La settimana di… Roberto Castiglione

Buongiorno cari lettori, oggi Roberto ci presenta un nuovo romanzo, vincitore ex aequo del Concorso Letterario per romanzi brevi inediti di genere vario “Samhain” prima edizione : Turan (2016)

Turan è ambientato alla fine del settimo secolo avanti Cristo (613-612) a Velathri, l’odierna Volterra. Si lega alla Saga della Legione per due motivi. Il primo riguarda la famiglia di Aulo Persio Severo che discende dai Velchanas, come si intuisce nel romanzo “Adrianopoli” e ancora più esplicitamente nel seguito di questo, dal titolo “Ipazia”, ancora da pubblicare.

L’altro motivo è la statua della Dea delle battaglie e dell’Amore che appare per alcuni “frames” nella “Dea di Hesperia”. In Mesopotamia la Dea aveva il nome di Inanna per i Sumeri e Ishtar per i Babilonesi, mentre in Etruria era chiamata appunto Turan e Venere  dai Latini.

Questa statua rappresenta il fulcro del romanzo, l’obbiettivo della ricerca dei protagonisti, costretti ad arrivare fino a Ninive, la grande capitale assira sotto assedio da parte dei Medi e dei Caldei, per recuperarla e portarla in patria.

Una simile effigie è realmente esistita ed è citata da fonti egiziane di Tell Amarna poiché l’immagine di Ishtar fu trasportata fino alla valle del Nilo per cercare di guarire il faraone. Probabilmente si trattava di Amenofi III, il padre dell’eretico Akhenaton, e in quel periodo databile alla prima metà del XIV secolo avanti Cristo, l’Assiria era sotto il giogo del regno hurrita di Mitanni. Pare che la statua avesse proprietà taumaturgiche.

I protagonisti sono tre principi di Velathri: Aranth Velchanas, Cneve Kaikna e Larth Velimnas, costretti a lasciare la patria per affrontare un lungo viaggio per mare e poi attraverso la Siria e la Mesopotamia con un piccolo esercito di 500 uomini, 300 Rasna e 200 Rumacher concessi dal cugino di Aranth, il re di Ruma Luvchume Tarchunies.

Dovranno partecipare all’assedio e alla fine dell’impero assiro, combattendo contro Sciti, Medi e Babilonesi. Aranth si batterà in duello contro il principe ereditario di Bab Ilu, il giovane Nabucodonosor, e contro l’antenato dei grandi re Persiani Kurush.

Vi lascio alla lettura con la frase simbolo del romanzo: “Ar nunar Turaniri!”Turan

Da: Turan, pp. 11-13.

Trenta uomini avanzavano spediti malgrado la calura e l’afa estive. Tutti indossavano una corta tunica di lino bianco e la maggior parte portava una robusta protezione in bronzo per il torace, fissata con cinghie di cuoio alle spalle. Per non impedire i movimenti nella boscaglia lo scudo rotondo era portato sul dorso.

Soltanto tre di loro avevano una corazza intera e alti schinieri per proteggere la parte inferiore delle gambe. Gli elmi erano a punta, mentre gli altri lo avevano rotondo. La caratteristica comune era però l’immagine terribile della Gorgone che compariva sia sugli scudi sia sulle corazze.

Questa figura era ben nota ai nemici della città e i guerrieri che la portavano con orgoglio erano temuti e rispettati. Erano i trecento soldati che costituivano la guardia scelta dello Zilath di Velathri.

La battuta aveva già dato buoni frutti e una ventina di cinghiali era stata uccisa e inviata subito indietro sui grandi carri che accompagnavano i cacciatori.

Le lunghe lance con la punta di ferro e i potenti archi procacciavano il cibo per la popolazione, ma non era sufficiente. L’inverno appena trascorso era stato terribile e la neve aveva bloccato la città per mesi, costringendola a razionare le magre scorte di viveri. Gli allevamenti si erano rivelati insufficienti e il popolo aveva sofferto la fame.

La squadra andò ancora avanti, guadando il fiume in piena per le ultime e devastanti piogge primaverili. Si inoltrò a fondo nelle foreste meridionali e trovò nuovi terreni di caccia.

«Aranth, dobbiamo fermarci!» esclamò un uomo alto e magro coperto di bronzo con corti capelli scuri. Brandiva la sua lunga lancia in direzione della foresta che si estendeva senza fine davanti a loro.

«Larth, fratello mio! Lo sai bene che le scorte non sono ancora sufficienti. Il raccolto di grano non è stato buono. Dobbiamo trovare carne per tutto l’anno e magari barattarla in cambio di farina con i mercanti cartaginesi!» replicò l’uomo di nome Aranth, continuando ad avanzare sotto la volta degli alberi.

«Non porterà nulla di buono questa spedizione! I presagi che ho tratto stamattina erano nefasti! Ho visto tre corvi volteggiare sopra l’atrio del mio palazzo per tre volte!» borbottò Larth, scuotendo la testa.

«Quante volte, fratello?» chiese Aranth, guardandolo divertito.

«Tre corvi e tre giri!» ripetè l’altro rabbrividendo al solo ricordo.

«Sarebbe stato di miglior auspicio aver scorto due uccellacci neri fare quattro giri?» domandò ancora per stuzzicarlo come faceva da molti anni.

«Scherza pure su questi argomenti, ma mio padre dice che…»

«Lo so bene quello che Sethre Velimnas dice da decenni!» lo interruppe Aranth «E’ il più grande aruspice di tutta la nazione, ma da quando lo conosco non ha fatto altro che predire sciagure e sventure sul popolo Rasna.

Saremmo già tutti nell’urna, se ne avesse azzeccate soltanto la metà. Per nostra fortuna non si sono avverate che in minima parte!»

Chiuso l’argomento, continuarono ad avanzare nella boscaglia. Aranth indossava la corazza di lucido bronzo e l’elmo a punta, mentre una spada affilata riposava al suo fianco. Gli occhi chiari scrutavano lontano alla ricerca affannosa di prede e i lunghi capelli castani ricadevano sulle spalle.

Sullo scudo e sulla corazza spiccavano le immagini della Gorgone, fuse in oro puro, emblemi del suo comando sulla Guardia scelta. I serpenti, che brulicavano sull’orribile simbolo, sembravano prendere nuova vita al sole e le fauci erano aperte, rivelando denti aguzzi.

 

Da: Turan, pp. 21-23.

Cneve alzò la testa, spalancò gli occhi celesti e si coprì il viso, più terrorizzato di prima. Larth era ancora disteso e non la smetteva di biascicare i suoi scongiuri. Aranth fece un passo verso di lui per sollevarlo di peso, quando alle sue spalle udì una voce di donna.

«Hai ragione, Aranth Velchanas!

L’uomo si bloccò immediatamente ed esitò un istante prima di girarsi. La voce era simile a una musica lontana, forse solo Ulisse l’aveva udita nei suoi viaggi.

Trovò il coraggio di affrontarla e si voltò lentamente. Vide una figura avvolta in una luce abbagliante. Gli sembrò d’intravedere un volto di fanciulla con lunghi capelli biondi e occhi verdi come gli smeraldi più puri. Si schermò i suoi con una mano per non restarne offeso per sempre e cercò di cogliere qualche particolare in più.

La fanciulla sorrise e la luce si attenuò gradatamente. Aranth poteva scorgere i suoi lineamenti perfetti e vide che era vestita con una lunga tunica bianca che lasciava scoperte le spalle e le braccia esili.

«Avvicinati, Aranth figlio di Velthur!» disse ancora la voce, ma le labbra della donna non si erano mosse per articolare nessuna parola.

Il capitano Rasna esitò e la fanciulla lo invitò con un gesto gentile della mano: «Non aver timore di me! Sono venuta per aiutarti» udì ancora nella sua mente.

Aranth fece due passi e si trovò di fronte alla creatura che gli sorrideva enigmatica. La luce si era attenuata fino a ridursi a un bagliore nel tramonto ormai prossimo.

La guardò con attenzione stupito e rapito dalla sua bellezza inumana. Si inginocchiò dinanzi a lei e restò in attesa, chinando la testa. L’elmo a punta era sul terreno al suo fianco.

La dea si avvicinò, ma sembrava librarsi sul terreno, leggera come una nuvola d’estate. Lo carezzò su una guancia ispida e sudata e il suo tocco era come un balsamo sulle ferite. Poi gli sollevò il mento affinchè potesse guardarla negli occhi.

La mente di Aranth vacillò nell’affrontare quello sguardo così penetrante. Un semplice essere umano non poteva sostenerlo a lungo, ma si fece forza e non volle abbassare le palpebre.

«Mi compiaccio per il tuo coraggio, Aranth Velchanas! Pochi avrebbero avuto la forza di scrutarmi in viso.

Mio padre Tinia aveva dunque ragione nello sceglierti come nostro campione!» disse la Dea con un sorriso abbagliante.

«Mia Signora, dimmi il tuo nome in modo che possa erigere templi e are alla tua gloria!» rispose Aranth, le labbra riarse dall’emozione.

«Io sono Turan, Signora delle battaglie e dell’amore!» disse semplicemente la divinità.

«Dimmi ancora, mia Signora Turan. Per quale motivo ti sei degnata di apparire a semplici mortali?»

«Sono venuta per chiedere il tuo aiuto Aranth!»

L’uomo deglutì a vuoto: «Come posso aiutarti? Tu sei una Dea!»

«Gli Aiser non sono onnipotenti e devono sottostare a leggi immutabili e alle volte imperscrutabili. Persino Tinia e Vanth, la Signora Stess del fato, non possono ciò che vogliono.

Il cataclisma che ha sconvolto oggi la tua bella terra è soltanto l’inizio di quello che viattende nel futuro, Una guerra sacra è scoppiata tra gli Dei per il suo controllo. Eita vuole impadronirsi della tua e di tutte le altre città della anzione Rasna.

Dagli Inferi più bui egli trama la vostra fine e già alcuni suoi emissari sono sulla superficie e camminano tra gli uomini. io non voglio che questo accada, ma il mio potere e ben misero rispetto al suo. Mio padre mi ha suggerito una difficile e rischiosa soluzione!»

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