raffaello da Siena Agostiniano (Fonte PP. Cappuccini Palermo, Archivio Nino Basile). La prima sede della Compagnia fu nella chiesa della Madonna della Candelora, piccola chiesa esistente dentro lo stesso Ospedale.

Questa teoria sull’anno di fondazione della Compagnia però è confutata da un autore di fine ‘800, il Flandina; egli asserisce che già il 30 novembre del 1398 il Confrate Bernardo de Medico donava all’Ospedale di San Bartolomeo il feudo Sachica (A. Flandina, Capitoli della Nobile Compagnia Ospedaliera della Carità, Palermo 1892, pag. 7).

L’ospedale di San Bartolomeo, oggi non più esistente se non in una parte di loggiato, sorgeva nell’odierna Piazza Santo Spirito e la sua costruzione si ascrive alla politica urbanistica del Viceré Marcantonio Colonna Duca di Tagliacozzo, che prevedeva la messa in opera di una grande strada che a monte aveva il muro bastionato della città, a valle la riva del mare e si estendeva alla cala sino al piano di Sant’Erasmo, divenuta con il tempo la splendida passeggiata della Marina e che, in seguito, avrebbe assunto i nomi più svariati: Foro Borbonico, Foro Umberto, Foro Italico (R. La Duca, La città perduta, vol II, Palermo 1957, p. 87). Compagnie Palermo_copertina.jpg

La porta che immette nell’attuale Corso Vittorio Emanuele si chiamò Porta Felice dal nome di Donna Felice Orsini moglie dell’anzidetto Viceré.

La sua costruzione iniziò nel 1582 e, dopo l’intervento del Viceré D. Lorenzo Suarez e Cordova Duca di Feria, fu completata nel 1637 dal Viceré Luigi Moncada Duca di Montalbo. Ignoto è l’architetto che progettò l’opera a cui subentrò Mariano Smiriglio e poi, alla sua morte avvenuta nel 1636, Pietro Novelli, che modificò la parte superiore nelle forme attuali e, ultimo, Vincenzo Tedeschi, che vi portò irrilevanti modifiche. La varietà di progettazione si nota nella differenza stilistica tra le varie parti della porta, che dalla parte della città mostra severità classica con motivi manieristici, mentre la facciata verso il mare ha caratteri baroccheggianti specialmente nella zona superiore dove spiccano le due grandi aquile imperiali con le ali spiegate.

L’ospedale di San Bartolomeo, già in funzione in epoca medioevale, era sorto con funzione di astanteria, prima al servizio dei frati della vicina chiesa di S. Nicolò alla Kalsa (A. Mazzè, I luoghi sacri di Palermo, Le parrocchie, Palermo 1979, pp. 245-246) e in seguito per i mercanti del vicino porto.

Tale asserzione è confermata anche dal Mongitore (Storia cronologica degli arcivescovi, manoscritto Qq E. 5, f. 611) nel quale risulta che in data 18 gennaio 1321 l’arcivescovo di Palermo, Giovanni Orsino, concedeva a Odoberto Aldobrandini e Puccio di Giacomo di fondare una casa, ad uso infermeria, nonché una cappella dedicata a Santa Maria la Candelora per curarsi i malati incurabili (Relazione dell’origine… dell’ospedale di S. Bartolomeo degli incurabili… Palermo 1722) che in seguito saranno assistiti dai confratelli della nobile Compagnia della Carità.

Tornando alla Confraternita, nel 1543, questa Unione assunse il titolo di Compagnia e fu la seconda, dopo quella dei Bianchi, che intervenne alla processione del Corpus Domini; vestiti con sacchi e visiere di tela cruda avevano al cinto una corda ed i piedi scalzi, portavano ognuno una candela di cera gialla.

L’abito indossato dai Confrati nelle processioni, nell’assistenza ai malati era di tela cruda con mantello e cappello di panno bianco e quest’abito era di loro esclusivo uso secondo due privilegi concessi con bando del 17 maggio 1580, dal Senato palermitano, del seguente tenore: “che i sacchi, cappelli e mantelli delle altre compagnie non dovevano essere uguali né conformi a quelli della Compagnia della Carità”, e una bolla pontificia del 20 agosto 1596.

Dopo molti anni, esattamente nel 1573, i Confrati cedevano la loro antica e vecchia sede, avendo ottenuto dal Senato palermitano la concessione della Sala delle Dame (A. Flandina, Capitoli della Nobile Compagnia Ospedaliera della Carità, Palermo 1892); tale sala trovavasi presso le mura della Cala ove vi era l’antica Sala, chiamata delle donne, composta di una gran lunga loggia sostenuta da più colonne, ed eretta dal Senato per luogo di delizie per le dame palermitane che in quel luogo si radunavano nei tempi estivi a respirare l’aria marina.

Dopo tale acquisizione, confermata anche dai registri del Senato, in data 17 luglio 1573 (A.S.C. Atti del Senato, 1572/73 Volume 198/20, pag. 198), si diede inizio alla nuova opera il di cui frontispizio (oggi distrutto dai bombardamenti della seconda guerra mondiale) fu ornato con pietre ad intaglio.

Una decina di anni dopo, precisamente il 28 dicembre del 1583 una gravissima tempesta proveniente dal mare antistante fece gravissimi danni alla costruzione, danni che furono ripristinati nel 1591; prese possesso della nuova costruzione il Viceré D. Diego Guzman (Auria, Historia dei Vicerè di Sicilia, pag. 55).

Per raggiungere il loggiato vi era una scala scoperta con gradini e con una balaustra ai fianchi in pietra bigia. L’Oratorio era sufficientemente spazioso, rimodernato in seguito nel 1730, con stucchi, pitture, ed oro. Dentro il Cappellone vi era un altare in marmo con intagli in oro. In fondo ad esso attaccato al muro si osservava un quadro di Gesù Cristo, che lava i piedi agli Apostoli, in cui si leggeva: Franciscus Potensanus inventor et pictor 1580 (Francesco Potenzano ideò e dipinse 1580). Sull’altare si venerava un’immagine in rilievo del SS. Ecce Homo, in sommo culto del pubblico, che lo visitava ogni venerdì con molta devozione. Fu questo un dono fatto da un Conte di Regalmuto del Carretto al servo di Dio Sacerdote Don Giovanni Guadagnini, Cappellano della Compagnia. Nelle mura laterali vi erano due quadri dipinti a fresco dal Borremans, che fissò il suo domicilio a Palermo, ed a spese del benemerito cittadino Don Francesco Emanuele Marchese di Villabianca, di cui si  vedevano le armi. Uno di questi esprime la Parabola del Samaritano, e l’altro della Probatica Piscina. Altra cosa magnifica erano i sedili destinati nelle funzioni per i Superiori, erano in ebano con intarsi in avorio e madreperla. La Sagrestia ed i Cameroni erano adorni di ritratti dei Superiori della Compagnia. Dall’ultimo camerone si usciva in una deliziosa loggia scoperta, alla destra della quale vi era una scala che comunicava con l’Ospedale di San Bartolomeo, dove ogni giorno, come sopra detto, due fratelli vestiti di sacco andavano a servire gli ammalati. Il Beato Giuseppe Cardinal Tommasi fu fratello di questa Compagnia. Il numero dei fratelli non doveva superare le cento unità, venivano ammessi solamente i Titolati, i Nobili, ed i Togati perpetui; entravano di diritto tutti i Viceré e gli Arcivescovi di Palermo.

I confrati avevano libero ingresso nell’Ospedale e, il 6 giugno 1578 il Senato di Palermo accordava loro la prerogativa che nell’elezione dei Rettori e degli Ospedalieri dell’Ospedale, uno dei Confrati scelto tra gli imbussolati, doveva essere uno dei Rettori, o l’Ospedaliere.

Questo privilegio venne confermato dal Viceré Marco Antonio Colonna l’11 agosto 1579; e la concessione fu sempre rispettata dal Senato. Nel 1594, poiché si fece un’elezione di Rettori senza esservi stato compreso un Confrate, questa fu annullata dal Senato, e rifatta con l’aggiunta del Confrate dimenticato. Nel 1689 e nel 1717 si ripeté lo stesso caso ed il Senato prontamente annullò la delibera.

Con bolla pontificia del 20 agosto 1596 fu disciplinato, con apposito privilegio, l’uso dell’abito dei Confrati così come stabilito dal Senato palermitano nel 1580.

I Confrati ebbero, inoltre, la facoltà di poter dipingere lo stemma della Compagnia sull’Altare maggiore della Cappella dell’Ospedale a titolo di patronato; e nel 1722, avendo l’Ospedaliere cancellato quello stemma e sostituito con quello dell’Ospedale, ebbe severa ingiunzione dal Senato e dal Viceré di rimettere tutto come prima. Il Cappellano aveva il diritto di portare la propria stola dentro l’Ospedale e i Confrati di potersi scegliere un proprio avvocato nella cause attive e passive della Compagnia e dell’Ospedale di San Bartolomeo.

Nel frattempo unitosi il vecchio oratorio della Candelora con l’Ospedale e acquisite nuove proprietà si diede inizio ad una nuova costruzione grazie anche ai contributi del Senato, dei Rettori e dei Confrati della Compagnia e diverse lapidi furono murate nell’angolo vicino la casa dell’Ospedaliere e nelle tre porte che vennero aperte nel corso della costruzione dell’edificio. Queste iscrizioni portavano la data del 1586, 1611, 1660. Le iscrizioni contenevano l’elogio del Senato, dei Viceré e dei Rettori.

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