La settimana di… Michele Protopapas

Buon sabato! Ecco un nuovo racconto del nostro autore:

ATTRAZIONE

(LA PAROLA CON LA Z)

 

Sapeva che non sarebbe stato sempre così fortunato. Blacke guardò l’infetto ai suoi piedi che giaceva al suolo col cranio fratturato, la sua bionda chioma era imbrattata di quel nero fluido viscoso che nei malati sostituisce il sangue. Era un esemplare femminile di corporatura esile, tuttavia era riuscita a scaraventarlo a terra; fu solo per un assurdo colpo di fortuna che era ritrovato un grosso sasso a portata di mano col quale l’aveva colpita, uccidendola. Senza quell’arma improvvisata di certo non avrebbe avuto scampo. Giurò a se stesso che quei maledetti non lo avrebbero più colto di sorpresa.

Doveva tornare alla base. Restare in città era rischioso, il vantaggio degli infetti su quel campo era troppo elevato: erano in grado di percepire la presenza di possibili nuovi vettori a grande distanza, attraverso un senso che surclassava sia la vista che l’olfatto; gli scienziati l’avevano denominato “attrazione”. Questo stesso senso si rivolgeva anche verso gli altri contagiati, inducendoli ad allontanarsi l’uno dall’altro. Come elettroni su una superficie di un conduttore gli infetti tendevano a occupare tutto lo spazio a loro disposizione ed era impossibile raggrupparli; ciò aveva reso inattuabile il contenimento dell’epidemia. Nascondersi era inutile. L’unica speranza per i sani era quella di riunirsi in luoghi aperti da cui difendersi dagli attacchi isolati degli “zombie” più intraprendenti. Blacke si sorprese di aver pensato la parola vietata, la parola con la Z che il governo aveva bandito per evitare il panico una volta che l’infezione aveva cominciato a diffondersi. L’intelligence militare (quelle sì due parole da vietare l’una dietro l’altra perché contraddittorie) aveva reclutato molti civili col compito di far rispettare la legge marziale che imponeva la fucilazione immediata di tutti i disfattisti che usavano quella parola e di coloro che accusavano il governo per aver condotto esperimenti che erano sfuggiti a ogni controllo sulla loro nuova arma biologica. Anche dopo la disgregazione dello Stato Militare quella parola era rimasta tabù e in molti combattevano ancora i disfattisti alla stregua degli untori.

Qualcosa catturò l’attenzione di Blacke. Si voltò di scatto. Ne era certo, in fondo, dietro un albero si nascondeva qualcosa. Guardò meglio, distava più di duecento metri, ma ne percepiva la presenza, si avvicinò di qualche passo. Aveva ragione, adesso la distingueva: era una donna; non ne scorgeva le forme, ma era bella, no, di più, affascinante. Doveva raggiungerla. La vide muoversi, qualcosa di fluido nelle sue movenze lo costrinse a fiondarsi su di lei. Era ormai a circa cinquanta metri, lei si voltò, incrociò il suo sguardo, gli occhi le brillavano di vita. La donna iniziò a scappare, urlando di terrore. Blacke le corse dietro spinto da un incontrollabile desiderio carnale. Non era solo lussuria, c’era invidia, ira, gola. La raggiunse, la toccò, la odorò, la graffiò, sanguinava. Doveva sentirne il gusto e la morse sul collo. Non era sesso, non era cibo, ma adesso ne era appagato.

Blacke tornò in sé. Sentì di dover scusarsi: quella situazione rendeva tutti degli animali. Le sollevò la testa dal fango e la guardò; i suoi occhi erano vuoti. Era infetta. Come aveva potuto commettere un errore così grossolano? – si chiese ‒ Eppure da lontano sembrava così bella! Disgustato scappò via. Anche la donna fuggì, ma in direzione opposta. Strano comportamento per un’infetta, pensò, avrebbe dovuto attaccarlo, ma i segni del morso che aveva scorto sembravano recenti e forse non subiva ancora gli effetti dell’attrazione. In ogni caso era meglio starle lontano e tornare quanto prima dai sani.

Era quasi giunto all’accampamento. Jim, la vedetta, gli intimò di non avvicinarsi, poi imbracciò il fucile. Una seduzione simile a quella provocatagli dalla donna costrinse Blacke a correre verso quell’uomo che già lo stava mirando. «Non sono uno zombie! Sono Blake» tentò di urlargli. In verità pronunciò solo un incomprensibile mugolio, ma non se ne accorse per quanto era concentrato nel cercare di raggiungere il compagno. Poi un colpo sordo e tutto si fece nero. Un ultimo pensiero attraversò il cervello perforato di Blacke: «Dannazione! Ho detto la parola con la Z!».

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