La settimana di… Roberto Castiglione

Concludiamo in bellezza la settimana di Roberto Castiglione pubblicando dei brani inediti, ce li presenta lo stesso autore:

“Il romanzo dal titolo provvisorio de “La fortezza della Luce” è ambientato negli anni 360-364 in Oriente. Narra le avventure dei cinque protagonisti alle prese con le interminabili guerre contro i Persiani del Re dei Re Shapur II e, come si vede nel brano, anche contro gli stessi funzionari imperiali. Dopo la morte dell’imperatore Giuliano essi saranno costretti a partire con la legione verso una mitica fortezza, situata al centro di un grande deserto oltre il fiume Indo, e fermare la marea di barbari che vogliono distruggerla a tutti i costi. Nella torre più alta della roccaforte della Regina Anisha si nasconde un segreto che non può cadere nelle mani sbagliate. Aulo e i suoi dovranno combattere loro malgrado fianco a fianco con i Persiani e gli Indiani del regno dei Gupta. Persino il feroce Shapur aveva dovuto chinare il capo dinanzi ad un ordine che veniva dagli Dei stessi.

In questo brano l’antecedente è stata la scoperta di una grave truffa ai danni dell’esercito che riceveva derrate alimentari scadenti, ma pagate con solidi aurei sonanti a loro volta ripartiti tra gli appaltatori e funzionari statali.”

Tratto da “ La Fortezza della Luce”: Un tentativo di corruzione andato male.

«Mi sarebbe sembrato fin troppo strano per uno come…» disse Caelio, ma fu interrotto dal rumore di una pesante borsa che cadde sul tavolo imbandito.

Aulo alzò gli occhi e vide l’autore del gesto: «Gneo Cornelio Catullino! Da quale polveroso ufficio sei uscito?» lo salutò ironicamente.

«Aulo Persio Severo Iuniore» rispose il nuovo arrivato, calcando l’accento sull’ultima parola.

Per un attimo Quinto lasciò la cottura della carne e si volse verso i suoi compagni. Aulo lo tranquillizzò subito con un cenno d’intesa e il centurione si mise nuovamente a controllare il quarto di bue. I legionari conoscevano bene quell’ufficiale, dedito soprattutto ai maneggi sotto banco piuttosto che alla spada. Prestava il suo eroico servizio al comando delle legioni orientali e molte volte si era scontrato con il padre di Aulo e Caelio.

Il Primuspilus prese la borsa di pelle e la soppesò: «E’ pesante! Saranno più di tre libbre! Ti ha aiutato qualcuno o con uno sforzo titanico sei riuscito a portarla fino qui tutto da solo?»

«Aulo Iuniore! Ti va sempre di scherzare?» replicò Catullino, diventando rosso in viso.

«In verità ti dico che questa sera proprio non ne avrei voglia. Vediamo cosa contiene la borsa, anche se credo di saperlo dal suono che ha fatto cadendo sul legno»

«E’ la vostra parte! I miei superiori hanno pensato di concedervi una frazione del ricavato. Non sono contenti per la vostra intromissione, ma sono generosi e vi regalano questa borsa con trecento solidi. Se terrete la bocca chiusa, altre appariranno come per incanto» disse Catullino sorridendo.

«Avete sentito, fratelli? Stiamo per diventare ricchi!» rispose Aulo, che con la coda dell’occhio aveva visto arrivare una decina di degni compari di Cornelio.

«Mi era sembrato assurdo che fosse venuto da solo a parlare con noi» pensò.

Quinto si alzò e tornò al tavolo con un secondo vassoio, colmo di pezzi di carne fumante: «Lo sai dove devi metterti quella borsa?» gli disse, scostandolo bruscamente con una spallata.

«Devi scusare il mio Centurio Prior! Quando vede il denaro dei cittadini finire nelle mani di ladri come voi, tende a dimenticare le buone maniere» disse Aulo, stringendosi nelle spalle.

«Allora siamo d’accordo?» chiese Catullino, sperando di aver convinto i cinque legionari. Non era stato molto contento quando, meno di mezz’ora prima, i suoi superiori gli avevano ordinato di andare a trattare con i centurioni della IV Italica.

«Sono cinque pazzi!» aveva esclamato, costernato per l’incarico «Non riuscirò a convincerli! Per loro esiste soltanto il dovere e la gloria di Roma e Aulo è il peggiore di tutti! Non basteranno mille solidi per farlo ragionare!»

Invece contro ogni pronostico la trattativa pareva essere andata in porto senza eccessive difficoltà. La borsa era ancora sul tavolo e quello era l’unico particolare che stonasse. Di solito scompariva immediatamente nelle tasche di qualcuno.

Aulo soppesò nuovamente il denaro, guardò i suoi amici e lo rimise sul tavolo vicino alla sua coppa di vino senza proferire parola. Anzi assaggiò un pezzo di carne che Quinto gli aveva messo nel piatto.

«Allora?» insistette Catullino impaziente di concludere.

«Io vorrei gustare la mia parca cena senza essere disturbato da un parassita come te» rispose Quinto in sua vece.

«Trecento solidi non bastano per la vostra reputazione? Gli eroi di Singara non si vendono per meno di mille! Ne parlerò con i miei superiori e vedrete che vi verranno incontro» disse con sarcasmo Catullino.

«Non hai capito nulla!» disse con voce dura Aulo senza sollevare lo sguardo «Non basterebbe l’intero tesoro imperiale per farci corrompere dalla vostra banda di ladri. Sai da dove vengono quei denari che tu elargisci con tanta noncuranza?

Sono stati pagati da milioni di cittadini romani. Essi versano i loro sudati risparmi per rendere l’esercito forte e capace di respingere i barbari che ci minacciano!

Soltanto vermi schifosi come voi possono pensare di speculare e guadagnarci sopra!»

«Quindi rifiutate?» chiese Catullino.

«Secondo te in quale lingua parlo?» domandò a sua volta Aulo «Se vuoi te lo dico in persiano o nella lingua dei miei antenati: vai al diavolo tu e tutti i tuoi compagni!»

Catullino fece per riprendersi la borsa, ma Aulo vi piantò con forza il suo pugnale, conficcandolo in profondità nel legno del tavolo.

«Questa resta qui» disse a bassa voce.

L’ufficiale tentò di svellere la lama, ma le sue forze non furono sufficienti: «Da quanto tempo non ti eserciti?» chiese Quinto ridendo «Deve essere sfibrante contare il denaro rubato all’Impero»

Catullino tentò ancora una volta di recuperare il denaro, ma non ci riuscì. Quinto gli dette una spintarella col palmo della mano ed estrasse il pugnale dal tavolo con due dita. Lo lanciò ad Aulo, che lo prese al volo, e gettò la borsa all’oste: «Questi solidi rubati serviranno a pagare il cibo ai legionari! Apri un conto per i nostri soldati!»

L’oste barcollò sotto il peso dell’oro lanciato con forza dal centurione e mise subito il denaro sotto il bancone al sicuro.

«Bravo, Quinto!» applaudì Sesto.

«Non finisce qui!» minacciò Catullino «Il Praefectus Orientis sarà informato di tutto, anche della vostra bella impresa sulla Verres!»

«E’ quello che spero, verme!» rispose Aulo, balzando in piedi. Anche gli altri compari di Cornelio si avvicinarono al tavolo.

«Anche stasera non avremo bisogno di una passeggiata per digerire il buon cibo dell’Aquila Dorata. A proposito, Quinto! Complimenti per la carne, speziata e cotta al punto giusto» disse Aulo, voltandosi per affrontare i nuovi venuti.

«Sai che ci tengo alla cucina» rispose questi, mettendosi al suo fianco destro. Sesto si era già posizionato sulla sinistra, mentre Settimio e Caelio erano dietro ai tre.

I compari di Catullino erano dieci soldati del quartiere generale, ma non combattevano da anni. Esitarono diversi istanti prima di iniziare una rissa contro i centurioni della IV Italica che godevano fama di guerrieri feroci.

Il loro capo banda li esortò: «Addosso! Sono soltanto cinque e noi siamo il doppio!»

Volarono parole grosse e le prime spinte non tardarono ad arrivare, ma i soldati del comando commisero l’enorme sbaglio di sferrare il primo pugno davanti agli avventori dell’osteria. La reazione fu istantanea e dopo mezzo minuto giacevano a terra svenuti e molti tavoli erano andati all’aria. Diverse sedie erano state spaccate sulle loro teste.

«Questi damerini del quartier generale non reggono più di pochi secondi. Due o tre sberle e crollano come sacchi di orzo» si lamentò Quinto, deluso dalla breve rissa.

«Cosa ti aspettavi da questi Milites Gloriosi?» gli chiese Sesto, tirandosi indietro i capelli.

«Speravo che almeno ti spettinassero un poco» rispose Quinto sorridendo.

Aulo ordinò di ammucchiare i corpi dei soldati vicino al camino. Settimio frugò velocemente nelle loro tasche e prese con sé le borse con il denaro: «Tanto è rubato in ogni caso!» si giustificò di fronte agli amici.

Versò il contenuto sul tavolo, dopo che Aulo e Quinto lo ebbero rimesso in piedi, e contò i solidi dei compari di Catullino.

«Per Bacco!» esclamò al termine del conteggio «Si trattano bene questi ladroni. Ognuno aveva almeno una trentina di aurei per non parlare delle monete d’argento»

«E’ vero!» confermò Caelio, indicando le monete impilate ordinatamente «Qui ci sono circa trecentocinquanta solidi»

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Cambiamo ancora romanzo e andiamo nel 368 al tempo dell’imperatore Valentiniano I in Germania. La Legione è stata trasferita sul Reno per arginare le scorrerie degli Alamanni di re Wulfgar. Intervengono a sedare una rivolta a Mogontiacum e conoscono una piccola strega di nome Liudana che li coinvolgerà ancora una volta in una missione ai limiti delle capacità umane. Dovranno impedire che la Storia, già decisa dal Fato, sia distorta in favore delle Tenebre che marciano da Oriente.

 

L’incipit del romanzo: 20 e 21 aprile del 368 dopo Cristo

La pioggia cadeva lenta e pesante sulle truppe in marcia sulla strada che costeggiava il grande fiume, inzuppando fino alle ossa i seicento legionari dai lunghi mantelli rossi. La colonna di soldati si snodava lungo la grande via lastricata che portava da Argentoratum fino a Mogontiacum. Avevano incontrato altre unità dell’esercito di Valentiniano durante il cammino verso la fortezza che vigilava sulla vallata del fiume Reno. Ben pochi erano i civili che osavano avvicinarsi così tanto al Limes. Solo alcuni mercanti avevano ancora il coraggio di avventurarsi per poter vendere le proprie merci, ma erano sempre meno i folli che sfidavano la sorte.

In quei tempi oscuri i Germani sconfinavano sempre più spesso e a piccoli gruppi guadavano il fiume. Si radunavano come branchi di lupi selvaggi e saccheggiavano le campagne per miglia e miglia. Le legioni intervenivano prontamente per ricacciarli nelle loro foreste impenetrabili. Era sempre più difficile riuscire a contenere tutti gli assalti che potevano arrivare da un momento all’altro e colpire le difese romane in qualsiasi punto del confine. L’iniziativa era nelle rapaci mani dei barbari e il loro crudele sovrano lo sapeva fin troppo bene.

La zona, che i soldati stavano attraversando, era quasi deserta e le distruzioni provocate dalle incursioni dei predoni erano immense. Molte fattorie erano state date alle fiamme e i campi non erano più coltivati da anni. Agli occhi dei legionari la sponda sinistra del Reno cominciava ad assomigliare un po’ troppo a quella destra dove i Barbari regnavano incontrastati. I boschi avevano ricoperto gran parte del territorio perduto durante i lunghi secoli della dominazione romana.

«Sai, Caelio? Non avrei mai pensato di doverlo dire, ma mi manca la Mesopotamia!» disse uno degli ufficiali alla testa della colonna che avanzava sotto la gelida pioggia.

«E’ vero, Settimio! Rimpiango il caldo sole della Siria e persino le sponde dell’Eufrate e del Tigri! Ricordi come era bello attraversare quegli uliveti sconfinati con il frinire delle cicale che ci riempiva le orecchie?» rispose Caelio annuendo.

«Per l’animaccia dannata di Catone! Siamo qui da tre anni e cosa abbiamo fatto? Abbiamo combattuto un bel po’ di battaglie per difendere questa provincia fatta di nebbia e freddo. Sono due giorni che marciamo sotto questa pioggia maledetta e le novanta miglia che separano Argentoratum da Mogontiacum mi sembrano più lunghe di tutto l’impero persiano!» continuò Settimio, cercando di riscaldare le membra intirizzite dal gelo «E’ primavera da un mese e guardati in giro! La neve è ancora sulle colline e gli alberi si ostinano a rimanere in letargo! Non posso certo dargli torto e lo farei anch’io, se soltanto potessi!»

«Centurio Prior Settimio Caecina Albino! Ti stai forse lamentando? Non eri proprio tu che desideravi lasciare la Mesopotamia?» disse un alto ufficiale che marciava alla testa della colonna alla destra del comandante.

«E’ vero, Quinto, ma non avrei mai pensato di finire dalla padella nella brace!» replicò Settimio, alzando le spalle «Oltretutto le femmine non sono come me le ero immaginate!»

«Cosa speravi di trovare in questa terra dimenticata dal sole e dal calore?» chiese un secondo ufficiale che proteggeva il fianco sinistro del capitano. Lunghi capelli neri uscivano dall’elmo crestato. Un tempo ormai lontano erano stati lucenti come l’ala di un corvo, mentre alla pallida luce di quel giorno grigio risultavano opachi.

«Non lo so, Sesto! Di certo mi aspettavo che… Boh! Non lo so nemmeno io! Sarà il clima che rende tutto più difficile!» rispose Settimio, socchiudendo gli occhi chiari come il cielo della terra da cui provenivano i quattro ufficiali.

«Abbi pazienza, fratello!» disse il comandante voltandosi «Ormai siamo a poche miglia da Mogontiacum e alla fortezza troveremo riparo e un bel fuoco acceso! Poi, se non ricordo male il Tribunus della XXII Primigenia dovrebbe avere un paio di figlie piuttosto graziose. Quelle ragazze potrebbero tirarti su il morale»

«Per la precisione ha tre figlie di cui due sono sposate e quattro nipoti ancora libere!» disse Settimio con un sorriso.

«Conosci meglio le famiglie dei legionari che la tua coorte!» disse Quinto scuotendo la testa.

«Sono o non sono l’addetto ai rapporti con le altre unità dell’esercito?» replicò Settimio.

«Una volta o l’altra dovremo pur precisare la natura di questi rapporti» disse il comandante  «Non trovi, fratello?»

«Io ho ben chiaro nella mia mente di quali rapporti si tratti!»

«Purtroppo anche i centurioni e ufficiali delle altre legioni lo sanno!» replicò Aulo, sorridendo di fronte alla sfrontatezza dell’amico d’infanzia.

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Passiamo infine al seguito di Adrianopoli: la ricerca dell’imperatore Valente, rapito durante la battaglia del 9 agosto del 378, continua senza sosta. Aulo e i suoi si spingono fino sulle coste della Libia all’inseguimento del persiano che tiene prigioniero il loro sovrano. Incontrano una nuova e insolita compagna di avventure che li aiuterà nella missione. Intanto le vicende dell’impero che vacilla sotto i colpi dei Visigoti si intrecciano con antiche profezie, vaticinate fin dai tempi del primo degli Etruschi, e Clelia dovrà evocare la Grande Madre Terra per sconfiggere la sua nemica che la minaccia nel suo bosco incantato.adrianopoli

Aulo e i suoi saranno trasportati fino all’era dei loro antenati rasna e dovranno impugnare le spade contro un’orda di mostri scaturiti dal più buio degli Inferni e guidati da…

Tratto dalle bozze di “Ipazia”:  Il primo incontro tra Aulo Persio Severo e Ipazia.

“Aspettando il ritorno del fratello, Aulo salì ai piani superiori per dare un’occhiata al paesaggio della Libia. Gli altri tre preferirono restare nell’atrio in compagnia di cibarie e ragazze. Accompagnato da un servo, arrivò alla grande terrazza sul tetto e potè ammirare le coste ornate di ulivi secolari e le colline coltivate che si perdevano oltre la città.

Un ciliegio era stato piantato al centro del terrazzo e le sue fronde offrivano ombre fresche e riposanti. Seduta e con la schiena appoggiata al tronco, vide una bambina che leggeva un rotolo di papiro fittamente ricoperto di caratteri greci. La sua concentrazione era persino superiore a quella di Quinto di fronte a un arrosto di maiale.

Incuriosito si avvicinò, ma la bimba parve non essersene accorta e continuò nella sua lettura. Con discrezione il legionario si schiarì la voce per far notare la sua presenza.

La lettrice alzò gli occhi castani e luminosi e gli sorrise: «Ti aspettavo, Aulo! Siediti vicino a me e dammi il tuo parere su questo libro!» disse, facendogli posto all’ombra del grande albero.

Interdetto e stupito, il Tribunus obbedì e si accomodò accanto alla bimba: «Cosa stai leggendo, piccola?» chiese, immaginando che avesse tra le piccole mani una commedia, magari di Aristofane o Menandro.

«Oggi voglio terminare gli Oracoli Caldaici di Giuliano il Teurgo e mi interessa la tua opinione proprio su questa materia!» replicò la ragazzina che non doveva avere neppure dieci anni.

«Tuo padre lo sa?»

«Cosa dovrebbe sapere?»

«Quali libri leggi, per esempio!»

«Certo che lo sa!»

«Beh! Allora!»

«Aulo, mi vuoi rispondere?»

«Va bene, ma dimmi prima il tuo nome!»

«Io sono Ipazia, figlia di Teone di Alessandria»

«Bene, piccola Ipazia! La Teurgia è molto più di una filosofia e il libro che hai tra le manine è piuttosto pericoloso. Parla dei mille modi di evocare le divinità ed è stato scritto due secoli e mezzo fa da un Mago di origine orientale!»

«Tu credi a queste pratiche rituali e magiche?»

«La mia mente sarebbe orientata per il no, ma l’esperienza mi ha dimostrato come ciò sia possibile, purtroppo!»

«Hai avuto modo di vederla all’opera?»

«Ero poco più grande di te, quando ho visto evocare una malvagia divinità!»

«Quella era Goetia, non Teurgia! Non ti sbagliare, Aulo!»

«L’unica differenza consiste nelle atroci modalità di cui si erano serviti i fedeli del demone per farlo apparire sulla terra. Io penso che queste creature debbano restare nei loro mondi, nei propri universi e non immischiarsi nelle vite degli Uomini»

«Si chiamava Laran, il malvagio che doveva scendere tra noi?» chiese Ipazia, cercando con il ditino un punto preciso del rotolo. I lunghi capelli castano chiaro le ricaddero sul visino e se li gettò all’indietro, fermandoli con una spilla d’argento a forma di civetta.

«Sì! Era il suo nome!» rispose Aulo, ripensando alla sua adolescenza e alla lotta sostenuta contro gli accoliti di questa divinità.

«Gli Oracoli citano il Dio del Kaos e della distruzione e riportano i diversi nomi con i quali era chiamato. I tuoi antenati Rasna lo chiamarono Laran e sappi che può essere evocato ancora.

E’ necessario l’intervento di una donna che sia stata colpita, volente o nolente, dalla luce della Grande Madre. Tu sai di cosa io stia parlando, vero?» continuò la bimba.

«In effetti, ne so qualcosa, ma non credo che possa esistere una simile creatura. La Luce che ho veduto in India la ucciderebbe all’istante, poiché Anisha mi ha confidato come soltanto i puri di cuore possano accoglierla senza danni»

«Qui non dice proprio così e persino una Magistra può sbagliarsi, ogni tanto!»

«Penso che dovrò leggerlo anch’io quel libro, mia piccola Ipazia»

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