La settimana di… Mariolino Papalia

Oggi il nostro autore ci presenta uno dei Suoi romanzi “Il segreto del Vittoriale”

 

Gabriele Ripamonti, un attempato scrittore che ha deciso di vivere, in solitudine, a Palermo, viene, suo malgrado, invischiato in una ricerca relativa al ritrovamento di un disco molto antico nel quale, si pensa, si trovi un segreto che riguardi Gabriele d’Annunzio e l’Italia.

Una donna di Torino, per il tramite un amico, professore di lettere dell’ateneo palermitano, lo contatta per metterlo a conoscenza della cosa.

Ma il disco fa gola a molta gente: lo Stato, i servizi deviati, e per ultimo la mafia.

Tra innumerevoli colpi di scena, in giro per l’Italia, gli interpreti del romanzo riusciranno a venirne a capo ma come dice, nel libro, un noto boss della Mafia: “Ma voi volete sapere veramente cosa contiene il disco?”.

Il libro è piacevole da leggere essendo un’avventura mozzafiato; è condito da diverse scene sexy com’è nello stile di scrittori quali Harold Robbins, Jackye Collins, Lorenzo Barbieri a cui l’autore si ispira.

 

(…) Riuscire a dimenticare Mariella non fu facile. L’amaro epilogo, della nostra storia sentimentale, mi aveva turbato facendomi chiudere, ancora di più, in me stesso.

La passione che si contrappone alla gelosia, e che muove gli uomini di questa terra, bruciata dal sole, mai e poi mai mi avrebbe fatto presagire la morte di Mariella e proprio per mano del suo ex marito.

Adesso tutto era pronto per il suo ultimo viaggio.

In un angolo della stanza da letto, Angela, la figlia di Mariella, seduta su una poltrona posta in un angolo della stanza, guardava, come ossessionata e inebetita, le candide lenzuola di cotone bianco, con al centro quell’unica macchia di sangue raggrumato che aveva assunto un colore violaceo.

Mi avvicinai a lei e poggiai la mano sulla spalla. Mi guardò con i suoi grossi occhioni, che ricordavano la madre, e sembrò ringraziarmi per questo gesto.

«Grazie Gabriele» disse, «Ma non riesco a staccare gli occhi da quel lenzuolo, mi ci sto perdendo dentro; perché, perché questa fine così barbara, quale grosso peccato aveva mia madre da doverlo scontare in questo modo?»

«Nessun peccato» risposi, «Niente di cui tu debba vergognarti. Vieni via da questa camera!»

La ragazza, gratificata dalle mie parole, si alzò dalla poltrona in cui era seduta e mi prese per mano. Prima di uscire si voltò nuovamente verso il letto e scoppiò in un pianto dirotto. La abbracciai e piansi con lei.

Ci avviammo verso l’uscita e, tenendola sempre stretta a me, gettai, anch’io, l’ultimo sguardo alla camera.

In ogni sua parte regnava il disordine, l’abat-jour posta sul comodino, era caduto per terra e ciò fece presagire che Mariella avesse combattuto, con il suo assalitore, nel vano tentativo di un’estrema difesa che a nulla le era valso. Anche l’orsacchiotto, che le avevo regalato per il suo trentanovesimo compleanno, giaceva per terra, sul tappeto di soffice pelo, con la faccia rivolta verso quel letto come se, anche lui, stesse cercando la sua padrona.

In un angolo, su una sedia, vi era ancora la biancheria intima di lei: il candido reggiseno bianco e il piccolo perizoma, uno dei tanti, che molto civettuolamente lei indossava.

Ricordai sorridendo che, alle volte, le chiedevo perché lo facesse, perché si divertisse così tanto a provocare gli uomini e ricordai pure di quella volta che ci trovammo a passeggiare in via Ruggiero Settimo.

Mariella godeva nel sentirsi guardata e desiderata, riusciva a portare lo scompiglio ovunque lei passasse e talvolta ero anch’io complice e testimone, con un po’ d’imbarazzo, dei commenti, a volte pesanti, della gente.

Eravamo fermi davanti alle vetrine di un negozio alla moda, intenti a guardare degli abiti, quando qualcuno, a voce molto bassa, si lasciò sfuggire un «Sangu mio chi ssi bona!», «Dolcezza come sei bella».Il segreto del Vittoriale_copertina.jpg

Ecco, questi erano gli apprezzamenti che Mariella, generalmente, strappava dalla bocca agli uomini.

Io facevo finta di non sentire e lei, dopo aver guardato lo sconosciuto ammiratore, si lasciava sfuggire a una delle sue classiche risate, continuando a guardare la vetrina che rimandava la fisionomia dell’inebetito uomo.

Il comò, il grosso comò cui Mariella teneva tanto, aveva gli sportelli aperti e dai cassetti, anch’essi aperti, usciva la sua biancheria. L’ex marito, nel vano tentativo di far credere a un omicidio, a scopo di rapina, aveva messo tutto a soqquadro ma a nulla era valso. Dopo parecchie ore d’interrogatorio, l’uomo confessò e piangendo disse di averlo fatto per amore.

Uscimmo definitivamente dalla stanza.

Angela ed io percorremmo il piccolo corridoio, pieno di gente che affollava la casa, venuta a rendere l’ultimo omaggio alla morta.

Entrammo nel salone, dove era composta la salma.

Angela sedette sul divano, posto lungo la cassa, nel mezzo alle due vecchie zie, che d’ora innanzi, si sarebbero fatte carico della sua educazione.

Vincendo l’emozione mi avvicinai al feretro. Guardai Mariella posta dentro la cassa. La vidi bellissima. Le sua labbra avevano assunto un colore rosa perlaceo che spiccavano sul volto bianco pallido. La folta capigliatura nero-corvino faceva risaltare il candore di quel volto.

Qualcuno le aveva messo tra le mani un rosario e una foto di Padre Pio, cui Mariella era molto devota.

L’abito, molto castigato, nascondeva la vera natura di quella donna: allegra, affascinante e dalla scabrosa sensualità che mi aveva visto prima amico poi amante.

Un trambusto mi scosse dai miei pensieri. Mi voltai verso la porta d’ingresso e vidi entrare gli addetti delle pompe funebri. Iniziava il lento e penoso rito della chiusura del feretro. Tutti si scansarono per lasciare posto.

Le vecchie zie si alzarono e si avvicinarono al feretro. Si chinarono, prima una poi l’altra, baciarono la morta poi si unsero con il segno della croce, dopo si misero da parte per permettere anche ad Angela di fare la stessa cosa.

Terminato il triste omaggio, le tre donne, si allontanarono seguite da uno stuolo di gente.

Uno degli addetti si avvicinò a me, che ero rimasto nei pressi, ed a bassa voce mi chiese: «Dottore possiamo iniziare?».

«Certo» risposi, «fate pure il vostro dovere.»

L’altro addetto, estrasse dalla tasca della giacca un accendino e fece scintillare il piccolo cannello che serviva per saldare la lastra di zinco sulla cassa; poi, assieme all’altro addetto coprirono il tutto con il coperchio di legno d’acero, dove campeggiava una grossa croce, in ottone dorato. Sigillarono completamente il feretro e, alzata la cassa, iniziò la triste discesa verso l’auto comunale che avrebbe condotto la salma di Mariella al cimitero.

Durante il breve accompagnamento, a piedi, non potei fare a meno di pensare a come fosse banale la vita.

Mentre il piccolo corteo si avviava lungo la strada esterna al condominio, sentii qualcuno che diceva: «In fondo una buttana era, questa era la fine che si meritava».

Repressi a stento la collera e la voglia di spaccare la faccia al commentatore che, comunque, abbasso gli occhi distogliendoli dal mio sguardo carico di odio.

Prendemmo posto sulle auto. Angela andò con le zie, io salii in quella del mio più caro amico palermitano, il professor Giovanni Bisanti, docente all’università di Palermo.

Non dicemmo neanche una parola sino alla chiesa, dove si svolse la funzione e poi sino al cimitero.

La bara fu inumata, e dopo un’altra preghiera e la benedizione, di un occasionale frate, la pesante lastra di marmo sigillò il tutto.

Sul fronte solo il nome con le date di nascita e di morte.

Dopo il triste rito, la gente intervenuta si allontanò in silenzio, lasciandoci soli. Le zie di Mariella percorsero un tratto di strada insieme con noi, poi si fermarono. Uno scambio di occhiate, com’era uso in Sicilia, disse tutto. Un breve saluto e un ringraziamento per quanto avevo fatto per la loro povera nipote.

Abbracciai Angela e scoppiammo, nuovamente, a piangere. La pregai di farsi sentire ogni tanto e di farmi sapere dove sarebbe andata ad abitare.

Non l’avrei più rivista!

Mi appoggiai al caro Bisanti e insieme riprendemmo la strada del ritorno, non senza soffermarci, di tanto in tanto, presso qualche tomba illustre per contemplarne le fattezze architettoniche e non senza rammentare che la morte è il più giusto dei tribunali. E’ uguale per tutti!

Passarono gli anni e anch’io mi ero trasferito di casa.

Avevo acquistato un vecchio casale, dalle parti dell’Addaura, una zona tranquilla nei pressi di Mondello, la Montecarlo dei palermitani. Avevo deciso di rinchiudermi a scrivere e a meditare sulle ingiustizie della vita.

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