Gioco d’azzardo – Racconto inedito di Michele Protopapas

In memoria di Ian Fraser Kilmister  (1945-2015)

Massimo sapeva di essere in ritardo, ma attese un ultimo giro di roulette. Di certo Alex non se la sarebbe presa per dover aspettare qualche minuto in più, in fin dei conti anche lui era un gambler, un giocatore d’azzardo professionista, e nessuno meglio di chi faceva quella vita poteva capire l’importanza del momento al tavolo da gioco.
«Otto, nero, pari, basso, prima dozzina, seconda colonna» declamò senza alcuna enfasi il croupier.
Un’altra puntata persa. Massimo era sicuro che il suo numero sarebbe uscito al giro successivo, ma ormai non poteva più attendere, doveva lasciare la sala del casinò e salire in camera per prepararsi. All’interno dell’ascensore dorato che lo fece ascendere al sesto piano pensò a quanto fosse fantastico vivere a Las Vegas e quanto avrebbe dovuto impegnarsi per la realizzazione di quell’impresa che aveva da poco incominciato; cambiare vita, nazione e lavoro superati i trent’anni non era di certo facile, ma in quale altra città avrebbe potuto giocare d’azzardo, alloggiare e cenare all’interno dello stesso resort, domandò a sé stesso.
L’inserimento della chiave elettronica e l’immissione per digitazione del codice segreto permisero l’apertura della porta della sua camera, e appena dentro, come era suo solito fare, Massimo accese lo stereo e fece partire The Ace of Spades dei Motorhead. Ascoltava sempre quella canzone quando le cose non andavano bene perché gli ricordava che la vita del giocatore è piena di sconfitte, ma anche di brividi, ed è per quei brividi che vale la pena vivere e per quelle stesse emozioni lui aveva scelto di tentare quella vita. La voce rauca di Lemmy gli aveva sempre dato la carica per riprendersi dai periodi negativi; in suo onore aveva anche iniziato a bere superalcolici, anzi ormai il suo cervello associava immediatamente la musica dei Motorhead all’alcol, tanto che, istintivamente, si versò un bicchiere di whisky, che mandò giù di colpo, poi alzò il volume ed entrò nel bagno. Il rumore dell’acqua della doccia che picchiava sul suo corpo ovattò il suono delle chitarre di Eddie Clarke, detto “il veloce” proprio per la frenesia delle sue plettrate; questo vuoto sonoro, unito alla rilassatezza che gli fornivano l’acqua calda sulla pelle e l’alcol nelle vene, permise alla mente di Massimo di dimenticare per qualche istante quanto fosse in ritardo e i pensieri si rivolsero all’amico Alex e ai suoi successi. Massimo cercò d’imporre a sé stesso di essere entusiasta per lui: appena qualche giorno prima aveva vinto un main event del World Poker Tour, uno dei più importanti tornei di poker del mondo e adesso, invece che spassarsela con le escort, stava invitando il suo miglior amico a cena per festeggiare. Nonostante tutti i tentativi di auto convincimento Massimo si rese amaramente conto che l’unico sentimento che realmente provava era l’invidia. Si erano iscritti entrambi a quel torneo, ma la malasorte aveva voluto che lui uscisse subito per colpa di una giocata imprevedibile di un donk, un pessimo giocatore aiutato dalla fortuna. In ogni caso avrebbe almeno dovuto cercare di difendere le apparenze, quindi allenò i muscoli facciali in previsione dei grandi sorrisi che avrebbe sfoggiato quella sera quando si sarebbe complimentato col suo fortunato amico, quindi finì di prepararsi e si diresse al tredicesimo piano, dove si trovava il ristorante francese che Alex aveva scelto per il loro incontro.
«Hello Max.» Alex lo aspettava già seduto al tavolo vip.
«Ciao Alex.» rispose Massimo, ma non riuscì a mostrare l’entusiasmo che avrebbe voluto.
«Come ti va la vita, Max?» riprese l’amico campione mentre l’abbracciava calorosamente.
«Quest’anno ancora non riesco neanche a tornare in pari, sarà la varianza! Speriamo che la ruota giri, come ha fatto con te.» Massimo tentò qualcosa di simile a un sorriso.
«In realtà Max – disse Alex bisbigliando – Non è solo questione di fortuna, a me hanno confidato un sistema, l’unico efficace per avere successo per davvero in questa città.»
«Davvero? Qual è?»
«Non so se sia il caso di dirtelo, mi hanno detto che è rischioso e che alla lunga lo si paga a caro prezzo.»
«E tu allora, perché hai accettato?»
«Io sono più furbo! Ho deciso di mettere da parte quanto più possibile e poi pagherò il mio debito. Quanto mai potrà essere?»
«Ti prego spiegamelo! Se non vinco subito dovrò tornare in Italia a fare pizze.»
«Ok, Max. Ti insegnerò! Il tizio che lo ha esposto a me ha detto che non era necessario che lo tenessi segreto, e che anzi una buona parte dei giocatori professionisti qui a Las Vegas lo utilizza, ma dovevo informare chi voleva apprendere tale arte dei suoi rischi. A quanto pare questo è un gioco di azzardo e chi non sa gestirlo perde tutto» fece Alex, serio in volto come Massimo non l’aveva mai visto.
«Certo, sono sempre stato pronto a prendermi le mie responsabilità e i miei rischi, mi basterebbe solo un po’ di fortuna.»
«Allora – riprese Alex con tono solenne – per prima cosa devi crederci. Penso che c’entri il Voodoo o qualcosa di simile.»
«Se serve a vincere credo a tutto» esclamò Massimo.
«Anche se ti sembra ridicolo devi fare esattamente ciò che ti dirò. Devi essere da solo, di notte, seduto a un tavolo illuminato da nove candele.»
«E poi?» chiese Massimo incuriosito.
«Sei sicuro di aver capito?»
«Si, certo: di notte, solo, nove candele, poi?» ribadì velocemente Massimo come un alunno richiamato all’attenzione dal professore.
«Poi dovrai prendere un mazzo di carte da poker, mischiarlo due volte all’americana, e successivamente tagliarlo tre volte con la mano sinistra.»
«Proprio cosi? Mischiare due volte e tagliare tre?»
«Sì! Mi hanno spiegato che due diviso tre fa zero virgola sei periodico e questo probabilmente ha a che vedere col sei, sei, sei, il numero di Satana. Forse però sono solo credenze. Se non mi credi non c’è alcun bisogno che tu lo faccia.»
«Guarda – si affrettò a ribadire Massimo – disperato per come sono crederei anche a Mickey mouse! Continua.»
«Dopodiché – riprese Alex – dovrai estrarre dal mazzo alcune carte a una a una. Non basterà un solo tentativo. Devi mostrare dedizione e ripetere quest’operazione più e più volte.»
«Come capirò quando fermarmi?»
«Ci sarà un segno. Mi hanno detto che ogni volta è diverso. Nel mio caso andò via la luce, ma restò accesa la tv con un presentatore che insegnava un metodo magico per vincere alla roulette. A quel punto avrai fatto la metà dell’accordo, un altro segno sancirà definitivamente il patto e solo allora potrai iniziare a vincere.»
«Non stai scherzando, vero?» domandò Massimo.
«Guardami in faccia – gli rispose l’amico – secondo te sto scherzando?»
«No, non stai scherzando» confermò Massimo dopo aver guardato negli occhi Alex; uno strano ardore traspariva dalle iridi azzurre dei suoi occhi, terribile, affascinante e convincente.
«Proverò stasera stessa!» concluse Massimo.
Finita la cena, prima di tornare in camera, Massimo passò a comprare le nove candele dal centro commerciale dell’undicesimo piano, l’unico che rimaneva aperto tutta la notte; le scelse alte e rosse.
Con tutta la calma e con la massima devozione Massimo sbarazzò il tavolo, dispose le candele equidistanti tra loro per tutta la lunghezza del tavolo e prese dal cassetto il mazzo di carte da poker più pregiato che aveva: quelle col logo del Jack Daniel’s whisky comprate a carissimo prezzo come souvenir della sua visita alla distilleria di Lynchburg, nel Tennessee, e ancora chiuse nel loro cellophane in attesa di qualche partita importante. Per come impartito da Alex, Massimo mischiò all’americana, dividendo dapprima l’intero mazzo in due mazzi più piccoli ciascuno da ventisei carte (negli anni aveva appreso una abilità tale a gestire le carte da gioco che era inutile verificare l’esattezza di quella divisione), poi prendendo ognuno di questi mazzi con un palmo, e dopo averli inarcati dolcemente e avvicinati, fece scorrere sotto i polpastrelli dei pollici i lembi delle carte permettendo così che i due mazzi si ricomponessero in unità compenetrando l’uno dentro l’altro, in modo talmente veloce da essere invisibile agli occhi, ma percepibile all’udito, sinché la fine del fruscio non sancì la fine del fluire dei cinquantadue fogli plastificati. Con un movimento di entrambi i palmi poi ricompose il mazzo e ripeté l’operazione. Successivamente, come aveva detto Alex, Massimo tagliò tre volte con la mano sinistra ed estrasse alcune carte, ma non accadde nulla. Non si scoraggiò, e tornò nuovamente a mischiare.
Si era fatta quasi l’alba, ma Massimo continuava meccanicamente quei gesti mentre le carte si usuravano e le candele erano consunte per circa due terzi. Dopo aver mischiato e tagliato, Massimo estrasse nuovamente le carte: sei di fiori, sei di cuori, sei di picche; al momento di estrarre la quarta carta questa lo ferì a un polpastrello, con un taglio simile a quello di una lama. Alcune gocce di sangue caddero sui tre sei disposti uno accanto all’altro sul tavolo, macchiandoli. Il movimento scomposto della mano dovuto all’istintiva reazione al taglio, fece poi urtare a Massimo una candela, la quale dopo essersi dapprima solo leggermente inclinata, invischiata com’era nella propria cera, cadde d’un tratto sulle tre carte che immediatamente e in modo alquanto innaturale presero fuoco. Inizialmente il giocatore maledisse la sfortuna, poi però si rese conto quel sei, sei, sei insanguinato e fiammeggiante poteva essere il segno che attendeva. Lo sguardo fu calamitato dal poster autografato di Lemmy che aveva portato con sé dall’Italia e che adesso stava appeso sulla parete di fronte a lui; il riflesso delle fiamme delle candele evidenziò il motto del cantante, Born to lose live to win, e dagli occhi seminascosti dal cappello da cowboy dello stesso sembrò brillare la stessa luce che aveva visto in Alex la sera prima. Tutti questi indizi sembravano fare la prova che cercava, ma si rendeva conto di non avere la lucidità necessaria per esserne certo; poco male, sarebbe bastato aspettare un nuovo segno per averne la conferma e comunque era troppo stanco per continuare a mischiare e tagliare, quindi decise che per quella sera il rituale poteva ritenersi concluso.
Massimo non rimase in attesa passiva del nuovo segno e già dal giorno seguente scese nel casinò a giocare con alterna fortuna, ma sentiva che quanto accaduto la sera prima dovesse pur significare qualcosa e cercò ogni modo per sfidare la fortuna. Si diresse al tavolo del Blackjack e giocò per un po’ senza riuscire a vincere, a un tratto però notò il giocatore che sedeva alla sua sinistra alzarsi di scatto dicendo che avrebbe dovuto affrettarsi per riuscire a iscriversi al torneo di Five Cards Draw Poker, il poker a cinque carte, quello che Massimo aveva imparato da suo padre e che giocava coi compagni di scuola durante la ricreazione. Forse era quello il segno, pensò, dato che ormai quasi tutti i professionisti giocavano il Texas Hold’em e pochi casinò organizzavano ancora tornei di quella specialità. L’iscrizione era esosa, cinquemila dollari, e avrebbero partecipato più di cento giocatori disposti su una quindicina di tavoli. Se però il poker aveva insegnato qualcosa a Massimo era che quando si credeva nella propria mano bisognava essere pronti a rischiare. Se non fosse giunto a premi sarebbe tornato in Italia a fare pizze e suonare nei pub per due spiccioli con la sua band di metallari attempati, ma in quel momento doveva seguire il suo istinto. Si alzò anch’egli e seguì il giocatore verso la cassa per le iscrizioni ai tornei. Consegnò alla giovane impiegata la carta di credito per il pagamento dell’iscrizione e fu felice che l’operazione andò a buon fine: non era per nulla sicuro di avere ancora tale cifra a disposizione.
Il torneo iniziò la stessa sera. Il tavolo che il sorteggio aveva decretato per Massimo era pieno di gente decisamente più anziana di lui: giocatori vecchio stile che vestivano in elegantissimi completi old fashion, con giacche scure o a righe e cappelli anni cinquanta, sorseggiavano whisky e prendevano molto tempo prima di effettuare le puntate. Massimo temette di aver fatto un errore a iscriversi a un torneo al quale partecipavano giocatori tanto esperti e tanto diversi da lui: perse le prime due mani in cui era entrato e ancora non aveva ricevuto nessun segnale che potesse convalidare la tesi di Alex.
Il dealer distribuì le carte per una nuova mano. Il giovane italiano le prese a una a una per come gli erano state consegnate: Sei di quadri, Asso di fiori, Tre di fiori, Asso di quadri, Nove di cuori. Alla ricerca spasmodica di segni rivelatori Massimo non tardò a rendersi conto che le iniziali dei numeri sopra le carte formavano la parola “SATAN”. Forse stava sbagliando a pensare in lingua italiana, si disse, così provò in inglese: Six, Ace, Three, Ace, Nine, il risultato era identico: “SATAN”. Forse era questo il segno che attendeva e di certo poteva essere correlato ai tre sei fiammeggianti della sera prima. Nel frattempo un giocatore in early position, uno dei primi a parlare in quella mano, aveva rilanciato puntando per tre volte i bui. Attraverso i suoi occhiali tondi e chiari i suoi occhi sembravano sicuri del punto che teneva in mano, il respiro era regolare e aveva disposto le chips della sua puntata al centro del tavolo con un movimento netto e deciso che indicava forza. Massimo aveva una coppia di Assi, in altre occasioni avrebbe potuto tranquillamente passare, ma doveva credere a quel segno così decise di rilanciare a sua volta: forse l’avversario avrebbe abbandonato la mano. Non fu così. Al proprio turno il giocatore con gli occhiali tondi puntò tutto ciò che gli era rimasto, andando all in.
Massimo ormai sapeva che il suo avversario non stava bluffando: di certo aveva un punto migliore del suo. Vedere quella puntata significava compromettere il torneo nel caso di sconfitta, ma forse quelle carte, distribuite in quel preciso ordine dal mazziere erano proprio il segno che stava attendendo. Si prese un po’ di tempo per pensare, guardando e riguardando le carte e tutto intorno alla ricerca di altri segnali. Squadrò l’orologio della sala: le ventitré e ventitré, di nuovo il due seguito dal tre, gli stessi numeri di cui gli aveva parlato Alex. Nella frenesia di dover prendere una decisione provò anche a sommare le cifre delle sue carte considerando gli assi valere quattordici. Era molto bravo a fare calcoli a mente, come deve esserlo qualsiasi giocatore professionista, sicuramente più bravo di Alex. Il risultato di tale somma fu quarantasei. Un’illuminazione. La divisione del quattro col sei dava anch’essa quello zero virgola sei periodico di cui gli aveva parlato l’amico, lo stesso del due diviso tre. Non vi erano più dubbi, quella mano doveva essere il segno che attendeva. Prese un respiro e coprì l’intera puntata.
L’uomo con gli occhiali sorrise e alla richiesta del dealer su quante carte cambiare rispose: “Stand Pat!”, nessuna. Massimo ormai doveva sperare solo nella fortuna: il suo avversario aveva come minimo una scala, forse anche di più.
Il dealer chiese anche a Massimo quante carte cambiare e lui ne cambiò tre, tenendo con sé i due assi.
La prima carta a essergli servita fu il sei di fiori, seguì il sei di cuori, e infine il sei di picche, le stesse identiche carte che lui stesso aveva estratto la sera prima durante il rituale.
Era giunto il momento dello showdown e ai giocatori toccava mostrare i propri punti. L’uomo con gli occhiali tondi sembrava molto sicuro di sé mentre poggiava sul tavolo le sue carte scoperte, tutte nere, tutte di picche: colore all’asso di picche. Massimo sorrise un po’ imbarazzato per quel colpo di fortuna: il suo full house di sei con assi batteva quel colore. L’avversario sconfitto ed eliminato dal torneo batté un pugno sul tavolo, poi però si ricompose, sistemò i propri occhiali e col suo charme da gentiluomo si alzò e fece il giro del tavolo per salutare tutti gli altri giocatori augurando loro una buona continuazione. Quando raggiunse Massimo non gli diede la mano, ma avvicinandosi gli sussurrò qualcosa alle orecchie:
«Ti ho capito, sai? Ma non ti preoccupare, ci rivedremo all’inferno!»
Poi riprese il proprio forzato sorriso di circostanza e proseguì con i saluti.
Da quel momento Massimo non perse più un piatto. Era come se le carte gli parlassero, che gli indicassero in quali mani buttarsi e in quali evitare di entrare. Aveva iniziato a comprendere tanti piccoli segni che prima ignorava: da una leggera increspatura su una carta, da uno scintillio negli occhi degli avversari o da un’esitazione del dealer nel servire le carte, Massimo riusciva a visualizzare quali carte avessero in mano gli avversari. Come naturale conclusione vinse il torneo e i centottanta mila dollari del primo premio. Da quella sera non fece che vincere a qualunque tavolo si fosse seduto.
Queste sue nuove doti non erano limitate al poker, aveva appreso come decifrare ogni suono e ogni luce all’interno del casinò: aveva incredibilmente compreso il linguaggio segreto dei giochi. Passando accanto alle slot machines, tutte così simili nelle loro luci lampeggianti e suoni allegri, Massimo capiva quale era pronta a vomitare le banconote di cui era stata ingozzata dagli altri ospiti del casinò. A volte era una nota leggermente più alta del normale, o una particolare lampeggio, ma esisteva sempre qualcosa che gli forniva quel brivido che attirava la sua attenzione e lo faceva sedere alla macchina giusta. Bastavano pochi colpi, pigiare il tasto dello Stop al momento opportuno e tutti i simboli si allineavano facendo esplodere la sirena che annunciava la vittoria. Anche la roulette non aveva più segreti: Massimo riusciva a visualizzare in anticipo l’intera traiettoria della pallina, dal momento in cui il croupier la lasciava sino al settore numerato in cui essa arrestava la propria corsa e, in tal modo, prevedere sempre il numero vincente.
Era finalmente giunto il suo momento, Massimo era diventato un altro che ce l’aveva fatta a Las Vegas e doveva farlo vedere. Lasciò la camera del sesto piano per una suite al trentaduesimo, due piani più in alto di quella di Alex, comprò abiti firmati e una Ferrari per spostarsi da un casinò all’altro lungo la Las Vegas Strip. Alloggiando all’interno di uno di questi casinò non aveva un reale bisogno di quei spostamenti, ma spesso percorreva avanti e indietro i sette chilometri della Strip, giusto per farsi notare e ammirare. Non furono in pochi gli italiani che leggendo le interviste che concedeva alle riviste di lifestyle giunsero a Las Vegas per tentare la fortuna come aveva fatto lui.
“Fortunato al gioco, sfortunato in amore”. Al contrario di quanto recita questa vecchia massima italiana, assieme al successo al gioco, per Massimo, arrivarono anche le donne: in molte erano le ragazze che si recavano a Las Vegas per trovare la loro fortuna e tentare di sposare qualche giocatore vincente o qualche miliardario che affogava la noia quotidiana col brivido di rischiare alte somme di denaro; la fama del successo di Massimo calamitava queste donne su di sé come mosche sugli escrementi (come piaceva dire allo stesso Massimo, citando una frase del testo di Holy Smoke degli Iron Maiden). Lui però lasciava che queste gli ronzassero attorno, ma alla fine a queste ragazze “serie” preferiva sempre le escort. Questa scelta gli aveva permesso di avere donna diversa ogni sera e dopo il pagamento del compenso pattuito non rimaneva più alcun vincolo né sentimentale, né economico da onorare e presto Massimo dimenticava le loro fattezze e il loro nome (probabilmente già falso). Solamente quella che disse di chiamarsi Charlotte lasciò in Massimo un’impressione che egli non riuscì a dimenticare. Come le altre escort lui l’aveva conosciuta a uno dei bar del casinò e come le altre era stata lei ad avvicinarlo. Immediatamente Massimo fu attratto dai suoi splendenti occhi azzurri e bastarono poche parole ammiccanti a suggellare il loro implicito contratto, quindi assieme salirono in camera. Dopo aver fatto sesso, invece di andar via come le altre, nel tentativo di sfruttare il resto della serata per trovare un nuovo cliente, Charlotte rimase a parlare con Massimo; lui non la cacciò, sentendo una sorta di empatia per quella donna.
«“Nessuno sa come ci si sente a essere quella cattiva, quella triste, dietro questi occhi azzurri. E nessuno sa come ci si sente a essere odiata ed essere accusata di dire solo bugie. Ma i miei sogni non sono così vuoti come sembra essere la mia coscienza. Passo ore in totale solitudine e il mio amore è una vendetta che non riesce mai a liberarmi”» iniziò a canticchiare tristemente Charlotte poggiando la testa sulle ginocchia di Massimo, anche per nascondere alcune lacrime che iniziavano a solcarle il volto.
«Behind Blue eyes degli Who» ribadì Massimo avendo riconosciuto il testo e la melodia cantata della donna.
«Già – fece lei – mi fa piacere che li conosci anche se sei così giovane. Io ero una loro groupie e li seguivo in ogni concerto. Poi il tempo ha fatto il suo corso e la mia bellezza con essa, è così che ho lasciato i camerini dietro i palchi per venire qui a Las Vegas a trovare un modo per vivere facendo l’unica cosa che sapevo fare.»
«Non essere così dura con te stessa» la rincuorò Massimo.
«Dimmi la verità – continuò lei alzandosi e guardando negli occhi il suo interlocutore – cosa vedi tu dietro questi occhi azzurri?»
«Vedo una bellissima donna, molto sensibile e ancora giovane.»
«Guarda cosa c’è davvero dietro i miei occhi azzurri!» Così dicendo Charlotte estrasse dai bulbi oculari le lenti a contatto blu per mostrare una iride grigia e spenta. Senza lo splendore di quelle lenti che catturavano ogni attenzione Max notò le rughe che circondavano gli occhi e il pallore della pelle del volto laddove il sudore e le lacrime della donna avevano lavato via il fondo tinta. Solo allora Massimo si accorse che quella donna non mentiva e che non doveva essere più tanto giovane.
«Hai notato la ricrescita?» chiese quindi lei.
«Quale ricrescita?» replicò lui.
«No, non mentire, qui è già tutto una bugia. Almeno tu non mentire!»
«Sì, ho visto una ricrescita di capelli bianchi, ma che t’importa, sei bellissima!»
«No, non è così. Per mantenere questo barlume di bellezza ho dovuto investire molto. Troppo. E non parlo solamente di botulino e di interventi di chirurgia estetica, quelli andavano bene all’inizio, poi ho dovuto trovare metodi più efficaci e permanenti, metodi che a quanto pare si possono trovare solo qui a Las Vegas. A differenza di quanto accade per i chirurghi, il pagamento per questi trattamenti di bellezza non è anticipato, ma si paga a fine carriera e per me la fine sta arrivando e con essa il momento di pagare; perderò tutto.»
«Hai bisogno di soldi?» le chiese Massimo con sincero altruismo.
«No, non si paga col denaro il mio debito, ma non ti preoccupare è la vita che ho scelto e come dice lo “zio” Alice: “Nulla è gratis!”»
«A proposito – aggiunse poi – prima di girare con gli Who ero fidanzata con un turnista di Alice Cooper, l’unico mio vero fidanzato, ma è durata poco. L’ho lasciato per seguire quei giovani inglesi, ma non posso dire di essermene pentita, dopotutto ho sempre voluto vivere la mia vita nella corsia di sorpasso, ci sta che io esca di strada.»
Massimo cercò di calcolare l’età della donna dai gruppi musicali che aveva menzionato, ma non riusciva a credere che avesse realmente più di sessanta anni, il suo viso poteva mostrarne al massimo trentacinque. Forse lei lo stava solamente prendendo in giro.
Dopo quella sera Massimo non vide più Charlotte. Per qualche sera girò per i bar, cercandola, ma era come se lei fosse scomparsa, così anche lui cercò di dimenticarla, sperando però nel suo intimo di rincontrarla un giorno, anche solo per scambiare due chiacchiere. Le escort a Las Vegas non mancavano e dopo quelle due o tre sere in cui aveva cercato invano la sua Charlotte, Massimo aveva ripreso ad accompagnarsi ogni sera con una donna diversa, scegliendole come aperitivi a un buffet e scambiandone anche due o tre all’interno della stessa serata come faceva con le carte al tavolo del poker. Più aumentavano le sue vincite e più aumentavano le donne.
L’unica nota spiacevole fu il suicidio di Alex, forse l’unico vero amico che aveva avuto in quella città. Massimo non riusciva a spiegarsi il perché di quel gesto, c’era però chi raccontava di aver sentito di un debito che avrebbe dovuto pagare e che forse non era stato in grado di onorare. Il pensiero della morte dell’amico Alex, si ripeteva però Massimo, non poteva e non doveva cambiargli l’umore: nessuna ombra avrebbe dovuto velare quel successo che sentiva di meritare. In breve tempo l’alcol dei cocktail, l’adrenalina del gioco e l’euforia delle vittorie lavarono via ogni barlume di tristezza e quasi cancellarono anche solo il ricordo di Alex.
Una sera poi accadde qualcosa d’inconsueto. Massimo era entrato in casa che l’orologio segnava le ventitré e ventitré e già quel numero ripetuto sullo schermo a led dell’orologio aveva iniziato a turbarlo. Accese poi lo stereo e una voce tenebrosa simile a quella di Vincent Price iniziò a leggere un passo dell’Apocalisse:
“Guai a voi, o terra, o mare! Perché il diavolo manda la bestia con grande ira, poiché sa di avere poco tempo. Chi ha intelligenza calcoli il numero della bestia, poiché esso rappresenta un numero umano; e il suo numero è seicentosessantasei.”
Era l’introduzione della canzone The Number of the Beast degli Iron Maiden, e appena finita questa parte recitata partirono le chitarre elettriche e il ritmo frenetico della batteria. Questo pezzo però non era stato scelto casualmente nonostante la scritta “Random” fosse ben visibile sul display dello stereo, Massimo ne ebbe la conferma quando la canzone si bloccò durante il ritornello: il cantante Bruce Dickinson continuava a ripetere ossessivamente: “Six, six, six” poi, come un salto nel disco, e di nuovo “Six, six, six”: sei, sei, sei, e ancora sei, sei, sei, e ancora. Non era certamente una coincidenza: lo stereo non leggeva né dischi in vinile, né compact disk, ma tutte le canzoni erano in formato digitale; quel messaggio proveniva da Satana in persona, era evidente.
Massimo corse a guardare il calendario: erano passati quasi due anni dalla sera in cui per la prima volta Satana si era dichiarato mostrando i tre sei che presero fuoco: entro pochi giorni si sarebbe disputato lo stesso torneo di poker che aveva dato il via alle sue vittorie e al quale lui era già iscritto. Sfogliando più attentamente il calendario il giocatore si rese conto che erano passati esattamente ventitré mesi e ventitré giorni. Non c’erano più dubbi: Satana era tornato a riscuotere il suo credito, ma lui non sapeva cosa avrebbe dovuto dargli.
Per quella sera decise di non pensarci, spense lo stereo che ancora ripeteva “sei, sei, sei”, buttò giù un bicchiere di Jack Daniel’s brindando alla salute di Lemmy Kilmister che lo osservava dal consueto poster e si scaraventò sul letto.
Come suo solito il giorno successivo Massimo scese nel casinò e si diresse verso la roulette. Il croupier stava per lanciare la biglia e come al solito lui percepì la traiettoria che avrebbe infine portato la pallina sul numero otto, così puntò sicuro su quel numero. La pallina percorse tutta la traiettoria prevista e stava per incalanarsi nella casella dell’otto, ma invece di entrare urtò contro il divisore d’avorio che le impresse quel surplus di energia cinetica sufficiente per farla carambolare fuori dalla casella del numero otto e cadere, ormai priva di ogni inerzia, nella casella adiacente.
«Ventitré, rosso, dispari, alto, seconda dozzina, seconda colonna» esclamò il croupier.
Era stato il diavolo a spingere quella biglia, Massimo ne era sicuro. Per tutto il giorno continuò a giocare, ma non riuscì a vincere una sola puntata. Forse era questa la sua maledizione: quella di non poter più vincere. Non era poi così grave, pensò. Era ormai talmente ricco da potersi permettere di smettere col gioco e anche lavoro; al più avrebbe investito una parte dei suoi risparmi in qualcosa di profittevole e si sarebbe messo in pensione. Avrebbe anche lasciato Las Vegas, limitandosi a giocare unicamente il torneo di poker al quale era già iscritto e che si sarebbe disputato la settimana seguente.
Massimo si era ripromesso di non giocare per tutta quella settimana, ma per avere la sicurezza di avere su di sé quella maledizione già dal giorno seguente scese nel casinò tentando la fortuna con vari giochi, senza mai vincere nulla. Decise quindi di smettere definitivamente col gioco d’azzardo e per rendere più vincolante il suo proposito annunciò pubblicamente che il torneo di poker al quale era già iscritto sarebbe stato il suo ultimo atto da giocatore professionista e poi si sarebbe ritirato. Anche se la tentazione era stata spesso lancinante, il futuro ex giocatore riuscì nel suo proposito, soffocando la sua bramosia di gioco con l’aspettativa per quell’ultimo torneo: il Grand Finale della sua carriera.
Ormai tutto era pronto per l’atto finale della sua breve, ma sfavillante, carriera di gambler. Mentre percorreva il corridoio che lo avrebbe portato alla sala dei grandi eventi, appositamente allestita per il torneo, l’italiano sapeva che di avere tutti gli occhi puntati addosso, sia per essere il campione in carica di quella specialità di poker, ma soprattutto per l’annuncio del suo ritiro, cosa che aumentò ancor di più il desiderio degli avversari di giocare contro di lui per batterlo: sarebbe stato molto prestigioso per loro eliminare definitivamente il campione di Five Cards Draw Poker, colui che aveva vinto il titolo per due edizioni consecutive e che in quei anni aveva sottratto loro molti soldi nelle partite di cash game. Negli sguardi degli avversari al tavolo c’era fame di vittoria e di vendetta; era lui il campione, ma per la prima volta in tutta la sua carriera giocava in modo passivo e timoroso. Non riuscendo più a decifrare quei segni che lo avevano aiutato a vincere sino ad allora, a quel tavolo Massimo si sentiva come un piccolo pesce dentro una vasca di pescecani. Una massima in voga tra i pokeristi stabilisce che se entro mezzora il giocatore non identifica chi è il pollo al tavolo allora il pollo è proprio il giocatore stesso, e in effetti il torneo di Massimo durò all’incirca trenta minuti: fu eliminato da un giocatore molto più giovane di lui, il quale lo aveva intrappolato dapprima con un bluff e poi, alla mano successiva, con una giocata molto simile alla precedente, ma con un punto forte. Massimo c’era cascato come un pivello. Era dunque giunto il momento di lasciare il tavolo e il torneo. L’ormai ex campione si alzò, fece il giro del tavolo dando la mano a tutti i giocatori, augurò una grande carriera al giovane che lo aveva eliminato e confermò alla giornalista che lo intervistava che avrebbe abbandonato il gioco d’azzardo.
Il giorno seguente ripartì per l’Italia e al suo arrivo fu accolto dai parenti e da tutti i vecchi amici e conoscenti del suo paese come un eroe: in molti avevano seguito le sue gesta nelle televisioni e si sa che la notorietà unita al denaro rende amici anche quelle persone che prima erano indifferenti o addirittura ostili. Nonostante l’intero paese cercasse di mostrare il proprio affetto al compaesano che aveva fatto fortuna in America, Massimo non riusciva proprio a sentirsi a casa. Non era però la falsità della gente in sé a infastidirlo, Las Vegas è infatti la capitale delle falsità: un artificiale fiore di sfarzo e lampadine in pieno deserto, i cui monumenti sono repliche della torre Eiffel o dei canali di Venezia e gli abitanti sono bari, sedicenti giocatori professionisti, vecchie prime donne della televisione ormai altrove dimenticate, ragazze siliconate e croupier a cui è stato montato in viso lo stesso identico sorriso di plastica. Tutti però in quel luogo sono consapevoli di vivere una bugia, sanno di essere burattini del grande spettacolo e si sforzano di recitare al meglio la loro parte nel tentativo di restare un po’ più a lungo sul palcoscenico. In paese invece la falsità era diretta solamente verso di lui. Quando Massimo passava per strada la gente lasciava perdere le proprie occupazioni per porgergli un ossequioso saluto e chiunque, anche coloro che una volta erano i suoi amici sinceri, non facevano che assecondarlo in ogni cosa: se a Massimo piacevano le ragazze asiatiche, allora erano le preferite di tutti (anche se probabilmente nessuno dei suoi amici ne aveva mai incontrata alcuna di presenza), se criticava l’allenatore della locale squadra di calcio, tutti concordavano che andava cacciato. Quando poi uscivano per bar la sera, gli amici si aspettavano che fosse Massimo a offrire, ma mettevano sempre in scena la recita in cui fingevano di voler rifiutare, salvo poi arrendersi all’ultimo momento consegnandogli il conto da saldare.
A tutto ciò Massimo poteva anche abituarsi, ma ciò che realmente non riusciva a riempire era il vuoto che il gioco d’azzardo aveva lasciato dentro di lui. Senza più la tensione nervosa del gioco o anche solo dell’attesa del gioco, ogni altra attività gli sembrava insignificante. Persino il lavoro non aveva più alcun valore: che senso aveva guadagnare senza rischiare, si chiedeva, gli sembrava quasi un furto. Il desiderio di giocare gli scorreva nelle vene come una droga che gli faceva ribollire il sangue e non vi era attività che riuscisse a placare quella voglia selvaggia. Nemmeno il sonno era in grado di spegnere quel fuoco, anzi lo alimentava con incubi ricorrenti nei quali lui era seduto a giocare a poker con i giocatori che aveva conosciuto a Las Vegas, ma non si trovavano di certo in un casinò: il tavolo era rosso sangue, duro come la roccia e caldo come una brace, alte fiamme si alzavano tutto intorno, alle spalle dei giocatori. Anche se a volte erano presenti alcuni volti nuovi, a quel tavolo c’erano sempre Alex, il tizio con gli occhiali tondi che aveva eliminato al torneo che aveva dato inizio ai suoi successi, il giovane che lo aveva eliminato al suo ultimo torneo e gli altri avversari di gioco ai quali (se ne iniziava a rendere conto) si sentiva più affezionato rispetto che ai suoi amici del paese. I loro volti non avevano più le fattezze di un tempo: nei suoi incubi Massimo li vedeva con la carne sfatta e in putrefazione e in realtà non dovevano neanche premurarsi di controllare la respirazione per non concedere indizi sulla propria mano, nessuno di essi respirava più. A loro però sembrava non importare e continuavano a giocare come se nulla fosse. C’era anche Charlotte; lei non giocava, ma passava per il tavolo servendo drinks e portando fortuna a chi le chiedeva un bacio. Non aveva più la parte inferiore del corpo e al posto delle gambe si svolgeva una lunga coda squamosa come quella dei serpenti, il suo viso era deturpato dal tempo e dalle rughe e gli occhi erano spenti, ma era ancora bella, anzi il suo sinuoso strisciare sul suo corpo da serpente la rendeva persino più sensuale. Quella sirena-rettile attraeva Massimo ancor più di quando l’aveva conosciuta come donna e lei non rifiutava mai le sue attenzioni, anzi spesso si avvinghiava a Massimo sibilandogli dolcemente alle orecchie il ritornello di una canzone degli Iron Maiden: “L’inferno non è un brutto posto, l’inferno è da qui all’eternità”. Massimo con le carte in una mano e carezzando Charlotte con l’altra si sentiva nuovamente felice, ma proprio a quel punto si risvegliava sempre, agitato e madido di sudore. La voglia di giocare raggiungeva quasi il punto del dolore fisico, ed era solamente l’alba.
Nel tentativo di dare a sé stesso un surrogato della medicina che sapeva lo avrebbe fatto stare meglio, Massimo iniziò a passare molto tempo al bar e con la scusa di prendere un caffè o una birra passava ore a fissare le luci del video poker che monopolizzavano la sua attenzione nonostante si limitava a guardare il gioco di altri. Una di quelle mattine Massimo vide un uomo infilare cinque euro in una di quelle macchinetta e iniziare a giocare.
“Che diavolo fai? – pensò Massimo – perché ti tieni l’asso? Ecco hai perso! Impara a giocare!”
Avendo perso i suoi soldi questi lasciò la sua postazione e uscì dal bar. Nonostante avesse perso Massimo invidiava quell’uomo dal profondo, quindi non riuscendo più a controllarsi, prese una banconota dal portafoglio, si diresse verso la macchinetta e giocò per qualche minuto, sin quando il suo credito non terminò. Aveva perso, ma si sentiva meglio. In realtà si era sentito bene solo negli istanti in cui aveva giocato, ma già subito dopo aveva iniziato a sentire nuovamente la voglia crescente di giocare ancora. Tutto attorno a lui lo tentava: non poteva leggere o discutere di sport senza pensare alle scommesse, le luci intermittenti delle farmacie gli ricordavano le slot machines e ogni numero civico, così ben incasellato nella sua targhetta lo portava a pensare alla roulette. L’uomo si rese conto che l’unica cosa che lo rendeva felice era il gioco: aveva bisogno di quel brivido: “Sono nato per perdere e il gioco d’azzardo è per pazzi, ma è così che mi piace e non voglio vivere in eterno ”; Dannazione, pensò, quel pezzo dei Motorhead lo conosceva meglio di chiunque altro in paese. Decise di tornare a Las Vegas. Sapeva che avrebbe perso tutto, ma ne aveva bisogno più dell’aria.
Partì di notte, come un ladro, senza dire niente a nessuno. Portò con sé solamente i suoi inseparabili poster dei gruppi metal preferiti e la pen drive con la loro musica. Quando si ritrovò nuovamente in quella sfavillante città del Nevada, circondato dalle luci e dallo scampanellare delle slot, si sentì realmente a casa. Come aveva previsto non riuscì più a vincere. Neanche un colpo, neanche scommettendo su avvenimenti apparentemente scontati. Quando sedeva alle slot puntava su tutte le linee per aumentare le probabilità di vincere: gli sarebbe bastato sentire il jingle della vittoria una sola ultima volta, mentiva a sé stesso, poi avrebbe potuto smettere, ma nulla.
A un certo punto l’uomo che giocava alla slot machine accanto alla sua gli rivolse la parola:
«Certo che sei proprio sfortunato! Una volta ho conosciuto uno come te! Era un vincente, ma poi non ha più vinto un colpo, alla fine si è giocato gli ultimi cinquemila dollari per iscriversi a un torneo di poker. Pensa che aveva colore servito e un donk cambiando tre carte ha fatto full di sei con assi. La sera stessa quel tizio si è suicidato, saranno passati poco più di due anni!»
Massimo riconobbe quella storia: era la mano di poker che aveva dato il via a tutto: l’uomo che si era suicidato era il tizio con gli occhiali tondi e il donk era lui. Lasciando il credito residuo all’interno della slot, Massimo si alzò dalla sua postazione, ringraziò l’uomo che gli aveva raccontato quella storia, e salì in camera. Nonostante coi soldi che gli rimanevano avrebbe potuto giocare ancora per qualche settimana, di certo non avrebbe più vinto un colpo e d’altro canto la vita senza il brivido del gioco per Massimo non aveva più senso: era un giocatore e come tale doveva vivere e morire. Si versò un paio di whisky che bevve uno dietro l’altro, dalla playlist del suo stereo scelse e mise a rotazione continua “From Here to Eternity ” dei Maiden, la canzone che Charlotte gli cantava nei suoi incubi notturni, e alzò al massimo il volume. Scrisse poi un biglietto, bevve un’ultimo shot di Jack Daniel’s alla salute del frontman dei Motorhead che dalle pieghe del poster sembrò ricambiare il brindisi, e salendo sulla sedia si impiccò a una corda che aveva legato al lampadario.
La mattina seguente la donna delle pulizie trovò l’ex campione appeso a quel lampadario di finto cristallo. Sulla scrivania giaceva un biglietto.
“Nella mia vita ho sempre giocato d’azzardo e alla fine ho perso tutto, anche la mia anima. Non ho però rimpianti: la vita è solo una piccola porzione dell’eternità e sono convinto che presto rivedrò tutti i miei amici giocatori; ci immagino seduti al tavolo da gioco con Satana in persona che distribuisce le carte. Giocheremo a poker all’inferno fino alla fine dei tempi. Che figata!”
“L’inferno non è un brutto posto, l’inferno è da qui all’eternità” continuava a ripetere a tutto volume l’impianto stereo che ancora nessuno aveva spento, mentre Lemmy dal suo poster sembrava nascondere il sorriso di chi sa che la morte non è un addio, ma solo un arrivederci.

Michele Protopapas

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