La settimana di… Mariolino Papalia

Buongiorno cari lettori, oggi pubblichiamo un brano tratto del volume “La casa Notarbartolo. Storia e tavole genealogiche“, una famiglia che ha avuto un ruolo piuttosto importante nella storia di Palermo e della Sicilia:

(…) Emanuele Notarbartolo, dei Principi di Sciara, nasce a Palermo il 23 febbraio 1834. Volontario garibaldino nel 1860. Sposa il 25 gennaio 1865, Marianna Merlo dei Marchesi di S. Elisabetta nata a Palermo nel 1847. Hanno tre figli: Maria Teresa, Leopoldo e Maria Antonietta (71.1/71.3). Fu assassinato, dalla mafia, l’1 febbraio 1893, è sepolto nel Cimitero di Santa Maria di Gesù a Palermo (cit. Mariolino Papalia, Iscrizioni funebri delle Chiese di Palermo, Palermo 2006).

Tenne, con impegno, la carica di Sindaco di Palermo dal 28 settembre 1873 al 30 settembre del 1876 (cit. Mariolino Papalia, Pretori, Podestà e Sindaci di Palermo dal 1300 al 2007, Palermo 2008). In tale qualità, nel 1875, diede inizio alla costruzione del Teatro Massimo, completò il mercato degli Aragonesi, rifece il tetto del Teatro Politeama, iniziò l’ammodernamento della rete viaria, collegando la stazione centrale con il porto. Notarbartolo

Fu con Emanuele Notarbartolo che si tornò a discutere la pianta organica del Comune; questi asseriva che 98 impiegati erano troppi e mal distribuiti, si poteva tranquillamente risparmiare riducendo di 13 unità e distribuendo in maniera più razionale gli altri. Il Consigliere Raffaele Palizzolo avversò la proposta del Sindaco imponendo alla Giunta di garantire tutti gli impiegati.

Con l’arrivo di Emanuele Notarbartolo il Comune assume una nuova fisionomia: la carica di Tesoriere, ad esempio, prevedeva il versamento di una cauzione stabilita dal Consiglio comunale, ma uno dei punti di forza della nuova politica del Notarbartolo era il riassetto delle finanze del Comune, e quindi si dovette rivedere anche questa figura. La situazione di cassa era ferma al 1865 e presentava un avanzo di Lire 2.389.397, ma da questa cifra andavano dedotti Lire 1.787.331 di “sospeso”.

Il sospeso erano conti che il Tesoriere pagava, non in base ai mandati, ma dietro semplici appunti. Il Tesoriere, Cavaliere Ferreri, presentava le pezze giustificative con estrema lentezza tanto da fare insospettire il Sindaco che gli chiese il raddoppio della cauzione versata che si aggirava intorno a Lire 230.000; nello stesso tempo con una nota al Prefetto, il Notarbartolo, confermava che dalle casse comunali mancavano più o meno Lire 900.000 (ASP, Prefettura, busta 23, fascicolo 31). Fu anche Direttore Generale del Banco di Sicilia dal 1876 al 1890, ed è qui che maturò, probabilmente, l’assassinio del Notarbartolo.

La situazione del Banco di Sicilia all’arrivo del Notarbartolo era disastrosa: l’istituto si trovava quasi sull’orlo del fallimento e tutto per delle speculazioni azzardate e un’amministrazione a dir poco “allegra”, la quale aveva permesso l’utilizzo agli speculatori di un capitale di otto milioni e ottocento mila lire e una riserva, in oro, di tredici milioni.

Per risanare l’istituto Notarbartolo optò per un regime di austerità, invitando, da un lato, i direttori delle sedi a far rientrare i clienti più scoperti e consentire crediti solo ai titoli protetti da solide garanzie e, dall’altro, denunciando i nomi degli speculatori all’allora Ministro dell’agricoltura Micieli. La strategia ebbe in ben quattro anni ottimi risultati. Allo stesso tempo apportò modifiche allo statuto dell’istituto in modo da eliminare le componenti politiche in favore di quelle essenzialmente commerciali. Questo inasprì ancora di più gli animi dei suoi nemici al punto da ordinarne l’omicidio. Il delitto fu eseguito da due uomini, armati rispettivamente di pugnale triangolare e coltello a lama larga a doppio taglio con il manico d’osso.

Le prime indagini si concentrarono subito sul conduttore del treno, Giuseppe Carollo, il quale fu arrestato immediatamente dopo l’omicidio dalla polizia ferroviaria. Questi, incorso in varie contraddizioni fin dal primo interrogatorio, fu ritenuto il maggiore indiziato. Ma già agli inizi dell’estate dello stesso anno si assistette ad una clamorosa rivelazione ad opera del carabiniere Giuseppe Garrito, il quale dichiarò di essere venuto a conoscenza di un brindisi a favore della morte di Emanuele Notarbartolo avvenuto nella tenuta La Montagnola, di proprietà dell’Onorevole Palizzolo, brindisi tenuto da un gruppo di mafiosi.

Un successivo rapporto dei carabinieri indicava come esecutore materiale Giuseppe Fontana, autore di almeno venti omicidi dei quali era stato assolto per insufficienza di prove. Questi, “intimo” di Palizzolo, era il capo della cosca di Villabate, che a quei tempi contava oltre 240 affiliati, dei quali almeno 24 avevano brindato a La Montagnola. Gli indizi raccolti non furono ritenuti sufficienti dal Tribunale di Palermo che emise una condanna di assoluzione nei confronti di tutti gli imputati, senza sentire neppure come teste il Palizzolo.

Due anni più tardi, nel 1895 un detenuto, Augusto Bartolani, dichiarò sotto giuramento che responsabili del delitto Notarbartolo erano il ferroviere Carollo e il killer Fontana. Tali dichiarazioni indussero la magistratura di Palermo a riaprire il caso, ma anche stavolta il Fontana fu assolto per insufficienza di prove, mentre Carollo e Baruffi, anch’egli ferroviere, furono rinviati a giudizio. Il figlio della vittima, Leopoldo, il quale si era sempre battuto per ottenere giustizia, riuscì a mobilitare l’opinione pubblica, in particolare Colajanni e De Felice Giuffrida, e, costituendosi parte civile, ottenne il rinvio del processo a Milano per legittima suspicione. Leopoldo Notarbartolo denunciò in tribunale la dilagante corruzione del Banco di Sicilia e i suoi sospetti su Raffaele Palizzolo.

Con don Palizzolo, “u Cignu”, come fu detto, il Marchese Notarbartolo si era più volte scontrato in passato, per aver cercato di ostacolarne le spregiudicate operazioni finanziarie di cui l’Onorevole si era reso autore. Le carte processuali dimostrano in maniera copiosa che la mano omicida fu mafiosa e che il Palizzolo era un bravo “guanto giallo” sempre in ottimi e intimi rapporti con i mafiosi. L’istruttoria, infatti, evidenziò vecchi sodalizi fra il deputato parlamentare siciliano e la malavita palermitana e trapanese, a favore della quale egli si era prodigato più volte ottenendo scarcerazioni e riduzioni delle pene, al fine di conquistarne il sostegno elettorale. Il processo di Milano, inoltre, evidenziò un sistema di corruzione generale che coinvolgeva le istituzioni dello Stato. Divennero in tal senso imputati la mafia e le istituzioni statali presenti in Sicilia. Per la prima volta l’opinione pubblica sentì parlare di “mafia”, termine nuovo, associato al territorio siciliano e che vedeva nell’atteggiamento omertoso degli imputati, tenuto durante tutto il corso del processo, un carattere peculiare. Il processo di Milano si concluse con la condanna solo degli autori materiali del delitto.

A Palermo lo sanno tutti: don Raffaele Palizzolo, deputato. Il caso si configura, infatti, come uno strano giallo. Strano perché all’indomani dell’omicidio perfino la stampa locale fa il nome del parlamentare, che non si cura nemmeno di smentire i suoi accusatori. Mentre le autorità giudiziarie si ostinano a non indagare sull’onorevole. Don Raffaele Palizzolo è uno che nel 1872, a 26 anni, va in giro a cavallo circondato dai suoi bravacci, nel paese di Ciminna. Il giovane consigliere comunale va a raccattare voti: elargisce denaro e promette favori. Comincia la carriera politica nelle file del partito regionalista, di tendenze clerico-separatiste. Ma, per convenienza, approda alla sinistra liberale che fa capo a Crispi. Ne diventa il luogotenente a Palermo. Don Raffaele non disdegna banchetti con noti capi-mafia. E, come membro del consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia, è responsabile di malversazioni. Comportamenti che contrastano con il rigore del direttore dell’istituto di credito, Emanuele Notarbartolo, che nel 1889 presenta un rapporto di denuncia al ministero. Per tutta risposta, Crispi licenzia Notarbartolo (Vedi Corriere della Sera, 15 marzo 1992, Vito D’Angelo).

Il vero processo a carico di Palizzolo si svolse dinnanzi alla Corte d’Assise di Bologna nell’autunno 1901, dopo che l’anno precedente era giunta l’autorizzazione a procedere da parte del Parlamento nazionale con 230 voti favorevoli e soltanto 18 contrari. Palizzolo era diventato “l’onorevole padrino”, il simbolo dei connubi fra mafia e politica. Dalla Corte bolognese Palizzolo fu condannato a trenta anni di reclusione insieme a Fontana, mentre Garufi e gli altri imputati furono assolti.

Il clima di generale indignazione e di superficiale classificazione nei confronti della Sicilia, che si era instaurato durante i processi portò all’esplosione di vive reazioni di protesta da parte dei siciliani, ma anche di autorevoli intellettuali fra cui Pitrè e De Roberto. Essi, infatti, costituirono un Comitato pro-Sicilia per riscattare l’isola da tali infamie. Quale potè essere il motivo di una simile scelta? Essi, in realtà, volevano riscattare la Sicilia da quell’onta mafiosa che già da processo di Milano era stata attribuita a quel territorio, volevano evitare che il termine “mafia” potesse connotare tutti i siciliani, anche i siciliani onesti. Tali proteste, unite all’interessamento da parte di Cosa Nostra della vicenda Palizzolo, portarono alla inattuazione della sentenza bolognese, la quale venne portata in Cassazione e poi definitivamente annullata con il rinvio alla Corte di Assise di Firenze.

Raffaele Palizzolo tornò a Palermo su una nave, a mo’ quasi di trionfo, Onorevole e Consigliere d’amministrazione del Banco di Sicilia, il quale, dopo essersi arricchito con la liquidità dei risparmiatori, esser stato condannato per l’omicidio di colui che era stato preposto all’istituto di credito per risanarne la situazione, fu assolto e acclamato dal popolo siciliano che preferì lasciare un delitto insoluto piuttosto che vedersi attribuito l’appellativo di “mafioso”. Vasto eco venne riportato dalla cronaca e molti quotidiani, esteri ed italiani, si interessarono della vicenda.

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