La settimana di… Roberto Castiglione

Una storia medievale o attuale?

di Roberto Castiglione

Dovendo accontentare anche l’Accademico, ho sbirciato nel suo ultimo lavoro, che apparirà tra breve sul Bollettino Storico Pisano. Si tratta di un argomento molto interessante e con notevoli e possibili agganci e riferimenti alla situazione attuale dell’Italia. Infatti, spiega le vicende finanziarie del Comune di Pisa negli anni 1370-1372. Vi risparmio la caterva di dati, date e nomi che Lui ha inserito nelle 22 fitte pagine del suo saggio e ve la racconto alla mia maniera.

Pisa era appena uscita da un periodo molto tempestoso e dispendioso, dovuto all’arrivo dell’imperatore Carlo IV di Boemia e ad alcuni anni dove il Doge Giovanni dell’Agnello aveva fatto il bello e il cattivo tempo dopo la fine della guerra contro Firenze, persa nel 1364. Le finanze cittadine erano a terra, il debito pubblico era salito alle stelle e le entrate non affluivano come al solito nelle casse comunali (vi ricordano qualcosa queste situazioni?).

Per prima cosa Pisa cercò di riorganizzare il debito pubblico, tentando di arginarlo tagliando le spese della burocrazia e abbassando il tasso d’interesse al 5% contro oltre il 10 praticato fino ad allora. Mise solide garanzie per la restituzione, come il ferro estratto dall’Elba, la tassa sul vino al minuto, la dogana del sale  la gabella della carne.  Per ultimo proprio per farlo scendere ordinò che agli evasori fiscali fossero tolte 5 lire dal loro credito nei confronti del Comune per ogni lira non pagata. Esattamente come sta cercando di fare il nostro governo che si lamenta della crescita del debito pubblico da uan cinquantina d’anni.

Dal momento che molte cospicue entrate erano state poste a garanzia del debito pubblico, che era chiamato Massa delle Prestanze (precisazione dell’Accademico), il Comune pensò di riformare un altro strumento fiscale a sua disposizione: l’estimo o valutazione dei beni mobili e immobili, simile al catasto. Questa è la descrizione di un cronista pisano che fu spettatore della vicenda:

«Mandavano per li citadini di Pisa e per quelle donne le quali teneano fuoco per sé, a casa a casa, e faciendoli giurare sopra l’anima loro quello che valea lo suo, e tutto si faciea dare per iscritto, e sie di denari e sie di possessione, e poi si stimava le persone s’elli faceano nulla di mestieri; e poi, fatto questo, sie mandavano per li vicini e dizaminavali per lo saramento ch’elli dicesse quello che sapea del tale et s’elli credea o sapea che valesse lo suo ch’elli avea ditto, e dato lo scrivea; poi, fatto questo, tra lloro a voce li ditti otto citadini si dizaminavano a uno a uno; e, così fatto, si pigliavano le maggior somme e lle minore ch’erano stimate le persone e levavale via; e l’altre partivano, cioè l’autre somme partivano in quarto, cioè le quatro vocie, et quello che montavano si era stimata la persona»

Il nuovo estimo fu redatto in circa tre o quattro mesi, durante i quali gli stimatori furono rinchiusi in varie chiese e non ne poterono uscire se non al termine del lavoro. Vi sono due aspetti da notare: le “dichiarazioni dei redditi” erano giurate e chiunque avesse omesso o falsificato sarebbe incorso nella punizione divina oltre che terrena (come adesso!) e la novità inattesa di questo strumento. Nel 1371 furono conteggiati oltre i beni immobili (possessioni) anche i contanti posseduti (denari) ed era valutato anche il tipo di mestiere del dichiarante, mentre fino ad allora questo non era stato mai messo in conto (un redditometro ante litteram?).

L’estimo riuscì così bene che il totale fu di oltre sei milioni di lire, pari a più di un milione e settecentomila fiorini d’oro, mentre prima della nuova redazione non arrivava neppure a 50.000 lire in città. Sull’estimo erano imposti prelievi diretti che portavano denaro fresco nelle casse comunali e in questo caso la percentuale fu di soli 6 denari per ogni lira, pari al 2,5%.

“Stranamente” le proteste più vibrate furono proprio dei ricchi mercanti e degli stessi funzionari del Comune che forse non si erano resi conto della portata del nuovo estimo, in grado di risolvere gran parte dei problemi cittadini. Essi preferivano che fossero inasprite le gabelle, imposte indirette che gravavano sull’intera popolazione, e tornare ad accrescere il debito pubblico con nuove richieste di denaro da ripagare grazie alle gabelle sui consumi, come vino, pane, carne e ogni tipo di genere alimentare.

Ovviamente il nuovo estimo non durò molto e fece la fine del catasto fiorentino del 1427. Nel 1379 ne fu redatto un secondo molto inferiore al primo e più vicino alle aspettative dei ricchi mercanti. La Storia insegna sempre qualcosa ed è un vero peccato che i governi non imparino mai la lezione.

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