La settimana di… Fiorenza Golferini Pelaez

Oggi cari lettori; Vi proponiamo “Agnolini”, un racconto inedito della nostra autrice. Uno spaccato di vita quotidiana, domestica, preziosa nella sua semplicità.

AGNOLINI

Nella stanza accanto, mio padre, in pantofole, legge la Gazzetta di Mantova. E’ seduto in poltrona, in quella poltrona bassa, morbida, di pelle marrone, dalla sagoma squadrata, già appartenuta alla sua famiglia, e che ormai dimostra gli anni nelle rughe e nelle screpolature sparse qua e là.
Gli fa compagnia Muci, il gatto. Non appena il papà ha aperto il giornale, Muci è arrivato di corsa da chissà dove, è balzato sul bracciolo, e si è strusciato contro la sua spalla sinistra miagolando fino a che gli ha fatto posto sul sedile. Si è coricato, come al solito, nell’angolo tra lo schienale e il bracciolo, obbligandolo a sedere un po’in obliquo, e ora ronfa beato. Ogni tanto mio padre stacca la mano dal giornale per fargli una coccola e, mentre gli liscia il pelo grigio piombo che pare di velluto, china leggermente la testa per guardare al di sopra degli occhiali di metallo e tenere sotto controllo la cucina. La poltrona, infatti, si trova a poca distanza dalla porta.
E’ giorno di festa. La cucina è tutta in movimento. La mamma lavora senza sosta e noi cinque stiamo intorno al grande tavolo con il compito di aiutarla. Al centro c’è la zuppiera colma di ripieno di carne, che manda un profumo saporito, irresistibile.
La radio è accesa e trasmette vecchie canzoni, canzoni di quando i miei genitori erano giovani. Rabagliati canta Ma l’amore no e la mamma dondola la testa e lo segue con la sua bella voce ‘…forse te ne andrai, da altre donne le carezze cercherai…’ ‘Dipende da quanto buoni saranno gli agnolini!’ è il commento dall’altra stanza. Lei ci sorride ammiccando con i suoi “occhi grigio-verde da gatta”, come li chiama il papà, e continua a cantare piano mentre lui la accompagna fischiettando.
‘ Sandro, Massimo, smettete di mangiare il ripieno! Se continuate così non ne rimane per gli agnolini. ‘ Interviene a un tratto lei, e le sue mani grassocce si muovono veloci sul matterello per stendere la sfoglia che è quasi pronta.
‘ Fiorenza, intanto che taglio la sfoglia, potresti grattugiare il formaggio’. Subito ripone i quadratini ottenuti sotto un tovagliolo per evitare che si secchino e li va distribuendo poco alla volta con un mucchietto di ripieno a noi che dobbiamo chiudere la pasta e darle forma.
‘Questo è un lavoro da femmine!’ brontola Massimo, a bocca piena. Gli mollo una gomitata nel fianco e tra i denti gli sibilo di non dire stupidaggini. ‘Femmine o no, siamo in tanti ed è giusto che tutti diamo una mano – gli ribatte la mamma, e subito – Claudia, stai attenta a tua sorella che non cada dalla seggiola! E tu, Grazia, smettila di dondolarti e di giocare con la farina! ‘
Facciamo gli agnolini, e non stiamo mai zitti. Appena uno di noi apre bocca, ecco un altro dire la sua, e poi un terzo intervenire, magari storpiando le parole o cambiandone il significato. Nascono così prese in giro e piccoli litigi, brontolii e risatine più o meno soffocate. Gli scherzi girano intorno al tavolo, cambiano più volte bersaglio, e insieme le nostre voci aumentano, si sovrappongono sempre più alte e si mescolano alla musica della radio.
In questa confusione generale una parte di me fa un passo indietro, si distacca dal gruppo e si siede sul cassone, che si trova alle mie spalle lungo la parete a filo della finestra, a osservare la scena da un posto elevato. L’altra parte di me continua a lavorare con il ritmo che ci dà la mamma.
Quando il rumore supera un certo limite, quello della sua pazienza, il papà, gli occhiali in una mano e il giornale nell’altra, si affaccia alla cucina: ‘Allora? cosa succede qui? la smettete di fare tutto questo chiasso? Non si può nemmeno leggere in pace!’ La sua voce robusta ci coglie di sorpresa. Il suo intervento improvviso, quelle pantofole di pelle non ci avvisano mai del suo arrivo, mi fa scendere in fretta dal cassone e tornare alla Fiorenza che gli altri vedono. All’istante facciamo silenzio sotto il suo sguardo severo che comprende tutti e arriva a ciascuno, abbassiamo gli occhi, li fissiamo sul tavolo davanti a noi, e ci diamo l’aria di lavorare seriamente.
Lui torna così alla sua poltrona, e prima di riprendere la lettura afferra gli occhiali e ancora una volta procede alla pulitura. Esamina bene in controluce ogni lente, soffia su entrambe le facce in modo da lasciarvi un leggero velo di vapore, le strofina delicatamente con il fazzoletto, poi le controlla di nuovo. Ecco, adesso gli occhiali vanno bene.
‘Al Sociale danno Fantasia di Walt Disney. Cosa dici, Emma, se nel pomeriggio portiamo i bambini al cinema? ’ suggerisce dal suo giornale. Accogliamo la proposta con un coro di sì urlati, mentre lei cerca di far sentire la sua voce: ‘ Beh, vediamo, se stanno buoni…’ ‘Ma noi siamo buoni, vero mamma?!’ E’ Grazia, la piccola di quattro anni che, stanca di giocare con gli agnolini, è salita sul cassone con l’aiuto di una sedia e ora con un ditino sta ‘disegnando’, come dice lei, sui vetri appannati della finestra. ‘Sì, certo che siete buoni!’ la rassicura.
Il nostro scoppio di gioia ha svegliato il gatto che, drizzandosi sulle zampe e stiracchiandosi, dà un’occhiata in giro e manda un miao lungo lungo.
‘Hai sentito mamma? anche Muci ha detto di sì!’ commenta Sandro, e tutti giù a ridere.
A questo punto basta un gesto, una parola per provocare la risata generale. Ormai ridiamo per qualsiasi cosa.
Dalla radio giungono le note di < Sul bel Danubio blu >. Mio padre compare di nuovo in cucina, ma questa volta sorride con tutto il viso. Con gesto affettuoso e rapido prende mia madre tra le braccia e la trascina in un giro di danza tra la stufa e il tavolo.
‘Lasciami lavorare, Ciro! – protesta debolmente seguendolo leggera – C’è ancora tanto lavoro da fare.’  Lui le risponde con un bacio e continua a ballare. Che bella coppia!
Lascio subito Fiorenza ai suoi agnolini e ritorno sul mio cassone per godermi la scena del ballo: il principe e la principessa della mia fiaba danzano felici. La cucina mi sembra diventata più grande, più luminosa, come se tutta la stanza, mobili compresi, partecipasse alla danza. Mi sento trascinata insieme con i miei fratelli dall’allegria dei miei genitori, sulla leggerezza della musica. Siamo in sette e siamo proprio un tutt’uno, una famiglia, una bella famiglia. Questa unità mi dà sicurezza, mi fa sentire forte. Sono così felice che non posso desiderare altro. Certo non può esistere niente di meglio, e soprattutto non può succedermi niente di male finché ci sono loro.
Finché? Cosa vuol dire finché?
Questa parola si è infilata all’improvviso nei miei pensieri, mi dà fastidio, diventa un’ombra enorme che toglie luce alla giornata di festa.
… posso perderli…
Il valzer è terminato e la mamma è tornata al suo lavoro. La paura di non avere più i miei genitori mi è arrivata addosso di colpo. E’ terribile, e aumenta, diventa insopportabile. Il cuore batte sempre più in fretta. Mi sento soffocare. Cerco di scacciare questo pensiero, di cancellarlo. Ma rimane lì a grattare dentro di me. Abbandono allora il cassone. Voglio dedicarmi solo agli agnolini. Prendo posto vicino alla mamma e mi appoggio lievemente al suo fianco nella speranza che il contatto fisico mi aiuti a ritrovare la serenità di prima. Il suo grembiule da cucina a righe bianche e blu è ruvido e pizzica sul mio viso. Mi stringo ancora un poco a lei, e sento il corpo morbido, il suo calore, il suo odore. In silenzio rimango lì, in cerca di rassicurazione.
Lei vede la mia nube. Con due dita infarinate mi incipria di bianco la punta del naso, e sottovoce mi chiede: ‘ Cosa ti succede topolino?’ ‘Niente.- le dico – Mi dai un bacio? ’.
‘No. Meglio due. ’ E si china su di me.

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