La settimana di… Sandro Orlandi

Ancora un altro racconto tratto da “Calma di vento” intitolato SENZA ELEONORA. Il tema, questa volta, è la fragilità umana. 

Di solito viviamo la vita di tutti i giorni senza stare a pensare che questa da un momento all’altro possa cambiare, soprattutto se in modo improvviso e drammatico. Spesso quando riusciamo con fatica ad essere sereni, magari a tratti perfino felici, il fato imprevedibile e tiranno ci fa sprofondare nella tristezza o nella depressione più profonda con un semplice schiocco di dita. Ci sentiamo tanto forti in un mattino radioso di sole e sembra che tutto fili liscio come e forse più di quanto speravamo, e ci convinciamo di essere “padroni del nostro destino” poi, magari solo due giorni dopo…

La perdita di una persona cara e amata, spesso vera e propria ancora di sicurezza, distrugge tutto ciò che faticosamente avevamo costruito, come una mano gigantesca che si diverta beffardamente a sparigliare in un sol colpo le carte del nostro destino e, frastornati e confusi, con un buco al posto del cuore e il vuoto nello stomaco ci trasciniamo giorno dopo giorno senza allegria, senza motivo alcuno per farlo, fino a che arriviamo ad una soluzione che solo un mese prima ci avrebbe fatto inorridire e ci sarebbe sembrata assolutamente inimmaginabile.

Salta tutto, le nostre convinzioni, le nostre speranze, le nostre granitiche certezze, la nostra autostima, ma soprattutto niente e nessuno ci restituirà più la necessaria gioia di vivere.

SENZA ELEONORA

In piedi sul davanzale del balcone al settimo piano cercava il momento giusto.

Guardava in basso verso la strada, ma non vedeva niente. Cominciò a piovere e lui non se ne accorse. Tremava. Parole confuse gli sfuggivano dalla bocca. Guardava avanti verso l’orizzonte, dove si stagliava la cupola di S.Pietro illuminata, ma lui non la vedeva. Tremava e piangeva. Riabbassò lo sguardo e gli sembrò di vedere l’asfalto bagnato farglisi incontro come un vecchio amico. Si irrigidì e alzò il viso al cielo buio della notte.

Clacson, rumore di lamiere, freni, vetri infranti, poi un silenzio profondo. Abbassò lo sguardo e nella sua mente confusa penetrò un urlo. Asciugatosi gli occhi vide una piccola utilitaria sfracellata contro il palo della luce. Una giovane donna era riuscita a liberarsi dalle lamiere contorte. Era lei che urlava, alzava gli occhi verso l’alto, verso di lui, gli sembrò, e urlava disperata. La vide barcollare e accasciarsi a terra in mezzo all’incrocio. La vide poi abbandonarsi prendendosi la testa tra le mani e singhiozzare forte.

Si ritrovò, senza sapere come, seduto a terra accanto a lei sull’asfalto bagnato. La cingeva con delicatezza cercando di calmarla. Ma lei piangeva e urlava ancora. Così lui cominciò ad accarezzarle i lunghi capelli biondi e lisci. Era rapito da quel viso e, alla fioca luce dei lampioni, pensò che quegli occhi spauriti dovevano essere chiari. Verde chiaro, sì, come li aveva la sua Eleonora.

La donna finalmente sembrò calmarsi un poco ma tremava ancora forte e, a tratti, il suo corpo minuto aveva delle scosse violente. Doveva essere ferita ad un braccio perché lo teneva abbandonato lungo il fianco, mentre l’altro lo agitava davanti al viso. Guardava costantemente verso l’utilitaria accartocciata contro il palo della luce. Dentro si riusciva ad intravedere il corpo esanime di un bambino di otto, dieci anni. Ogni tanto la donna tendeva il braccio sano verso la macchina, emettendo un lungo lamento angoscioso. Lui provò una tenerezza infinita per lei, un amore assoluto e la strinse di più a sé. La donna si abbandonò e si accucciò tra le sue braccia. Allora cominciò a cullarla piano, sempre accarezzandole delicatamente i capelli biondi e sussurrandole parole leggere all’orecchio. Tutto era silenzio intorno. Erano soli, lì, in mezzo all’incrocio, di notte, sotto una pioggerellina insistente che mescolava lacrime e sangue.

L’urlo di una sirena trafisse la notte e la luce rossa intermittente dell’ambulanza avanzò dal fondo della strada.

La realtà ritornò spietata.

All’inizio il suo urlo si mescolò con la sirena dell’ambulanza, ma poi, tra il quarto e il terzo piano, chiuse gli occhi e gli sembrò di volare lontano.

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